Pescara

Droga, le dosi consegnate in carcere. Le conversazioni con i nomi in codice: «Mi servono tre magliette»

12 Febbraio 2026

Pescara, il modus operandi nell’operazione Last Delivery. Così le sostanze stupefacenti riuscivano a entrare anche nell’istituto San Donato. Scoperti i dialoghi telefonici per prenotare le quantità 

PESCARA. Una vera e propria organizzazione, attiva già dal 2021, e dedita al traffico e allo spaccio di sostanze stupefacenti, in particolare cocaina e hashish. Droga che il gruppo era in grado di far arrivare anche nel carcere di San Donato. E le dosi, nel gergo degli affiliati al gruppo, prendevano il nome di “magliette”.
Le sette persone arrestate in Abruzzo, nell’ambito della vasta operazione denominata “Last Delivery”, per via del secondo filone dedito alla spedizione di esplosivi via chat, operavano in base a una precisa ripartizione di ruoli. Un’organizzazione caratterizzata dalla continuità dell’azione delittuosa e dalla disponibilità di armi pericolose. Di qui anche il collegamento con gli arresti in flagranza, avvenuti in altre zone d’Italia.
Il gruppo operava stabilmente nei Comuni di Montesilvano e Penne, con un sistema di distribuzione esteso all’intera area vestina. E non solo. La droga oltrepassava, dunque, anche i cancelli del carcere di Pescara. Una struttura, da tempo attenzionata, per via della rivolta dello scorso anno e per via delle continue aggressioni. In più occasioni i sindacati hanno sollevato la questione sicurezza, perché c’è una carenza di risorse e la struttura non è adeguata.
E quel che viene fuori dalle ultime indagini dei carabinieri non fa che confermare tali criticità.
Nello specifico, è emerso come il sodalizio avesse esteso la propria operatività anche all’interno della casa circondariale di Pescara, promuovendo e gestendo lo spaccio di droga. Nello specifico, in base a quanto riferiscono i carabinieri, le dosi di stupefacente venivano introdotte all’interno della struttura penitenziaria in occasione dei colloqui, grazie anche all’ausilio di ulteriori complici, a loro volta destinatari di misure cautelari. E per eludere i controlli, la droga veniva nascosta nelle parti intime.
Per quanto riguarda il nodo contatti da mantenere, questa attività è stata favorita dall’introduzione clandestina di telefoni cellulari, utilizzati proprio per garantire lo scambio di informazioni e comunicazioni tra i sodali ancora liberi e i detenuti, referenti interni del traffico illecito. I contatti tra chi operava fuori dal carcere e gli altri avvenivano attraverso frequenti videochiamate che gli investigatori sono riusciti a intercettare nel corso delle attività tecniche.
«L'associazione», spiega il comandante provinciale dei carabinieri Stefano Ranallettta, «era in grado di far penetrare comunque sostanze stupefacenti a favore degli affiliati, quasi sempre con lo stesso criterio, attraverso ordini che avvenivano tramite i colloqui, riuscendo a superare i controlli».
E le indagini non si fermano qui. Tuttavia, questo intervento dei carabinieri, supportato da altre Compagnie, ha permesso di disarticolare una struttura ramificata che vedeva l'Abruzzo come nucleo centrale di un complesso e moderno apparato di smistamento illegale di droga e, soprattutto su scala nazionale, di armi potenzialmente pericolose.
Preoccupa, secondo gli investigatori, il fatto che sul territorio operava una vera e propria associazione per delinquere.