«Chiedete aiuto contro gli abusi»

20 Dicembre 2022

Gagliardone: bisogna fare attenzione ai modelli proposti dai social

Donne violate, picchiate, umiliate, stuprate, ferite, zittite, cancellate. Donne accoltellate, massacrate, strangolate. Uccise. Da chi diceva di amarle. Centoquattro donne cadute in questa assurda e impari guerra tra sessi dall’inizio dell’anno al 25 novembre, giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne. E già questo dato nazionale riportato dall’Istat è obsoleto, vecchio, da aggiornare con nuove vittime.
Il 16 dicembre scorso Giovanna Frina, 44 anni, uccisa a colpi di pistola dal marito nel Foggiano. Appena 24 ore prima Giovanna Bonsignore, 46 anni, accoltellata con un bisturi dall’ex compagno nel Palermitano. Dieci giorni prima a morire era stata Cinzia Luison, 60enne di Livenza, massacrata a colpi di bottiglia dal marito. Con l’omicidio di Eliana, 108 donne vittime della rabbia degli uomini in un solo anno: una ogni tre giorni. Un eccidio.
Doriana Gagliardone, ex presidente del centro Ananke che attualmente si occupa delle emergenze nel centro antiviolenza pescarese, conosce bene questi numeri. «Le violenze si possono prevenire solo se è la donna a chiedere aiuto», spiega. «Quando vengono al centro, valutiamo la situazione con la nostra esperienza e domande mirate e se riconosciamo la situazione di pericolo, propendiamo per l’allontanamento da casa, oltre alla denuncia. Perché le indagini sono tutela di diritto, ma non di incolumità».
In più della metà dei femminicidi, l’omicida è il partner oppure l’ex. Perché la donna non riconosce il suo aguzzino?
«Di solito, c’è un’escalation. La donna ha un passato di intimità con il maltrattante e spesso sottovaluta la reazione dell’uomo. Frase ricorrente è “lui non mi farebbe mai del male”. Ma gli uomini, soprattutto quando si prospetta la separazione, la fine del rapporto, entrano nel vortice del possesso. Il raptus, la gelosia non sono scuse valide. È invece la sindrome del controllo che spinge alla violenza. Le donne devono essere costanti e trasparenti nel chiedere aiuto, non possiamo capire se non si racconta tutto, se si omette».
Funziona il Codice rosso, la legge del 2019 a tutela delle donne?
«Devo dire che a Pescara si sono molto accorciati i tempi di reazione. La procura ha dato una forte spinta, anche con l’introduzione del Gav, l’ufficio specializzato nella protezione dei vulnerabili. Riescono a intervenire celermente quando ci sono forti campanelli di allarme, presenza di armi, precedenti di violenza».
La Corte Europea per i diritti umani ha condannato varie volte i tribunali italiani per non aver protetto le vittime di violenza. Magistrati e forze dell’ordine sono preparati ad affrontare queste tematiche?
«C’è un problema nei tribunali, spesso non sono né giusti né preparati e non tengono conto di denunce pregresse di violenza. Speriamo nella riforma della giustizia. I carabinieri fanno formazione interna, mentre la questura collabora con noi e mi sembra efficiente. Quando è stato introdotto il Codice rosso, doveva essere supportato anche dalla formazione, ma non è andata di pari passo con l’applicazione della legge. A volte, soprattutto nei paesi più piccoli, le donne vengono rimandate a casa perché chi accoglie la denuncia non riconosce il pericolo».
Si potrebbe pensare che i comportamenti maschili violenti siano fatti ancestrali, invece, un quarto dei femminicidi è perpetrato da giovani uomini tra i 31 e i 44 anni.
«La violenza è culturale. Lavoriamo con le scuole, ma mi sembra che i ragazzi non siano maturi nelle relazioni. Sembrano emancipati, ma sul rispetto devono evolvere. I social non propongono buoni modelli: la donna oggetto non è sparita, anzi, i social forse la propongono di più. La battaglia, però, non può essere solo nostra. Per fare prevenzione, formazione, assistenza servono sinergie, fondi programmati con certezza, un’azione di più ampio raggio».