L’Aquila

La storia di Sebastiano Cioffredi: «Meglio L’Aquila in serie D che il Cosenza in Lega Pro»

30 Agosto 2025

Il centrocampista romano di 19 anni accetta l’offerta economica inferiore dei rossoblù dopo aver visitato la città e preso confidenza con l’ambiente familiare del club

Quella che sto per raccontarvi, è la storia di una scelta di vita. Ma è anche l’ultima delle piccole storie di una grande città dell’Abruzzo, L’Aquila. Non solo: questa è(forse) la prima delle grandi scelte di un giovane che si affaccia alla maturità. E questa è (di certo) la prima piccola-grande storia del campionato della squadra aquilana che proponiamo ai nostri lettori. Questa storia, l’ho appresa per puro caso, ma siccome mi sembra che possa insegnare qualcosa anche a chi non si interessa del campionato, voglio raccontarvela, anche se è di quelle che di solito restano nel retroscena, e sono destinate a non entrare mai negli almanacchi del calcio.

Ed ecco il tema. Sebastiano Cioffredi, classe 2006, è un giovane esterno destro, un talento nato e cresciuto a Trigoria nella Roma, l’ultimo acquisto del club rossoblù. Sebastiano detto “Sebba” non ha ancora giocato nemmeno un minuto, ma ha già dovuto prendere una decisione importante per il suo destino, un bivio decisivo: accettare una offerta che arriva dal Cosenza, per giocare (pagato di più) in serie C, oppure scegliere la proposta del club aquilano, e giocare (pagato meno) tra i dilettanti? Contro ogni pronostico Sebastiano ha scelto di dire no alla proposta del club calabrese e di restare in Abruzzo. Ecco perché è interessante capire perché.

Metti che sei un ragazzo cresciuto nella squadra della Capitale, e che sei entrato nella Roma da bambino, a nove anni, nel tempo in cui quando varcavi la porta del centro sportivo ti capitava di incontrare - quando erano ancora giocatori - gente come Francesco Totti e Daniele De Rossi, e aggiungi che tu portavi la stessa maglia.

La domenica facevi il raccattapalle allo stadio, ogni partita incontravi e potevi parlare con giocatori di serie A: una volta nella super sfida del derby, una volta nella semifinale (vinta) con il Barcellona. Una sera sei lì, all’Olimpico, ed è l’ultima partita di Totti. Quelli che guardano da fuori ti riconoscono in tivvù, in quella grande vetrina, e pensano di te: “É arrivato!”. Ma ritrovarsi in quel fotogramma della storia ha già significato molti sacrifici per te: hai dovuto rinunciare a quasi tutte le vacanze della tua vita perché quando gli altri normalmente partivano per il mare, tu partivi per il ritiro. Hai saltato cento feste della tua classe perché fin da bambino avevi quattro allenamenti a settimana. Giochi a pallone e studi in un club in cui (da quando in serie A hanno capito che un grande giocatore ha bisogno della testa almeno quanto il corpo) anche i tuoi allenatori guardano i voti della tua pagella (e ti giudicano anche per quelli).

Sebastiano, nella sua nidiata dei 2006, ha capito a Trigoria quello che Stendhal - ne Il Rosso e il nero - fa imparare al primo giorno di convento al suo personaggio più amato, Julien Sorel. Meglio passare inosservati, talvolta, che bruciarsi per un peccato di vanità: meglio il silenzio che una parola di troppo. A 17 anni la sua vita gira benissimo: corre sulla fascia, è diventato titolare dell’under 17. Tutto sembra andare bene, finché non accade la cosa più scema di questo mondo. Un giorno, in allenamento, mettendo male la mano in una caduta, si frattura il braccio in maniera scomposta. É costretto a fermarsi, a ingessarsi, a riabilitare uno dei due arti posturali più importante per l’equilibrio, non può allenarsi per mesi. Quando torna é accaduta la cosa più facile nelle carriere: un altro ragazzo (che fra l’altro lui stima) ha preso la sua maglia ed è diventato titolare tra i gioiellini giallorossi. Così - lo scorso anno - fra il restare in panchina nella Capitale dell’impero, ed essere in campo e giocare, ecco la prima scelta importante: la “legione straniera”. Lascia Trigoria, accetta una offerta dalla Calabria e va a giocare nella primavera del Cosenza, in serie C. Un campionato perfetto: diventa titolare, si trova bene, si ambienta come non osava sperare. A fine stagione, quando si apre il mercato una bella notizia: il suo agente gli comunica che per lui c’è una offerta dell’Aquila. La squadra lo invita a visitare la società, a farsi una idea, anche se c’è un declassamento. Visita il club, scopre che è l’unico in Italia in cui c’è uno meccanismo (reale e funzionante) di proprietà collettiva con la presenza dei tifosi nella gestione della squadra. Rimane affascinato. L’ambiente è accogliente e lo conquista. Valuta il trasferimento in Abruzzo mentre molto intorno a lui gli amici e gli ex compagni gli dicono: ‘Ma che sei matto?”.

Sebastiano Cioffredi, però, ancora non sa che nel contratto di apprendista giocatore che aveva firmato nel 2024 c’era una clausola standard: la chiamo “opzione unilaterale” (e da due mesi non esiste più). È quella in virtù della quale il suo primo club dopo la Roma ha un diritto di prelazione su tutti. Al Cosenza lo vogliono promuovere in prima squadra, gli offrono 25mila euro l’anno dicono che non può rifiutare. All’Aquila gli offrono meno della metà: ma lui ha già deciso.

Tuttavia il groviglio contrattuale non si risolve facilmente: per giorni il suo è un cartellino conteso. Per non diventare inadempiente a Cosenza ha dovuto dare la maturità da privatista al liceo scientifico Cavanis. Il giorno dopo ha dovuto correre per presentarsi all’apertura del ritiro del club calabrese a Loriga. Si rivede la sera il video sul nuovo stadio. Appena può torna con il fratello maggiore di due anni in Abruzzo: cene fra compagni di squadra, arrosticini come se piovesse, la città alla presa con i preparativi della Perdonanza. Qualcosa gli dice che quella sia la scelta giusta. E quando il padre gli chiede se ha deciso risponde ridendo, in chiave celestiniana: “E se facessi un piccolo rifiuto?”. Non quello di Celestino per il papato, ma il suo per la serie C. Dice no al Cosenza, sceglie l’Abruzzo. É convocato domani nella super partita con il Chieti.

Questa è la piccola storia di un ragazzo, che arriva in una città carica di storia e magia, che rimane incantato, e sceglie di attraversare la sua porta dove gli dice il cuore. Le storie non sono mai giuste o sbagliate. La fortuna di chi legge è che non rischia nulla, ma abbiamo sempre la possibilità di imparare dal coraggio e dalla follia degli altri. Chi ama il calcio - forse proprio per questo - compie questo esercizio mille volte, e sa che si può trovare un esempio sempre, nell’ultimo dei dilettanti come nel primo dei campioni. L’augurio per Sebba è di essere sia l’uno sia l’altro: è bello arrivare alla meta, all’Aquila, seguendo la via più difficile.

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