L’intervista alla presidente nazionale Enit: «In Abruzzo un turismo d’eccellenza, la svolta è l’aeroporto di Pescara»

30 Agosto 2025

 L’aquilana Priante: «Più stranieri che italiani, soprattutto americani». Sul caso balneatori: «I prezzi? Scricchiolio possibile, se aumentano»

L’Abruzzo verace. Quello delle tradizioni della nonna, delle espressioni dialettali, della pasta fatta in casa, ma con uno sguardo al futuro. Agli stranieri che arriveranno, grazie anche al “decollo” dell’Aeroporto d’Abruzzo, e che non andranno più via. Perché l’Abruzzo incanta, ammalia, stordisce con la sua bellezza. Finalmente, e ancora di più, in vetrina. E se a dirlo è la voce autorevole di un’abruzzese doc, Alessandra Priante, aquilana, ma cittadina del mondo, economista e poliglotta, nonché donna tenace, oggi a capo dell’Enit, l’Agenzia nazionale italiana del turismo, c’è da crederci.

La formula del turismo del futuro, per la nostra regione, suona più o meno così: «Dobbiamo continuare a essere abruzzesi», dice Priante, «siamo in una fase in cui ci stiamo volendo bene un po’ di più. L’Abruzzo è una bella regione capa tosta. Nel turismo ci deve credere e fare un bell’investimento nella formazione».

Presidente, i dati sul turismo estivo nel 2025 sono contrastanti. Possiamo ritenerli attendibili?

«Questa è una bellissima domanda perché l’estate 2025 si caratterizza per il solito problema della lettura dei dati: se continuiamo a misurarci su chi ha ottenuto di più non andiamo da nessuna parte. Bisogna guardare al cambio del paradigma del turismo. Il dato quantitativo è sicuramente positivo, come ha detto anche il ministero del Turismo, con un’offerta decisamente ricca e composita. Dobbiamo fare, però, un importante distinguo».

Quale?

«Il problema è che i dati vengono forniti come se fossero dei numeri positivi in assoluto – incremento tendenziale che avviene ormai da anni –, mentre li dobbiamo leggere oltre la metrica».

E allora proviamoci...

«Primo elemento: ci sono più turisti stranieri che italiani, soprattutto gli americani che si confermano i nostri primi utenti. Ci amano alla follia e continuano a venire in Italia, mentre fino a qualche anno fa, diciamo 6-7 anni fa, avevamo un Paese a trazione nazionale con il 51% di italiani e il 49% di stranieri. Una tendenza che oggi si è invertita».

Il secondo cambio di paradigma?

«È il fatto che si inizia ad andare sempre di più in vacanza nei borghi, nelle zone di montagna, più tradizionali, e un pochino di meno al mare. E non solo per ragioni di costi, ma per diversi fattori, come il cambiamento climatico, la scelta di mete differenti e il fatto che la gente si organizza diversamente e inizia a spalmare le vacanze durante tutto l’anno».

E il caro-prezzi dove lo mettiamo?

«Ovviamente il caro prezzi incide perché ci sono due categorie di imprenditori: quelli che nel post Covid sono andati da 100 a 0 e che hanno alzato i prezzi nel tentativo di recuperare più velocemente possibile. Ma all’innalzamento del prezzo deve seguire un maggior servizio percepito, altrimenti la formula non funziona. Non è detto che se sono stato in un posto, continuerò ad andare sempre lì a condizioni economiche diverse e senza una qualità maggiore».

Però i balneatori parlano di calo...

«Se decidono di aumentare troppo i prezzi è possibile che qualche scricchiolio ci sia. Ma non è tanto al numero delle presenze che dobbiamo guardare, quanto ai giorni di permanenza, che sono aumentati».

La crisi economica ha avuto il suo peso?

«La verità è che la gente è in difficoltà, la situazione non è rosea. È un dato di fatto che ci sono un pochino meno soldi e le famiglie al budget della vacanze guardano con occhio attento. Poi, c’è l’emersione di nuove destinazioni. Faccio riferimento alla Puglia, a Napoli, grande méta turistica, soprattutto dei millennials, ma tutta la Campania quest’anno si è mossa abbastanza. Le Marche sono un’altra grande destinazione, che nonostante il terremoto hanno agito immediatamente sviluppando un turismo straordinario interno: sono ricche di storia e borghi bellissimi che hanno rilanciato. E poi ci sono le grandi conferme come la Sicilia e la zona dei laghi, in Lombardia».

E l’Abruzzo in questo scenario come si colloca?

«Ha fatto un gran lavoro, straordinario. Ha incastrato tutti questi nuovi tasselli e si è sviluppato molto sugli itinerari, i cammini, la valorizzazione del turismo montano, eno-gastronomico. Si è riposizionato come grande destinazione turistica d’eccellenza. La gente che ha scoperto l’Abruzzo ha fatto da cassa di risonanza».

Più dei social media e delle piattaforme telematiche?

«Ai social media come strategia di attrazione credo poco. Serve molto di più il passaparola che diventa un attrattore turistico, ma con una referenza diretta dell’amico, del parente. L’Abruzzo ha agito in maniera molto coordinata, con un ottimo lavoro del presidente della Regione, Marco Marsilio, del sottosegretario con delega al Turismo, Daniele D’Amario, e dei sindaci. Moltissimi sono giovani, hanno fatto squadra e hanno compreso quanto sia importante attrarre turisti in una zona per poi diversificarli».

L’Abruzzo vive anche di tradizioni, natura, cultura, enogastronomia...

«Tutto questo e tante altre cose. Pensiamo agli scenari abruzzesi, soprattutto il Gran Sasso e Campo Imperatore, che hanno fatto da sfondo a film e documentari. Al regista Riccardo Milani con Un mondo a parte, a grandi comunicatori come l’abruzzese Paride Vitale. Ci sono tanti abruzzesi che amano la loro terra, la rappresentano e la esportano».

Come vede il futuro turistico dell’Abruzzo?

«È una regione che ha saputo rifocalizzare la sua attenzione sull’aeroporto. Il rilancio dello scalo di Pescara sarà la svolta».

Dice sul serio?

«Certamente. Finora siamo stati per lo più a ricasco dell’aeroporto di Fiumicino. Lo scalo di Pescara sarà in grado di seguire il Molise, le Marche, di intercettare utenza. La politica di Marsilio è ampliare i target e le mete. Sono in atto interlocuzioni avviatissime con Easy Jet, con British Airways, per allargare l’utenza straniera su Pescara. Una volta che porti gli stranieri in Abruzzo e fai scoprire questa regione, sarà difficile abbandonarla».

Su quali elementi puntare?

«Sullo sviluppo infrastrutturale, con l’attrazione di grandi investimenti, partnership pubblico-privato e l’accoglienza con per la creazione di strutture importanti. Investire seriamente in formazione significa dire ai giovani di puntare sulla formazione come opportunità di carriera».

Nel 2026 ci attende L’Aquila capitale italiana della cultura.

«Una straordinaria opportunità. Bisognerà comunicare all’esterno l’orgoglio di sentirsi aquilani, abruzzesi. La complessità e profondità della nostra cultura. Da Amiternum a Celestino, dal Gran Sasso al Mammuth. Un bacino assoluto di ricchezza».