Rigopiano

Rigopiano, dopo la sentenza il rammarico dei familiari delle vittime: «Il processo andava svolto fuori dall’Abruzzo»

14 Febbraio 2026

Rossella Del Rosso, sorella di Roberto, tra i 29 scomparsi: «Mancano i politici». E accusa: «A Passolanciano rimasero bloccati 250 studenti, ma lì arrivò la turbina»

PESCARA. Da una parte il sollievo per il processo riaperto con le condanne dei tre funzionari della Regione, dall’altra l’amarezza per la prescrizione dei due dipendenti della Provincia. A pochi giorni dalla sentenza dell’Appello bis, tra i familiari delle 29 vittime resta comunque il dolore per una tragedia che si poteva e si doveva evitare. A cominciare, ribadisce anche Rossella Del Rosso, sorella di Roberto, responsabile dell’hotel, dalla Carta di localizzazione di pericolo valanghe.

Che idea si è fatta, a freddo, di quest’ultima sentenza?

«La sentenza stabilisce la responsabilità della Regione e della Provincia in merito all’aspetto della prevenzione, e relativamente agli imputati rinviati a giudizio dalla Cassazione. Tuttavia soddisfa solo parzialmente la domanda di giustizia. L’iter processuale, sin dal primo grado, ha sollevato dalle rispettive responsabilità coloro che erano preposti alla gestione dell’emergenza nell’ambito della protezione civile, i politici in particolare».

Ma la Corte d’Appello di Perugia ha però portato qualcosa di nuovo.

«Sì, per la prima volta ha riconosciuto pienamente elementi inconfutabili affermati dalla perizia voluta dal giudice di primo grado. Mi riferisco all’assenza di una turbina in tutto il comparto nord della provincia di Pescara e alla mancata applicazione della legge regionale 47 del 1992, emanazione di una legge nazionale per l’Appennino e le Alpi, relativamente alla Clpv che avrebbe evidenziato come l’albergo si trovasse nella “zona rossa della conoide del Monte Siella”».

E quindi, cosa sarebbe cambiato, rispetto all’hotel?

«Nel 2017 erano trascorsi 25 anni dalla promulgazione della legge regionale. Se tale strumento fosse intervenuto prima della ristrutturazione, si sarebbero dovuti mettere in sicurezza non solo l’albergo, funzionante dal 1972, ma anche tutte le altre strutture –il rifugio Tito Acerbo, il camping, il bivio delle 3 province con annessa la stazione Meteomont, la baita della Sceriffa, la casa dei Frati. Allo stesso modo, nel 2007, al momento della richiesta dei permessi di ristrutturazione, si sarebbe dovuto intervenire con garanzie di sicurezza inoppugnabili. Abbiamo l’esempio di Prati di Tivo dove in corrispondenza del Corno Piccolo sono stati installati sistemi di disgaggio contro gli accumuli di neve, per evitare rischi valanghivi ad un sottostante edificio residenziale con negozi».

Tra le accuse che si fanno all’hotel, c’è quella che comunque doveva restare chiuso nei mesi invernali.

«Quale imprenditore investirebbe per tenere chiuso un hotel con il rischio che una valanga lo travolga? Mi sembra un’affermazione di una banale illogicità. Voglio invece ricordare che sia nella prima che nella seconda ondata di condizioni meteo difficili di quel gennaio 2017, furono molte le strutture a rimanere bloccate. A Passolanciano, che venne liberata il giorno 21, evacuarono circa 250 turisti, tra cui una scolaresca molto numerosa, grazie però a una turbina giunta dal nord. A Rigopiano la turbina non c’era».

Ha perso suo fratello sotto la valanga. Qual è il suo maggiore rammarico, al di là dell’ultima sentenza?

«Non so privilegiarne uno su tutti, ma ci provo. Mi rammarico che non avremo mai piena giustizia: penso alle richieste disperate di aiuto, alla telefonata di Gabriele ignorata e “scomparsa”, al mancato intervento di un elicottero militare, alle turbine Anas mai reperite, alle illazioni e al pressapochismo dei funzionari e degli operatori spinti fino al dileggio e all’offesa nei confronti di quei disperati. Se penso a questo e ad altro mi travolge il dolore».

E rispetto a questo lungo iter processuale?

«Sicuramente si sarebbe dovuto ottenere che il processo si tenesse fuori dell’Abruzzo».

Ha frequentato sin da ragazza Rigopiano. Cosa vorrebbe oggi per quella montagna?

«Sono consapevole che nulla potrà essere come prima; mi riferisco a Rigopiano come l’ho vissuto nella mia giovinezza e come mi sforzavo di viverlo con gli occhi di mio fratello, che amava quel luogo e l’aveva valorizzato. Però ci deve essere un futuro per Farindola e la sua montagna, la montagna pescarese da sempre trascurata dalle istituzioni. Non è possibile che rimanga legata alla memoria della valanga. Per questo bisogna che gli amministratori intervengano combattendo l’ostracismo a cui sembra condannata con investimenti, proprio come stanno facendo sul Voltigno e a Campo Imperatore».  (s.d.l.)

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