Rigopiano, l’ex sindaco di Farindola assolto: «Sono sollevato ma il dolore per le vittime non passerà mai»

Dalla doppia condanna alla rinuncia alla prescrizione, dopo 9 anni parla Ilario Lacchetta: «Non volevo lasciare in eredità ai bambini una verità giudiziaria con delle ombre»
PESCARA. Assolto dopo due condanne per omicidio colposo e lesioni plurime per i 29 morti e gli 11 sopravvissuti della tragedia di Rigopiano, e dopo aver rinunciato alla prescrizione alla vigilia della sentenza della corte d’Appello bis di Perugia. L’ex sindaco di Farindola Ilario Lacchetta lo dice: «Sono stanco, ma sollevato». E poi il pensiero va subito alla tragedia. «Il dolore più grande di questi anni? Le 29 vittime».
Lacchetta, come ha saputo delle assoluzioni?
«Ero con mia moglie davanti alla Tv, guardando il tg».
La prima sensazione qual è stata, il primo gesto?
«L’abbraccio con mia moglie».
Ha pianto?
«Pianto no, un po’ di commozione sì».
In un secondo avrà rivissuto tutti questi anni.
«Eh sì, è la fine di un percorso, cominciato con sofferenza al momento della tragedia e declinato negli anni in tutti i processi e le fasi processuali».
Come sono stati questi anni?
«Molto difficili, sia dal punto di vista personale, sia professionale. E soprattutto, veder soffrire le persone a me care è stato veramente difficile da sopportare».
Chi le è stato più vicino?
«Mia moglie Mara è stata straordinaria. Nel supportarmi e nell’incoraggiarmi a ricercare sempre la verità».
Quanti anni aveva quando è successo? Era al primo mandato da sindaco?
«Quando è successo ero a metà del primo mandato. Sono stato eletto nel 2014 a 28 anni, nel 2017 avevo 31 anni».
Un giovane rimasto nel suo territorio a fare il sindaco. Il dolore più grande di tutta questa storia?
«Le vittime. Quello che è successo è straziante dal punto di vista umano e per una piccola comunità è una ferita indelebile nella sua storia. Sì, il dolore più grande é sicuramente quello di aver avuto delle vittime sul nostro territorio».
Che poi molte delle giovani vittime che lavoravano in hotel le conosceva.
«Beh sì, tanti farindolesi, Marinella Alessandro Linda. E Roberto. Ma anche gli altri camerieri che lavoravano su, erano una grande famiglia. Farindola è un piccolo paese dove si conoscono tutti. È stato un dolore tremendo».
Al di là della sentenza che la assolve, si rimprovera qualcosa rispetto a quei giorni prima della valanga?
«No. Non mi posso rimproverare nulla, perché ho sempre agito con senso del dovere e con senso di responsabilità secondo quella che era la carica che ricoprivo in quel momento. E sono sempre stato al fianco dei miei cittadini anche prima della valanga, anche nei giorni e nelle settimane prima che comunque vedevano condizioni climatiche particolarmente severe, quindi fornendo alla cittadinanza tutta l'assistenza necessaria».
Chi si sente di ringraziare oggi?
«In primis, come ho detto, mia moglie, perché mi ha sempre sostenuto e incoraggiato in questi lunghi e difficili anni. Poi sicuramente i miei figli di 5 e 7 anni, perché mi hanno sempre dato il coraggio per andare avanti e ricercare la verità. Poi Cristiana, Massimo e Goffredo e tutti i consulenti che hanno sostanziato le nostre tesi, perché sin da subito hanno difeso umanamente, ancor prima che legalmente, la mia persona che in quel momento era abbandonata delle istituzioni e già condannata dai media. E poi dico grazie anche ai professori Gaito e Brunelli che si sono aggiunti al pool difensivo nella fase della Cassazione».
Ha mai avuto paura di non veder riconosciuta questa verità?
«Beh, ovviamente sì, dopo due condanne sì, anche se il lumicino della speranza, alimentata dalla verità, non si è mai spento».
E quanto è stato difficile, se lo è stato, rinunciare alla prescrizione dopo le due condanne?
«Molto difficile, perché era, come dire, una facile via di uscita. Però la ricerca della verità che ha motivato sempre la nostra difesa sin dalle prime battute ha portato a questa scelta. Oltre al fatto che non volevo lasciare in eredità ai miei figli una verità giudiziaria con delle ombre. In questo senso, il fatto di avere una verità giudiziaria chiara e limpida, con un pronunciamento nel merito, era assolutamente un mio obiettivo e l’abbiamo perseguito fino alla fine».
Immagino però l’attesa della sentenza.
«È stata un’attesa infinita quella dell’11 febbraio».
Come ha passato la giornata?
«Sono stato fisicamente al lavoro, mentalmente in attesa. Attesa che è proseguita a casa, dalle 18 in poi».
Pensa di tornare in politica quando anche sarà chiuso anche l’eventuale ricorso in Cassazione?
«Per adesso no. Ho ripreso la mia attività professionale, manageriale e imprenditoriale che mi dà soddisfazione e mi consente di relazionarmi con tanti professionisti, tecnici e imprese, e con i cittadini».
Cosa fa di preciso?
«Nel 2020 ho fondato un consorzio di imprese, Stabile Rilancio Vestino. Oggi ci sono 30 imprese ed è una bella realtà imprenditoriale».
Chiaramente tra gli obiettivi di rilancio c’è anche quello di Farindola?
«Assolutamente sì».
È deluso dalla politica?
«Un pochettino sì».
Per come si è comportata la politica con lei in questa vicenda, o in generale?
«No, in generale. Nel senso che c’è una distanza tra la vita reale, i problemi dei cittadini e delle imprese con quello che la politica di oggi fa. E non vedo miglioramenti in tal senso».
Sì, ma intendevo come si è relazionata con lei la politica rispetto a quello che è successo a Rigopiano.
«Mi è stata vicina al punto giusto, in quel processo mediatico non si potevano schierare con un sindaco già praticamente condannato».
Quindi li giustifica?
«Sì, li capisco».
A chi dedica questa assoluzione?
«A mia moglie, ai miei figli e al mio babbo, che è il mio angelo custode da 40 anni, perché è morto una settimana dopo che sono nato».
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