Tra la gente che scava per salvare gli amici

25 Agosto 2016

Grande mobilitazione abruzzese: medici, infermieri, volontari in prima linea Nel cuore di Amatrice tutti uniti con la popolazione locale in cerca dei dispersi

INVIATO AD AMATRICE. Tony il fornaio ha bruciato tutto il pane, ma ha salvato la vita. «Ho visto il palazzo cadermi addosso». La signora Adelaide ha dolori ovunque e si lamenta: «Lo dicevo, io, che Amatrice non era sicura». Il poliziotto Fernando bacia nonna Franca tirata fuori dalle macerie: «Io la mamma non ce l’ho più». «Olivia, Olivia», gridano gli amatriciani che scavano con le mani in quella casa a quattro piani che adesso è una villetta schiacciata a pianoterra.

GLI AQUILANI. È l’alba quando, forzando il blocco del ponte a Tre Occhi, dopo aver fatto un salto a Roccapassa (nel cui minuscolo cimitero furono ritrovate, nel 1988, le spoglie rubate di Celestino V) entro nella città dolente. E mi sembra di stare all’Aquila. Sia per lo scenario, sia per le facce e le mani generose che vedo all’opera a due ore dalla scossa. Davanti alla chiesa di Sant’Agostino decapitata, è un medico aquilano, Bruno Mariani, a comandare le operazioni. «Emorragia in corso». «Ossigeno». «Trauma toracico». La scossa lo sorprende nella sua casa di Marana di Montereale. Il tempo di vestirsi ed eccolo qui, stavolta non per gli infortuni dei calciatori. Lui che pure è stato nello staff medico dell’Aquila. «Emorragia in corso». «Ossigeno». «Trauma toracico». I medici aquilani arrivano per primi. Mariani si ferma ad Amatrice, Eugenio Calegaro raggiunge Arquata, Bernardino Bruno si occupa dell’ambulatorio di Montereale. L’Apam (Associazione pubblica assistenza Montereale) con la responsabile Santina Corona, manda su tutte le ambulanze. I volontari arrivano a frotte, da tutto l’Alto Aterno: Capitignano, Campotosto, Cagnano Amiterno, Pizzoli, Barete. Non solo. Con il sindaco dell’Aquila Massimo Cialente e l’assessore Pietro Di Stefano salgono uomini e mezzi dal capoluogo che dista da qui meno di 50 chilometri, e appena 15 dall’ultimo lembo d’Abruzzo, Santa Lucia, frazioncina di Montereale interessata da un crollo. Tra le facce note anche quella di Igino Mosca, sangue aquilano, già visto all’opera nel 2009. E gli uomini dell’Anas, i forestali. Mani che scavano e che smistano, i morti da una parte, i vivi coi vivi, qui nel palasport che diventa ospedale da campo, visto che il paese è spezzato in due ed è impossibile arrivare all’ospedale, quello vero, ma inagibile. Nella megapalestra in prima linea altri aquilani, tra i quali il medico Rodolfo Fanini, originario di Montereale, e la squadra del 118 coordinata dal dottor Americo Scarsella che “manovra” anche quattro elicotteri per volta: «Tu Ancona, tu Teramo, tu L’Aquila. Siamo tutti qui, come ho detto a Delrio, perché “è pane prestato”». Tonino Iannozzi, da Marruci, una vita nell’edilizia, mi porge la mano che è bianca e callosa. «Ho sentito gridare da sotto, ma con le mani puoi fare poco». Amatriciani e aquilani insieme aprono nuove vie con le ruspe e i trattori. Il fa-da-te, ben prima dell’arrivo della grande macchina dei soccorsi. Chiamano casa per casa. Operatori della Misericordia dell’Aquila non si fermano un attimo, come quelli di Bussi e Chieti del 118. Ci sono i ragazzi della protezione civile di Cagnano. E ancora Abruzzo sui simboli degli elicotteri (118, Finanza, vigili del fuoco). C’è anche l’avvocato e consigliere comunale Roberto Tinari. Il furgone con l’imprenditore Graziano Rosone, Fabrizio Santella e Cesellino Del Coco trasporta i viveri di un supermercato che mette a disposizione degli sfollati tutto quello che rimane, a terra e sugli scaffali.

LA PAURA IN CITTÀ. Tutti quelli che sono quassù hanno vinto in un attimo la paura. Giù all’Aquila, come nelle frazioni di Montereale, da Marana ad Aringo, gente in strada. Capannelli di persone col cellulare in mano per trovare l’epicentro. Grande la paura di un secondo 6 aprile. E si corre sui social network: prima Perugia, poi Rieti, infine il luogo di confine tra quattro regioni: Lazio, Abruzzo, Umbria e Marche. Paura anche al Piano Case, con tanto di isolatori sismici. Da qui parte anche Carlo Sordini, l’uomo noto per la protesta contro le maxibollette. Lo trovo appoggiato a una ringhiera, sfinito. «Ho preso tra le mani due fratellini. Uno ce l’ha fatta, l’altro no». Anche lui, stavolta, ha lottato per la vita. Pochi giorni fa, quassù, la “Notte aquilana” ha rinsaldato un’amicizia che abbatte i confini. Nessuno avrebbe mai pensato che sarebbe arrivata anche la notte di Amatrice.

(ha collaborato

Michela Corridore)

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