Penne

Penne saluta gli ucraini accolti in fuga dalla guerra, ecco le cento storie di rinascita

20 Gennaio 2026

L’abbraccio agli ultimi ospiti del Cas che lasciano l’area vestina dopo mesi. E tra loro, dopo tanto, c’è chi ha scelto di restare, per studio o per amore

PENNE. Adulti e anziani, famiglie con bambini piccoli, anche di tre anni. E altri bimbi nati a Pescara. Tra il 2022 (la guerra tra Russia e Ucraina è iniziata il 24 febbraio 2022) e il 2025, il Cas Collalto di Penne ha rappresentato un presidio fondamentale per l’accoglienza dei cittadini ucraini in fuga dal conflitto armato. È stato chiamato a coniugare tempestività, tutela delle persone e costruzione di percorsi sostenibili nel tempo. In tre anni sono state accolte oltre 100 persone, ognuna con una storia unica: bisogni differenti, aspettative spesso segnate dalla perdita, dallo sradicamento e dall’incertezza.

IL SALUTO DELLA CITTÀ

Ieri il sindaco Gilberto Petrucci ha salutato gli ultimi ucraini rimasti, che lasceranno oggi definitivamente la struttura. «Parlare di accoglienza dei rifugiati significa andare ben oltre la messa a disposizione di un alloggio o la gestione di una fase emergenziale. Significa offrire uno spazio sicuro in cui ricostruire una quotidianità interrotta, accompagnare le persone nella comprensione di un nuovo contesto sociale e culturale, favorire l’accesso ai servizi, allo studio, al lavoro e, soprattutto, alle relazioni», dicono il direttore del centro d'accoglienza Damiano Ricci e Rachele Di Fabrizio, ambientalista della Coop Cogecstre. «L’accoglienza», continuano, «è un processo complesso e delicato che richiede tempo, competenze professionali e una forte capacità di adattamento, sia da parte di chi arriva, sia da parte delle comunità che accolgono. In questo senso, i tempi di permanenza registrati all’interno del Cas Collalto restituiscono una fotografia articolata e realistica dei percorsi di accoglienza».

OLTRE MILLE GIORNI

La permanenza media è stata di 185,9 giorni. Accanto a permanenze molto brevi, legate a ricongiungimenti familiari o a scelte autonome, si sono registrate anche permanenze più lunghe, fino a un massimo di 1.274 giorni, necessarie per consentire alle persone di superare fragilità profonde, apprendere la lingua, orientarsi nel nuovo contesto e costruire reali prospettive di autonomia. Attualmente sono ancora presenti 13 persone nella struttura di Penne e saranno a breve inserite nel sistema Sai – Sistema di Accoglienza e Integrazione, per un percorso che non si ferma, ma evolve verso forme più strutturate di inclusione.

«Tutti gli altri beneficiari hanno concluso il proprio percorso all’interno del Cas: chi attraverso una rinuncia volontaria all’accoglienza, avviandosi verso percorsi di autonomia, altri – in numero molto limitato, nove – mediante trasferimenti verso strutture più idonee a rispondere a esigenze specifiche», sottolineano ancora Ricci e Di Fabrizio.

TANTE STORIE

Ci sono storie nelle vite dei rifugiati che vanno raccontate, come quella del 19enne Pavlo, arrivato adolescente a Penne insieme a sua madre e la sua sorellina più piccola, e uscito uomo. «La sua permanenza non è stata indice di immobilità, ma di un percorso graduale e strutturato. Fin dai primi mesi ha dimostrato una spiccata capacità di adattamento e una forte motivazione all’integrazione, trovando nello sport uno strumento privilegiato di inclusione. L’ingresso nelle giovanili del Pescara Calcio ha rappresentato non solo un’opportunità sportiva, ma anche un’importante occasione educativa, capace di trasmettere disciplina e appartenenza. Parallelamente ha ottenuto il diploma all’’stituto “Guglielmo Marconi” di Penne e oggi è iscritto alla Sapienza di Roma, nel corso di Scienze politiche e Relazioni internazionali», raccontano con emozione Ricci e Di Fabrizio. Intensa anche la storia di una giovane giornalista, costretta a lasciare l’Ucraina a causa del conflitto. Per lei l’arrivo a Penne non è stato soltanto un approdo fisico, ma un tempo sospeso, fragile, segnato dalla distanza dagli affetti e dall’incertezza sul domani. «Nonostante parte della sua famiglia sia stata costretta a rientrare in Ucraina per motivi personali, la sua storia non si è fermata alla separazione. Nel quotidiano dell’accoglienza, nei gesti semplici, nelle parole scambiate, nelle relazioni nate senza forzature, è sbocciato un incontro che non ha cancellato il dolore della fuga, ma lo ha attraversato trasformandolo».

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