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«Non è mio figlio, lui è uno studente modello»: il dolore del padre del 17enne che sognava la strage

31 Marzo 2026

L’uomo vive a Pescara: «La vita stravolta dopo la telefonata dell’arresto. Mio figlio ama la storia e realizzare cortometraggi, non so cosa sia successo»

PESCARA

Dalle 5 di ieri mattina è un papà precipitato nell’inferno di una giornata senza fine, disperata e drammatica. E delle tante altre che dovranno ancora arrivare. Perché «non è mio figlio quello di cui sento raccontare in televisione, quello che voleva fare la strage a scuola. No. Mio figlio è uno studente modello con tutti 8 e 9, con solo qualche incertezza in matematica per cui adesso va a ripetizione. No, quel ragazzo non può essere lui».

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Perché lo studente modello appassionato di cortometraggi, che ama la storia e la musica, potrebbe essere il figlio di ogni genitore in questo mondo virtuale in cui può essere tutto e il contrario di tutto, in cui la realtà troppe volte passa attraverso il lato oscuro del web. E tocca corde talmente irrazionali e profonde che nemmeno le parole bastano a spiegare.

«Da quando alle 5 di ieri mattina mi hanno chiamato per dirmi dell’arresto di mio figlio», racconta il papà pescarese del 17enne, «non riesco a credere che quello di cui si parla possa essere proprio lui. Penso che sia finito in qualcosa più grande della sua persona probabilmente senza nemmeno rendersi conto di quello che stava facendo e non lo dico perché è mio figlio. Lo dico perché non può essere che un ragazzo di 17 anni studente modello in tutte le materie tranne che in matematica per cui, come detto, aveva iniziato le ripetizioni possa pensare di fabbricare armi e di fare una strage a scuola. Io con mio figlio parlo sempre, a Pasqua doveva venire qui per trascorrere insieme le vacanze visto che dopo la separazione tra me e sua madre non vive più in Abruzzo. È un ragazzo come tanti altri, un ragazzo affettuoso che ama la storia, ama i genitori, ama gli amici. Uno come tanti altri della sua età. Perché fare una cosa di questo genere? Perché mettersi a parlare di armi e sparatorie? Perché pensare al suicidio?».

Nelle chat passate al setaccio da investigatori e inquirenti in uno dei messaggi condivisi il ragazzo dice: «Faccio una sparatoria e poi mi ammazzo» ipotizzando uno scenario che, secondo gli investigatori, è quello delle stragi scolastiche americane. «Ma mio figlio che c’entra con queste cose?», ripete il padre, «ama la vita e non farebbe mai una cosa del genere. Basta sentirlo parlare, vederlo crescere per rendersi conto che il suicidio è quanto più lontano da lui ci possa essere. Bisogna capire quello che è successo. Perché qualcosa è successo». Le parole ora si muovono tra le lacrime, creano ricami dell’esistenza delicati e complessi come la vita in un tempo sempre di corsa che distrae e allontana dall’umano. Per questo papà è stata solo la prima di una giornata drammatica e convulsa come le tante altre che dovranno seguire nella ricerca di quel figlio finito nelle pagine di un’ordinanza di custodia cautelare perché voleva fare una strage a scuola.

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