Sparò e uccise la moglie in strada: chiesto il giudizio immediato. E lui: “Volevo solo intimidire mio figlio”

Il femminicidio di Lettomanoppello. Cleria Mancini aveva 66 anni, è stata uccisa lo scorso 9 ottobre dal marito Antonio Mancini che non viveva più con lei. La Procura di Pescara chiude l’inchiesta per femminicidio e punta ad andare direttamente in Corte d’Assise
PESCARA. La procura di Pescara chiude l’inchiesta sul femminicidio di Lettomanoppello e decide per il giudizio immediato a carico di Antonio Mancini, 69 anni, che il pomeriggio del 9 ottobre dello scorso anno, nella piazza di Lettomanoppello, esplose due colpi di pistola contro la moglie Cleria Mancini, 66 anni, uccidendola.
Il pm Giuliana Rana salta dunque la fase dell’udienza preliminare e chiede al gip di trasmettere gli atti alla Corte d'Assise di Chieti per giudicare il responsabile di questo delitto sul quale non ci sarebbero dubbi di sorta, visto che venne perpetrato davanti a testimoni e sotto le telecamere della zona che ripresero la terribile scena.
Inspiegabile il movente: stando all’imputato, tutto sarebbe accaduto accidentalmente. Una tesi difficile da sostenere per le modalità dell’ “esecuzione” sulla quale l’omicida non è stato in grado di spiegare il perché, ribadendo che con la moglie aveva sempre avuto un buon rapporto nonostante lei lo avesse lasciato per andare a vivere a casa del figlio, ritenuto causa di ogni suo problema.
Certo, stando all’ultimo interrogatorio sostenuto da Mancini il 3 marzo scorso davanti al pm e alla presenza del suo nuovo legale, l’avvocata Alessandra Supino, in quella famiglia si erano incrinati definitivamente certi rapporti, soprattutto tra il padre e il figlio che aveva intrapreso una relazione con una parente, circostanza che Mancini non avrebbe mai accettato. Sta di fatto che quel giorno, dopo un diverbio avuto proprio con il figlio, l’uomo torna a casa con il triciclo elettrico con il quale si muoveva, prende una pistola che era nascosta nel terreno di casa e va a incontrare nel centro del paese la moglie che in quel momento si trovava con il nipote: “vi uccido tutti” la frase che avrebbe urlato mentre si avvicinava alla moglie che invano tentò di farlo desistere.
Originariamente la procura aveva contestato all’imputato anche il tentato omicidio del nipote, ma nell’imputazione definitiva questo reato è sparito, forse anche a seguito dell’ultimo interrogatorio in cui Antonio Mancini ha riferito di non aver mai neppure pensato di colpire il nipote, o degli esami balistici. Questo perché inizialmente si era detto che l’imputato, dopo aver esploso il colpo mortale contro Cleria, ne avrebbe esploso un secondo verso il nipote che si allontanava per paura, colpendo invece una autovettura dietro la quale il ragazzo si nascose.
Ma sotto questo aspetto l’imputazione definitiva spiega l’accaduto, quando sostiene che furono due i colpi esplosi contro la moglie. Il colpo mortale raggiungeva la mano sinistra della vittima che aveva a protezione del torace, raggiungeva il polmone sinistro e penetrava nel cuore; ma l’uomo esplose contro la donna anche un secondo colpo che raggiungeva la vittima alla spalla sinistra. Tutto davanti a testimoni atterriti da quella drammatica scena e sotto le telecamere della zona che riprendevano la sequenza mortale. Poi la fuga di Mancini con il triciclo elettrico verso un bar della vicina Turrivalignani mentre scattava l’operazione dei carabinieri per rintracciarlo.
A Turrivalignani Mancini era alla ricerca di un amico che qualche ora prima aveva assistito al litigio con il figlio: Mancini esplose tre colpi di pistola nel locale, facendo fuggire tutti i clienti, per poi uscire alla ricerca dell’amico sparando un altro colpo verso la sua auto parcheggiata. Fino a quando i carabinieri, che nel frattempo avevano circondato la zona, non intervennero per disarmare e arrestare l’omicida.
Omicidio volontario aggravato dal fatto di essere stato commesso ai danni del coniuge; minacce nei confronti dei clienti del bar; resistenza ai carabinieri e porto abusivo di arma: una pistola che era appartenuta a un agente della penitenziaria e che non si sa come sia finita nelle sue mani e sotterrata chissà da quanti anni nel suo giardino.
Adesso l’ufficio del gip dovrà spedire il fascicolo alla Corte d'Assise di Chieti per la celebrazione del processo a carico di Antonio Mancini.
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LA VERSIONE DELL’IMPUTATO
«Mi sono fatto venti bicchierini di grappa, i colpi mi sono partiti per sbaglio, pensavo di aver visto mio figlio in piazza». È questa la prima giustificazione che Antonio Mancini diede agli inquirenti dopo il delitto della moglie Cleria Mancini.
Poi, dopo aver cambiato alcuni difensori, il 3 marzo scorso Mancini decide di sottoporsi all'interrogatorio del pm Giuliana Rana, assistito dal suo nuovo legale, Alessandra Supino.
E lì rivela tutto il suo accanimento contro il figlio Camillo (parte offesa nel procedimento) che aveva scelto di lasciare la moglie e unirsi ad una parente.
CLERIA E IL FIGLIO
«Il matrimonio con Cleria era sereno e io non l'ho mai maltrattata», racconta Mancini. «I problemi nella nostra famiglia sono iniziati quando mio figlio Camillo iniziò una relazione con una amica, nonché cugina, all'epoca già sposata».
L’omicida racconta anche un episodio che si era verificato sette anni prima con il figlio, quando quest’ultimo, a suo dire, nel corso di un violento litigio lo picchiò e lo colpì con un coltello. «Non lo denunciai e dissi ai carabinieri che mi ero ferito da solo». Per anni i due non si parlano e anche per questo motivo la moglie decise di lasciare la casa coniugale.
LA LITE di QUEL GIORNO
«Il giorno della morte di Cleria», racconta Mancini, «incontrai in piazza mio figlio con il suo cane. Ne nacque subito un litigio verbale. Quando sono tornato a casa Camillo mi ha raggiunto, mi ha bloccato con l’auto, è sceso e mi ha preso a cazzotti, poi se ne è andato». Questa la sua versione. «Io, preso dalla rabbia ho deciso di vendicarmi: mi sono recato nel garage e, per trovare coraggio, ho bevuto una bottiglia di grappa e ho raggiunto un terreno circostante ove sapevo essere stata nascosta una pistola». Mancini spiega che quel nascondiglio glielo aveva indicato un cugino ormai deceduto. «La mia intenzione era di intimidire mio figlio, spaventarlo affinchè smettesse di provocarmi e offendere. Arrivato in piazza incontravo un amico che era presente durante il diverbio con mio figlio: abbiamo bevuto qualcosa al bar poi, quando lui si è accorto della pistola mi ha chiesto spiegazioni e io gli ho detto che volevo solo intimidire Camillo, dicendogli che comunque sarei tornato a casa a riporre l'arma».
GLI SPARI
Sul delitto Mancini non riferisce praticamente nulla: «Non ricordo esattamente cosa è successo successivamente, né ricordo di aver puntato l'arma contro di lei e di averla colpita. Il colpo mi partì accidentalmente e neppure ricordo la presenza di mio nipote, che non avrei certamente mai voluto colpire».
LA FUGA
Poi racconta della fuga. «Ho raggiunto il bar “Serenella” di Lettomanoppello e ho bevuto altre due grappe. Qui ho sparato verso l'alto, non per far del male a qualcuno, ma solamente per sollecitare i presenti ad allontanarsi. Quando mi sono sentito perso perché sapevo che i carabinieri mi stavano cercando, ho raggiunto il bar “La rosa dei venti” di Turrivalignani e, siccome ho visto l’auto del mio amico parcheggiata, l’ho cercato non per fargli del male, ma solamente perché volevo chiedergli di aiutarmi a nascondermi in montagna. Non ricordo se nelle ore precedenti ho visto costui in compagnia di mio figlio».
E invece, stando alle testimonianze, aveva proprio visto il figlio scendere dall'auto del suo amico. «I colpi sparati fuori del locale hanno colpito solo per caso la sua auto».
LE LACRIME
Poi, al termine dell'interrogatorio Mancini si lascia andare e piange: «Sono dispiaciuto di ciò che è successo, ma non volevo uccidere nessuno, neppure mio figlio. Volevo solo spaventarlo. Sono molto pentito di ciò che ho fatto a mia moglie». (m.cir,)
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