Gianluca Ginoble: «L’Aquila, la città che accetta la responsabilità di volare»

Il cantante scrive per il Centro: «Il destino nel nome, non ha mai abdicato alla tensione verso l’alto». Le citazioni di Jung, Battiato e San Giovanni: «Questa è una terra di cui essere fieri»
I miti non appartengono al passato. Agiscono ancora nelle faccende umane, drammatizzano le nostre lotte interiori, scompaginano il nostro carattere, abitano le nostre vite anche quando non ne siamo consapevoli. Carl Gustav Jung diceva che “gli dèi non sono scomparsi, si sono trasformati in malattie”: in forze interiori, in tensioni, in desideri e ambizioni che non possiamo semplicemente controllare o eliminare. I miti rappresentano infatti stili di esistenza archetipici: potenze simboliche dalle quali non ci è dato fuggire né del tutto guarire. Nelle culture fondate sul mito, gli dèi erano inumani ed eterni: gli Immortali, come li chiamavano i greci. Forze che, proprio perché eterne, rendevano indelebili certi tratti dell’animo umano. Se c’è una figura mitica capace di incarnare la tensione dell’ambizione, dello slancio, del desiderio di elevarsi, questa è L’Aquila. L’Aquila porta con sé un nome e un destino simbolico. I testi antichi la descrivono come un animale dal temperamento caldo e secco, dall’appetito vorace, sempre associato a contesti sacri. Non è un caso che Giovanni, il più spirituale degli evangelisti, sia tradizionalmente rappresentato proprio da un’aquila: creatura che vola più in alto di tutte, che guarda lontano, che si avvicina alla luce senza paura. L’aquila è portatrice dello spirito nella sua forma più alta. È l’ambizione nella sua massima estensione: un istante immersa nella luce splendente e subito pronta a rinascere, a spiccare nuovamente il volo con il futuro ancora davanti. Persino nella scrittura geroglifica egizia, la lettera A è rappresentata da un’aquila. Non una semplice coincidenza, ma un segno. È questa la potenza simbolica di una città che porta un nome così carico di significato.
A questa simbologia si affianca, quasi inevitabilmente, il pensiero di Franco Battiato, per il quale l’aquila non è mai stata soltanto un’immagine, ma una chiave di accesso. Le aquile, nella sua opera, rimandano sì a una canzone di successo, ma soprattutto a una costellazione simbolica a lui profondamente cara: quella degli uccelli, dei giochi di apertura alare, dei segreti che si rivelano solo a chi accetta il rischio dell’altezza. Le aquile sono destinate a voli imprevedibili, ad ascese improvvise, a traiettorie impercettibili che disegnano una sorta di geometria esistenziale. Sono chiamate a cambiare prospettiva al mondo, per usare le sue parole. Camminare, per un’aquila, è un gesto innaturale: la sua vocazione è il volo, l’avvicinarsi al cielo per intuirne i segreti. L’Aquila è la città che sale, che osserva dall’alto, che accetta la responsabilità del volo. Una città che conosce il rischio di avvicinarsi troppo al sole, di bruciarsi, ma che non abdica mai alla propria tensione verso l’alto. Come l’aquila, appunto. E l’Abruzzo è una terra forte e gentile, che riflette questo stesso archetipo, come la descriveva Flaiano: una terra aspra, severa, silenziosa. Una regione che non cerca di piacere, ma di restare fedele a se stessa. Un luogo essenziale, arcaico, poco incline alla retorica, dove il paesaggio e le persone condividono la stessa sobrietà. Una terra che ha dato voce, arte, pensiero, resistenza. Una terra di cui essere fieri. Perché L’Aquila è una città che ha imparato a rialzarsi, a ricostruirsi, a tornare in volo, sempre con le ali tese verso il cielo. Nonostante le ferite, nonostante le difficoltà, ha dimostrato di essere un popolo capace di forza e di visione. Proprio come il suo mito fondante: l’aquila. Sempre in volo. Sempre viva. Sempre a testa alta.
