i retroscena della vit del conduttore

Il Ranucci segreto: «Volevo buttarmi dalla finestra, mi salvò la chiamata di mio figlio. Quel piano per uccidere Report»

27 Agosto 2026

Il conduttore: «Tosi mi tese una trappola, pensai al suicidio. Ora sta spingendo perché io lasci

Già nel 2020 mi svelarono con una telefonata che c’era un progetto per la mia sostituzione»

CERVETERI

I cani artificieri entrano nel container adibito a camerino. Sigfrido Ranucci stringe la mano al dirigente del commissario. Resta a distanza di sicurezza, dietro il palco, a pochi passi ci sono gli uomini della scorta. Sono quasi le sette della sera e mancano più di due ore all’inizio dello spettacolo di Cerveteri: la polizia bonifica il Parco della Legnara. È l’immagine che più di ogni altra, al di là di attacchi politici e mediatici di chi vuole cacciarlo dalla conduzione di Report, ricorda a tutti come il giornalista d’inchiesta più famoso d’Italia resti vittima della bomba che, lo scorso 26 ottobre, quattro attentatori gli hanno piazzato sotto casa – dice la procura di Roma – su ordine del suo amico Valter Lavitola. Davanti a più di mille fan, Ranucci racconta il Sigfrido segreto. Parla per cento minuti esatti, senza interruzione e senza copione, perché, scandisce, «devo dire grazie a mia madre, che ha passato molti giorni della mia infanzia a insegnarmi a imparare a memoria». Ranucci svela «gli incontri magici» della sua vita e i momenti drammatici, quando pensò al suicidio e fu salvato da una telefonata del figlio Emanuele. E rivela il piano che, a suo dire, è partito sei anni fa per «uccidere Report».

IL MAESTRO

Roberto Morrione è il primo grande maestro di questa storia. Ranucci lo incontra a metà degli anni Novanta al Tg3. Nel 1990, ricorda, da capocronaca del Tg1 aveva lavorato a inchieste sui rapporti tra P2, Cia e Gladio, seguite da forti reazioni politiche e dall’allontanamento suo e del direttore Nuccio Fava. Anni dopo lo ritrova a Rai News 24: «Lì mi sdogana come giornalista d’inchiesta». È in quella stagione che viene recuperata, nel 2000, l’intervista a Paolo Borsellino. Ranucci dice di essere stato accusato di averla manipolata, che tutto fu poi archiviato e che quella fu «la prima richiesta di licenziamento del sottoscritto». L’anno dopo Morrione lo manda negli Stati Uniti. Ranucci atterra a New York il 13 settembre 2001 e supera il cordone militare di Ground Zero credendo di mostrare il tesserino della Rai: scoprirà di avere esibito il badge dell’albergo. «Se questa è la sicurezza negli Stati Uniti, pensai, siamo in una botte di ferro». Poi restano i corpi e, soprattutto, gli odori: «Per chi è un inviato televisivo sono l’elemento più frustrante, perché non riesci a passarli nelle immagini, ma sono quelli che più ti segnano».

FOSFORO BIANCO

Da New York il filo porta all’Iraq e a Fallujah, «la guerra che non si doveva vedere». Ranucci prova a entrare come freelance e non ci riesce. L’alternativa sarebbe stata seguire le truppe come embedded: «Se sei incastonato nelle truppe, vedi quello che le truppe ti vogliono far vedere». Ma quel mancato ingresso gli ha salvato la vita. L’inchiesta si concentra sul fosforo bianco: due militari rintracciati in Colorado ne parlano, ma servono prove. La svolta arriva dall’incontro magico con Michele, vagabondo del litorale laziale soprannominato «Vedo Vedo»: «L’occhio guarda, ma non basta. Devi interrogare», gli dice in riva al mare. Ranucci torna in redazione e rivede le immagini che la Rai aveva già trasmesso. In quelle sequenze trova la «pioggia di fuoco sulla città di Fallujah». Seguono smentite americane, polemiche italiane, rilanci della stampa straniera e la Bbc che raccoglie una successiva ammissione sull’impiego del fosforo per uccidere. «Il responsabile dei servizi segreti americani aveva aperto a Washington un ufficio per monitorare quello io stavo pubblicando dall’altra parte dell’Oceano». Morrione prende posizione. «Vorrei vedere qual è oggi il direttore Rai che avrebbe il coraggio di scendere in studio e accusare il Paese più potente al mondo per difendere un lavoro giornalistico». Il servizio fa il giro del mondo e Milena Gabanelli lo chiama. Ranucci sarà suo coautore per dieci anni, fino al passaggio di testimone del novembre 2016. Proprio allora il padre, sottufficiale della guardia di finanza, si ammala e muore prima di poter vedere una puntata di Report condotta dal figlio. Ranucci gli attribuisce l’insegnamento della legalità e del bene comune, che riemerge nel racconto su Parmalat.

I QUADRI PREZIOSI

Otto anni dopo il default, mentre cerca materiale utile ai 32.000 azionisti rimasti coinvolti nel crack, un tassista gli dice di essere stato la guardia del corpo di Calisto Tanzi. Gli parla di quadri di Monet, Picasso, Van Gogh, Ligabue, Chagall e altri artisti che sarebbero stati portati in Svizzera. Ranucci verifica, trova una critica d’arte che conferma di aver visto e restaurato quelle opere, poi un elettricista coinvolto nel tentativo di rimetterle sul mercato. A quel punto ha davanti due strade: «Torno in redazione, mando in onda il materiale e faccio uno scoop internazionale» oppure consegna ciò che sa agli investigatori. Sceglie la seconda. I quadri vengono ritrovati. «Abbiamo ritrovato la pinacoteca di Tanzi, parte del famoso tesoro, grazie a Report», racconta citando la conferenza stampa delle fiamme gialle. Le opere, stimate cento milioni di euro, saranno poi battute all’asta per sessanta. «I soldi sono tornati agli azionisti».

LA VICENDA TOSI

Poi il racconto entra nel tratto più duro. È il 2014 e il nome è quello di Flavio Tosi, allora sindaco di Verona ed ex assessore regionale alla sanità. A Report, dice Ranucci, arrivano segnalazioni su una presunta infiltrazione della ’ndrangheta nell’amministrazione e sull’esistenza di un filmato hard che avrebbe potuto mettere in imbarazzo il sindaco. «A me dei gusti sessuali delle persone non interessa nulla», spiega, «ma se questi condizionano un amministratore nelle sue scelte, forse è giusto che la collettività lo sappia». Comincia a cercare conferme. Un cantante leghista, racconta, gli dice di possedere alcuni fermo-immagine del video e di averli già mostrati in passato. Ma quella fonte, sostiene Ranucci, nel frattempo si era riposizionata su Tosi. Dopo l’incontro con il giornalista va dal sindaco: «Guarda che qui c’è Ranucci di Report, che ha materiale sull’infiltrazione della ’ndrangheta e sul video hard che ti riguarda». Da quel momento, nella versione portata sul palco, l’inchiesta cambia natura: chi indaga diventa l’indagato mediatico.

LA TRAPPOLA

Ranucci viene registrato di nascosto. Un complice gli viene presentato come l’autore del filmato hard, ma non lo sarebbe. Nel colloquio entra anche il denaro. «Io bluffo», spiega. Gli era già capitato durante l’inchiesta Parmalat di trovarsi davanti a una fonte che chiedeva soldi: allora era stato lui a registrare. Questa volta accade il contrario. Qualcuno registra Ranucci e porta i nastri a Tosi. Mancano due mesi alla prevista messa in onda quando il telefono comincia a suonare. Lo cercano Gabanelli, l’allora direttore di Rai3 Andrea Vianello, poi il direttore generale Luigi Gubitosi. «Dico: cavolo, se mi chiama il direttore generale, forse è successo qualcosa di grosso». La notizia è già esplosa. Tosi annuncia una conferenza stampa e sostiene di avere le prove che il giornalista abbia costruito un dossier falso usando fondi neri della Rai. Ranucci torna di corsa nell’albergo di Verona, accende la televisione e vede il caso rimbalzare nei telegiornali e sui siti. Poi arriva la telefonata di Gabanelli. Le parole sono una rasoiata: «Tu con la tua superficialità sei caduto in una trappola e metti a rischio la storia e la credibilità del programma e il lavoro dei tuoi colleghi».

VOLEVA UCCIDERSI

È in quel momento che Ranucci racconta di essersi spezzato. «Rimango colpito da quella vicenda e accuso il colpo, perdo lucidità. Non nascondo che, per la prima volta, vengo attraversato da pensieri obliqui, l’idea di uccidermi, perché per me avevo finito la mia carriera in quel momento. Quindi mi avvicino alla finestra, sto per buttarmi di sotto, quando invece arriva provvidenziale la telefonata di mio figlio Emanuele. Rispondo soltanto perché è mio figlio, il quale, se volete, rincara pure la dose. Mi dice: “Ma che combini? Mi ha telefonato un compagno di scuola, mi dice che costruisci i dossier falsi sui politici”. Sono costretto a recuperare lucidità perché è lui. E mi viene in mente che anch’io avevo i miei nastri registrati. Dall’inizio avevo la prova dell’infiltrazione della ’ndrangheta e le prove dell’esistenza del filmato hard. Quindi altro che dossier falsi: il dossier era vero».

VERONA OSTILE

Superato quel passaggio, il problema diventa finirla, l’inchiesta. Ranucci descrive una Verona che non vuole più parlargli. Il sindaco ha già denunciato pubblicamente il presunto dossier falso; intorno partono articoli, interrogazioni, accuse. Due settimane prima della messa in onda, dice, ha già cinque querele. Una persona a lui vicina lo aiuta a tenere aperti i contatti con chi è ancora disposto a parlare. Il servizio arriva in televisione. L’attesa è tale che alcuni locali veronesi organizzano serate a tema: «Report aperitivo, 20 euro, tutto compreso, come se fosse la finale della Coppa del Mondo. Secondo me perché si aspettavano il filmato hard», sorride. Dopo la puntata arrivano altre quattordici querele. Ranucci tira la somma in una battuta: «19 querele per un’inchiesta da 36 minuti». Dice che furono tutte archiviate. Tosi, invece, venne «imputato coattivamente dal Gip per le modalità con cui mi aveva diffamato e condannato in primo grado». A distanza di oltre un decennio, «ora è proprio Tosi quello che sta spingendo di più perché io lasci Report».

PIANO CONTRO REPORT

Passano alcuni anni. A metà luglio 2020 arriva un’altra telefonata. Simona Ercolani, producer esterna alla Rai, lo avverte di voci su presunte irregolarità di Report di cui sarebbe venuta a conoscenza Forza Italia sulla testimonianza di freelance che avrebbero lavorato senza essere pagati. Ranucci dice di non sapere nulla di quella storia. Ercolani insiste: «Sappi che loro vogliono far saltare il banco anche sulla base dei giornalisti a cottimo, di tutte le irregolarità di Report». Poi pronuncia la frase che Ranucci, sul palco, considera una profezia: «La storia è che vogliono smerdarvi perché vi vogliono ammazzare». «Ammazzare» significa colpire la credibilità di Report, costruire un caso intorno al suo conduttore, portarlo fino a una vicenda giudiziaria che renda possibile sostituirlo. «Quelle di Simona Ercolani sono parole che nascondono un’altra profezia: quella del progetto di sostituzione del conduttore di Report», dice Ranucci. Da quel momento rimette in fila fatti che, nella sua lettura, appartengono alla stessa storia.

L’AUTOGRILL

Ricorda le inchieste sulla sanità privata lombarda, poi quelle su Alitalia e Piaggio Aerospace e altre puntate che, sostiene, avevano irritato interessi politici ed economici. Quindi arriva l’autogrill di Fiano Romano. Il 23 dicembre Matteo Renzi incontra l’agente segreto Marco Mancini. Ranucci racconta che una insegnante di sostegno, ferma con i genitori durante un viaggio, vede Renzi, lo riconosce e scatta alcune fotografie. Mancini invece non viene identificato. Le immagini finiscono prima a un amico giornalista e poi, il 31 dicembre, alla redazione online del Fatto Quotidiano, senza produrre effetti. Quando il materiale raggiunge Report, Ranucci riconosce Mancini perché lo aveva già incrociato nel suo lavoro. L’inchiesta va in onda il 3 maggio 2021.

IL DOSSIER

Quasi in parallelo, dice, compare un dossier che riguarda lui. È Francesco Storace a telefonargli: sul tavolo di Franco Bechis, al Tempo, sarebbero arrivati documenti secondo i quali Ranucci si sarebbe accordato con la Rai per far pagare 45.000 euro a una società lussemburghese, Tarantula, che avrebbe poi girato quei soldi a una fonte dell’inchiesta su Piaggio Aerospace. Nel materiale figurerebbero anche chat WhatsApp e mail con Rocco Casalino, allora portavoce del premier Giuseppe Conte. Il conduttore respinge tutto: «Quelle mail erano false. Io non ho mai chattato con lui Tutta la documentazione sui soldi era falsa». Dice che l’unico elemento autentico era il nome della fonte. Il dossier sparisce e poi ricompare nel giorno più delicato: il 3 maggio, mentre Report manda in onda l’inchiesta sull’incontro Renzi-Mancini. Il deputato di Italia viva Luciano Nobili annuncia un’interrogazione in commissione di Vigilanza e chiede alla Rai se abbia pagato quella fattura, per quale servizio e quali rapporti esistano con la società e la fonte indicate nei documenti. Ranucci legge l’iniziativa così: «Era un tentativo di distrazione di massa dalla notizia principale, l’incontro all’autogrill tra Renzi e Mancini».

LA LETTERA ANONIMA

Poi le etichette cambiano in fretta. Ranucci riepiloga di essere stato indicato come uomo dei servizi segreti cinesi. Subito dopo come uomo dei russi. A quella seconda accusa, ricorda, segue una nota di Lavrov che lo definisce «un nemico del Cremlino» per un’inchiesta sulla presenza russa in Italia durante il Covid. Poco dopo viene convocato dall’allora prefetto di Roma, Matteo Piantedosi. Era sotto tutela dal 2009: passa alla scorta dopo l’intercettazione in carcere di un narcotrafficante che, nella sua ricostruzione, parlava con killer albanesi e chiedeva di sparargli. La sequenza non finisce. In Rai arriva una lettera anonima con accuse contro Ranucci e Report. Franco Di Mare vorrebbe buttarla. È Ranucci a decidere di portarla in procura. Mesi dopo quella stessa lettera viene ripresa in commissione di Vigilanza e presentata dai parlamentari Andrea Ruggieri e Davide Faraone come un «caso MeToo in Rai». Sul palco Ranucci contesta con durezza quella definizione: «Non c’era un MeToo, non c’era nessuna donna che denunciava: c’era una lettera anonima». Parte un audit che dura nove mesi e si conclude con «l’insussistenza dei fatti». Secondo Ranucci, si torna ancora una volta alla stessa domanda: Report ha pagato una fonte? La sua risposta è categorica: «Report non l’ha mai fatto in trent’anni di storia». È qui che, nella sua ricostruzione, i pezzi si ricompongono. Ranucci rivela di aver ricevuto la registrazione di un colloquio tra un politico e una ballerina. «Il progetto cosa nascondeva? Io lo capisco soltanto quando mi arriva un audio». E formula la conclusione più pesante dello spettacolo: il progetto sarebbe stato «farmi rinviare a giudizio per togliermi la conduzione». L’inchiesta, aggiunge, «per fortuna» finì archiviata. «Ma il progetto, l’abbiamo capito, era questo: quello della sostituzione del conduttore di Report, già all’epoca». In quella fase, dice, la Rai e Franco Di Mare resistono. Ranucci indica soprattutto nella commissione di Vigilanza una delle sedi delle pressioni maggiori: «Ce n’è uno in particolare di cui io non faccio mai il nome, solo il cognome, Gasparri, che chiedeva in continuità la possibilità di sostituirmi». La redazione è disorientata. I colleghi gli domandano come reagire. Lui torna, ancora una volta, all’insegnamento di Morrione.

«FAI COME IL TRAPEZISTA»

La risposta è la teoria del trapezista, che dà il nome allo spettacolo: «Quando sei obiettivo di qualcosa o di qualcuno, rispondi passando al trapezio successivo, cioè facendo un’altra inchiesta che, se possibile, sia più forte delle precedenti». Ranucci dice che Report reagì allora con due lavori su Banca d’Italia ed Eni. Ma il punto più difficile non sempre sono gli avversari. Possono essere i figli che leggono i giornali. «Passavano ore con l’ansia a controllare se uscivano articoli o anticipazioni su di me. Mi dicevano: “Papà, molla, lascia Report. Questi non avranno pace fin quando non avranno rovinato la tua carriera”». Ranucci ammette: «Davanti alla loro sofferenza io vacillavo». Eppure decide di non lasciare. «Non avrei potuto farlo in quel momento. Per coerenza. Non era giusto e il pubblico di Report non avrebbe capito». Così il trapezio torna nell’ultima parte dello spettacolo. Dopo Borsellino, Ground Zero, Fallujah, Parmalat, Tosi, le diciannove querele, la finestra, la telefonata di Emanuele, i dossier e quello che Ranucci descrive come un progetto nato anni fa per arrivare alla sua sostituzione, resta il movimento in avanti. «Salta sull’altro trapezio, sarà più complicato colpirti». Poi Ranucci consegna al pubblico l’ultima frase del suo maestro Morrione. È breve, quasi allegra dopo tutto ciò che l’ha preceduta: «Nessuno potrà toglierci ciò che abbiamo ballato».

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