Della Cioppa: «Votare No per evitare che i pm siano subordinati all’esecutivo»

Parla il prefetto: «Questo è il primo passo di un disegno più ampio che punta ad alterare gli equilibri dello Stato di diritto. Ma senza divisione dei poteri non c’è democrazia»
PESCARA. «In tutta la mia carriera non ho mai riscontrato nulla che consenta di collegare la mancata separazione delle carriere alla liberazione di criminali o a episodi di cronaca, trattandosi esclusivamente dell’assetto istituzionale della magistratura. Mettere in relazione questi piani significa creare un collegamento che tecnicamente non esiste». Il prefetto Mario Della Cioppa voterà No al referendum. Originario di Pescara, poliziotto di lungo corso e questore di città in prima linea come Foggia e Catania e da ultimo a Roma, prima di chiudere alla Prefettura di Chieti, Della Cioppa spiega in questa intervista i motivi e il suo punto di vista.
Prefetto Della Cioppa, perché voterà No?
«Perché la separazione delle carriere non c’entra nulla con il vero problema della giustizia che interessa i cittadini. I nodi reali sono tempi, lunghi, organizzazione e risorse, che mancano. Qui si cambia l’assetto, non il funzionamento. La gente vuole risposte entro tempi ragionevoli e noi inseguiamo la chimera di un giusto processo da decenni, senza riuscirci perché si pensa a tutto tranne che ai problemi veri».
E allora perché questa riforma?
«Perché rappresenta il necessario primo step funzionale ai successivi interventi sul Pm finalizzati a portare tale figura nell'esecutivo».
Meloni lega il sì alla sicurezza e a fatti gravi. È corretto?
«No. È un collegamento che non esiste. In tutta la mia lunghissima carriera non ho mai visto l’assetto delle carriere incidere sulla liberazione di criminali. È una consapevole superficiale semplificazione che sposta il dibattito dalla realtà alla percezione».
E l’uso di casi come quello della “famiglia del bosco”?
«Peggio mi sento. È un errore grave. I casi giudiziari vanno trattati nelle sedi competenti. Usarli nel dibattito politico, senza avere contezza del fascicolo processuale, indebolisce le istituzioni e rischia di screditare la magistratura, soprattutto se in chiave elettorale».
Sta dicendo che c’è una strumentalizzazione?
«È palese e dico anche che si confondono piani che devono restare distinti: politica, giustizia e opinione pubblica. Questo disorienta i cittadini e delegittima i ruoli».
È anche un problema istituzionale?
«È un gravissimo problema istituzionale. Quando alte cariche dello Stato intervengono su singole vicende giudiziarie, nel modo in cui leggo, il punto non è il merito delle opinioni, ma il ruolo. Chi rappresenta le istituzioni ha il dovere di preservare l’equilibrio tra i poteri, essere garante della Costituzione, come per fortuna fa un baluardo come il Presidente della Repubblica, che pure si cercherà di indebolire, come figura, se si darà seguito ad un altra delle riforme annunciate: quella del premierato. Mettere sempre in discussione l’operato della magistratura indebolisce uno dei pilastri dello Stato di diritto. Non è una questione politica, è una questione di responsabilità istituzionale».
Lei ha parlato anche di norme inapplicabili.
«Chi ha gestito l’ordine pubblico sa che ogni norma deve essere concretamente praticabile. Se non lo è, diventa un peso per chi deve applicarla e un’illusione per i cittadini».
Sta criticando la politica?
«Sul vero senso della politica ho scritto un libro intero. In questa sede, diciamo che sto richiamando la politica alla realtà. Governare non è annunciare, è rendere possibile ciò che si decide».
Torniamo alla riforma. Che rischio vede?
«Che sia il primo passo di un percorso più ampio, con uno spostamento progressivo dell’equilibrio tra i poteri dello Stato. Separazione delle carriere, legge elettorale, premierato: interventi diversi ma coerenti nella stessa direzione, che rafforzano l’esecutivo che diventa preponderante rispetto agli altri poteri».
È questo un problema?
«Lo diventa quando l’equilibrio si altera. Una democrazia funziona se i poteri restano autonomi».
Il punto centrale quindi qual è?
«Non la singola riforma, ma la sequenza: le democrazie non si svuotano con un colpo solo, ma passo dopo passo».
Qual è il passaggio più delicato?
«Il pubblico ministero. La separazione delle carriere è il primo passo verso una sua subordinazione all’esecutivo. Che rappresenta, come dice Franco Gabrielli, l'approdo finale di questo percorso».
E cosa cambierebbe?
«Cambierebbe tutto. L’autonomia dell’azione penale è un pilastro dello Stato di diritto. Il rischio è una giustizia condizionata».
Non è una visione troppo pessimistica?
«È sufficiente analizzare i fatti e rileggere la storia di un recente passato. Quando si interviene sull’architettura dei poteri bisogna guardare agli effetti nel tempo».
E i cittadini?
«Percepiscono la distanza tra ciò che viene annunciato e ciò che accade davvero. E perdono fiducia».
In definitiva, cosa manca oggi?
«L’ascolto di chi opera sul campo. Le norme si scrivono nei palazzi, ma si applicano nella realtà. La politica è sempre più concentrata su dinamiche interne che sull’assunzione piena di responsabilità verso i cittadini».
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