Lavoro nero, la denuncia: «Nove mesi gratis nei cantieri, ora vivo per strada a Pescara»

Un 30enne tunisino ha querelato l’intermediario della ditta, ma dopo un anno non arrivano risposte. «Ho pagato 3mila euro per un contratto mai visto con turni dalle 8 alle 17, dal lunedì al sabato»
PESCARA. Rezgui, perché ha deciso di rompere il silenzio su questa vicenda?
«Ho letto il vostro articolo sul caporalato e ho capito che dovevo parlare. Il mio vissuto qui in Abruzzo è fatto solo di lavoro nero».
Da quanto tempo va avanti lo sfruttamento?
«Tutto è iniziato il 3 giugno del 2024, il giorno esatto in cui ho messo piede a Pescara».
La possibilità di subire delle ritorsioni non la spaventa?
«No, ho già denunciato i responsabili e vivo per strada. Non ho nulla da perdere, anzi, spero che qualcuno possa aiutarmi».
Qual è la sua richiesta principale?
«Voglio giustizia».
Helmi Rezgui, 30 anni, tunisino, è uno dei 60.900 lavoratori in nero stimati in Abruzzo. Spinto dall’articolo uscito ieri sul Centro riguardo al lavoro irregolare sul territorio, ha deciso di metterci la faccia e denunciare il sistema. Nonostante l’ingresso regolare col Decreto Flussi, l’uomo denuncia due anni di sfruttamento a Pescara tra un’impresa edile (finita nel caos a marzo 2025 per la protesta degli operai sulla gru di via Raffaello) e un’altra ditta di costruzioni locale. Ai carabinieri di Silvi Marina – dove dormiva in una stanza d’albergo pagata 250 euro al mese, scalati da uno stipendio che non gli veniva mai consegnato – Rezgui ha sporto querela per intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro. Oggi il trentenne rompe il silenzio sulle minacce subite e sul dramma della sua vita attuale: senza una casa, costretto a vivere per strada e ancora intrappolato nel circuito del lavoro nero.
Facciamo un passo indietro: come è entrato in contatto con questa ditta?
«Nel giugno del 2024 sono atterrato a Bologna e da lì ho preso il treno per Pescara. Quando sono arrivato non parlavo italiano e un connazionale si è approfittato della situazione: mi ha imbrogliato promettendomi un contratto regolare per ottenere il permesso di soggiorno. È stato lui a portarmi dal titolare italiano della ditta».
E poi?
«Ho lavorato per loro 9 mesi a Pescara, ma non ho visto un euro. Non appena ho sporto denuncia, il capo mi ha licenziato. Ora mi ritrovo senza nulla e ho dovuto chiedere aiuto all’associazione On the Road che mi sta aiutando ad andare avanti».
Quindi non ha ricevuto nemmeno un euro?
«Mi hanno pagato pochi spiccioli i primi cinque mesi. A Pescara il comando carabinieri per la tutela del lavoro ha attestato che la ditta in questione mi deve 3.251 euro solo per gli ultimi quattro mesi, senza contare i sabati lavorativi o altri stipendi che non ho mai ricevuto che mi fanno arrivare a 4.900 euro».
Quante ore lavorava al giorno?
«Iniziavo alle 8 e finivo alle 17, dal lunedì al sabato. Scrivevo al capo ogni giorno su WhatsApp: “Ti prego, fammi sapere quando mi pagherai”. Lui rispondeva sempre di aspettare una settimana o nove giorni, ma poi non vedevo un euro. E quando gli spiegavo che avevo un disperato bisogno di soldi per mangiare e per aiutare la mia famiglia rimasta in Tunisia, la sua risposta era sempre la stessa: “Se ti lamenti, ti licenzio domani”. Ora mi ritrovo senza la possibilità di pagare un avvocato e senza il permesso di soggiorno non posso lavorare regolarmente».
Cosa fa adesso per sopravvivere?
«Vado avanti alla giornata: mi fanno lavorare in nero un giorno come muratore, un altro nella ristorazione. È sempre la stessa storia. Mi sono rivolto all’associazione On the Road, ma per il momento non ci sono novità sul permesso di soggiorno perché i giudici non ancora rispondono e c’è un processo penale in corso».
Ma pensa mai di andarsene dall’Italia dopo tutto questo?
«No, assolutamente. Ho frequentato la scuola per ottenere l’attestato A2 di italiano e il mio sogno è frequentare un corso per diplomarmi in educazione fisica. Voglio restare a lavorare qui, costruirmi una vita dignitosa, riscattarmi e trovare finalmente un modo sicuro per aiutare la mia famiglia in Tunisia».

