«Trump, giù le mani dal Venezuela: attacco pericoloso e illegittimo»: la manifestazione ieri a Pescara

Foto di Giampiero Lattanzio
Associazioni e sindacati si riuniscono in corso Umberto per protestare. Acerbo (Prc): «Violato il diritto internazionale, rilasciate Maduro»
PESCARA. Cala la notte e Pescara rallenta il passo. Il rumore delle auto si fa più distante, le voci si abbassano e, in mezzo al flusso ordinario di corso Umberto, compare una frase netta, scritta a mano, sollevata come un avvertimento più che come uno slogan: «Trump: giù le mani dal Venezuela». Attorno a quel cartello, alle 18, si è raccolto un piccolo presidio – circa 50 persone – ferme nello spazio e nel tempo per dire “no” all’attacco degli Stati Uniti al Venezuela, avvenuto nella notte tra venerdì e sabato 3 gennaio. Non una piazza rumorosa, ma una presenza vigile. Un presidio misurato nei toni, composto nei gesti, eppure attraversato da una tensione profonda, politica prima ancora che emotiva.
Dal cuore della sinistra ai comitati ambientalisti, dai movimenti per la pace alle sigle sindacali, il fronte che ha promosso l’iniziativa è ampio e variegato: Rifondazione comunista, Avs, Forum H2O, Paese Comune, Bds Pescara, l’Associazione nazionale di amicizia Italia-Cuba, insieme a Cgil, Cobas, Arci, Usb, Mediterranea Pescara, Radio Città Pescara, Movimento 5 Stelle e altre realtà del territorio. Un mosaico di sigle diverse che, per un pomeriggio, ha trovato un punto di convergenza nello stesso messaggio: fermarsi, prendere posizione e non restare in silenzio.
Un punto ribadito con forza da Maurizio Acerbo, segretario nazionale del partito di Rifondazione comunista, intervenuto durante il presidio con parole dure e cariche di memoria storica. «Nessuna norma internazionale autorizza gli Stati Uniti a bombardare un altro Paese, a colpire obiettivi militari con effetti sulla popolazione civile o a sequestrare il presidente eletto, Nicolás Maduro, e la moglie». Un’azione che, a suo avviso, richiama scenari già visti: Iraq e Libia sono due dei Paesi citati da Acerbo come esempi di interventi occidentali che hanno lasciato dietro di sé territori devastati e sovranità svuotate. «Speriamo che il Venezuela non faccia la stessa fine», è il senso dell’allarme lanciato con il timore che, anche questa volta, il prezzo più alto venga pagato dalla popolazione. Accanto a lui Walter Rapattoni, segretario dell’associazione Amicizia Italia-Cuba Pescara Abruzzo, Marco Coco, membro della medesima associazione, e la giornalista Daniela Senepa, che ha invece posto l’accento su quello che ha definito come «un pensiero critico unitario»: la convinzione che non si possa accettare lo scambio tra «libertà e interessi economici». Senepa e l’associazione hanno poi ricordato come le principali rotte del narcotraffico passano da Colombia e Messico. «Ci dispiace molto per i venezuelani che hanno vissuto 26 anni di regime, quello che non accettiamo è la manipolazione della loro sofferenza. L’intervento degli Stati Uniti è una trappola e spero – avendo familiari in Venezuela – che non paghino il prezzo di questo tranello. I venezuelani devono ricordarsi che non siamo perfetti sconosciuti: c’è tanta Italia in Venezuela e tanto Venezuela in Italia. La pace non è uno slogan, ma una scelta quotidiana».

