Roseto degli Abruzzi, dopo due secoli torna il riso in Val Vomano

Niente paludi immense e mondine in acqua: la coltivazione del Carnaroli si fa nelle risaie “in asciutta” del giovane agricoltore locale Mirco Vallese

ROSETO DEGLI ABRUZZI. Dopo quasi due secoli torna il riso nelle campagne abruzzesi. L’esperimento è avvenuto in un fazzoletto di terra a ridosso dell’ultimo tratto del fiume Vomano. Per la precisione sul territorio di Roseto degli Abruzzi (Teramo), dove un giovane agricoltore locale, Mirco Vallese, è riuscito nell’impresa di far nascere chicchi Carnaroli, della varietà Caravaggio, in una zona molto diversa da quella dove tradizionalmente si coltiva il riso. Niente paludi sterminate come in Vietnam o Bangladesh, né paesaggi tipici della bassa padana con immensi campi inondati dove lavorano le mondine chine e con l’acqua fino alle caviglie. Quella di Roseto, infatti, è una risaia cosiddetta “in asciutta”, anche se l’acqua è sempre protagonista. «Ciò che ha fatto scattare in me la molla di provare questa avventura» svela il giovane agricoltore rosetano «è stata proprio l’acqua, o meglio la funzione che ha l’acqua in questa coltura. Essa è fondamentale per la coltivazione del riso, come in ogni altra area coltivata, ma è molto importante per la coltivazione in risaia sommersa perché ha funzioni di termoregolatore».

Roseto degli Abruzzi, torna la coltivazione del riso
Dopo quasi due secoli torna il riso nelle campagne abruzzesi. L'esperimento è avvenuto in un fazzoletto di terra a ridosso dell'ultimo tratto del fiume Vomano, in territorio di Roseto degli Abruzzi (Teramo). Qui un giovane agricoltore locale, Mirco Vallese, è riuscito nell'impresa di far nascere chicchi Carnaroli della varietà Caravaggio in una zona dove di solito si coltiva il grano. Niente paludi steminate, quindi, ma una risaia "in asciutta".

Il giorno l’acqua assorbe calore e le notte lo rilascia, così da evitare i notevoli sbalzi termici tipici delle regioni settentrionali. «A noi in centro Italia e nel mio caso a Roseto» spiega Vallese «lo sbalzo termico tra il giorno e la notte è molto meno accentuato, tanto che d’estate il più delle volte durante il giorno siamo a 30 gradi e di notte a 28. Risolto questo problema ho messo in campo esperienza, buona volontà e tanta speranza».

Ma perché proprio il riso? «Perché era il tassello mancante nella nostra filiera di prodotti» spiega il giovane agricoltore «la nostra è un’azienda agricola che da sempre coltiva ortofrutta, ma che solo negli ultimi anni ha scelto di cambiare rotta. E così, da oltre 100 ettari di terreno siamo passati a 25, riducendo la quantità di superficie coltivata a vantaggio della qualità. Nasce così il nuovo punto vendita aziendale che vede nel rapporto diretto con i consumatori il suo punto di forza». La formula è quindi quella classica “dal produttore al consumatore”, dando così la possibilità a tutti di acquistare prodotti sempre freschi e, soprattutto, a chilometri zero, quindi a basso impatto ambientale. «Oltre ai prodotti ortofrutticoli» aggiunge Vallese «abbiamo le farine prodotte con cereali come il mais, il grano tenero, il grano duro, il farro e l’orzo, sempre di produzione propria. Ma la passione ti spinge oltre e ti porta laddove non avresti mai immaginato. Mancava infatti un tassello, il riso appunto, in particolare riso di produzione propria a chilometri zero come è nella nostra filosofia aziendale. E allora perché non provarci? In fondo si trattava di investire solo qualche centinaio di euro, nulla più”. Così, tra pareri discordanti e lo sconfortante scetticismo dei più, Mirco Vallese si è messo sotto realizzando la prova di coltivazione di riso in asciutta a Roseto con il fondamentale supporto di papà Franco e dell’amico-tecnico Mario Speroni, i complici della “follia”.

«La semina è avvenuta a maggio per evitare i rischi legati a eventuali gelate primaverili» racconta Vallese «dopo appena dieci giorni sono emersi i primi germinelli e con solo tre irrigazioni meccaniche e altrettante di piogge cadute nella stessa estate, sono arrivato alla raccolta ai primi di ottobre con una media di quasi 40 quintali per ettaro. Devo dire che avrei voluto seguire di più questa coltura e dedicargli più tempo, e questo mi rammarica un po’. Sono certo che avrei potuto fare meglio, ma gli impegni estivi sono stati tanti in azienda, pertanto posso ritenermi soddisfatto di questa prova, che nei prossimi anni cercherò di mettere a punto e di migliorare ulteriormente con la speranza che anche altri imprenditori agricoli mi seguano in questa avventura».

Un’avventura destinata a far parlare di sé e che ha già destato molta curiosità soprattutto tra gli esperti del settore, per lo più provenienti dal nord Italia, alcuni dei quali sono stati consultati per avere dei consigli pratici. «L’adozione di un nuovo sistema di risaia in asciutta ridurrebbe il consumo di acque irrigue di quasi il 50%», conclude l’agricoltore rosetano «per non parlare poi degli enormi vantaggi legati all’agibilità dei mezzi meccanici nella risaia in asciutta, rendendo così possibile l’accesso a mietitrebbie e altre macchine a ruote gommate e non più cingolate. Io penso che il ritorno della coltivazione del riso in Abruzzo possa rappresentare una seria possibilità per rilanciare il settore agricolo nella nostra regione».

©RIPRODUZIONE RISERVATA