Una severa lezione, l’editoriale del direttore

10 Marzo 2026

Vincere una volta può essere un caso; la seconda una conferma, ma la terza è un premio dei cittadini

PESCARA. Non mi farò degli amici, scrivendo queste note sulle elezioni di ieri, ma tutti quelli che mi conoscono sanno che sono riflessioni che faccio da tempo: le ho tenute per me, aspettando che finissero le operazioni di scrutinio. Primo punto. Il centrosinistra perde, e questa per lui è una severa lezione.

Si potrebbe subito dire: sei ingiusto, se guardi i numeri in percentuale il centrosinistra e il Pd hanno ripreso praticamente i loro voti della prima elezione: sono Pettinari e Fusilli che hanno perso parte dei loro consensi. Chiunque sia cresciuto raccontando la politica della Prima (e anche della Seconda) Repubblica sa che non è così. Le vittorie più importanti dalla Democrazia Cristiana a Silvio Berlusconi, a Romano Prodi, a Giorgia Meloni sono state determinate dal rapporto con altri soggetti politici, e dalla capacità di saperlo gestire. La Dc, dopo la storica sconfitta del 1953, costruì la sua quarantennale alleanza con il Pli, il Pri, e poi Psdi anche se non aveva bisogno dei loro voti. Berlusconi vinse addirittura “inventandosi” il Ccd di Casini e della Fumagalli Carulli (di cui Michele Serra scriveva: «Ha i capelli pettinati con il Kalashnikov»).

Ma pochi ricordano che il vero cilindro nel cappello del Cavaliere fu la capacità di tenere insieme l’impossibile con una doppia alleanza tra due partiti che allora erano in conflitto insanabile: al Nord Berlusconi era alleato nei collegi con Bossi (contro Fini). Al Centro e al Sud era alleato con Fini (contro Bossi). Ma allo stesso tempo va detto che l’Ulivo di Prodi, nel 1996, vinse grazie al patto di desistenza con Rifondazione (oggi non più possibile per via della legge elettorale). E che il colpo di grazia al Cavaliere, in quel 1996, lo diede la Fiamma Tricolore di Pino Rauti, che in alcuni collegi (ad esempio a Roma) tolse fino a sei punti al centrodestra.

A Roma, vestita in tuta, attaccava i manifesti con secchio e colla anche la figlia di Pino, Isabella, che oggi è sottosegretaria di Fratelli d’Italia. In tempi più recenti – nel 2022 – la Meloni ha vinto con meno voti delle opposizioni perché Enrico Letta si dimostrò incapace di (anzi, proprio non volle) costruire una alleanza che andasse fino al M5S. E torniamo a Pescara: di Pettinari si può essere alleati o nemici. Se gli elettori capiscono che stai nel limbo, o sogni un inciucio al secondo turno, è ovvio lo ammazzi. Ma io, se fossi nei panni del centrosinistra, mi interrogherei anche sui miei consensi: possibile che Masci (che aveva perso tre punti nei sondaggi dello stesso istituto di Noto solo dieci giorni fa) abbia recuperato sei punti nel voto reale?

Significa che, con una partecipazione alta, il sindaco in carica è riuscito a dire cose nuove, a nuovi elettori che non lo avevano votato. Conosco già l’obiezione dei dirigenti del Pd: «Ma quelle sono le clientele di chi governa!». E perché? Io rispondo: non c’erano anche gli incazzati dei parcheggi? Non c’erano quelli preoccupati per cantieri e sicurezza? L’idea che il centrodestra abbia trasformato l’Abruzzo in “Melonia” (ovvero controllare L’Aquila e Pescara, governare da due mandati la Regione) solo grazie a dei “clientes” è un alibi troppo facile.

In realtà, bisognerebbe dire che il centrosinistra ha fatto poco o nulla per vincere. Immobile dopo la sentenza del Tar (un mese). Immobile dopo la decisione del Consiglio di Stato (un altro mese). Non è un mistero che Carlo Costantini e i suoi alleati avrebbero preferito una ripetizione totale del voto. E io stesso credo (e ho scritto) che questo “rivoto” parziale in sole ventitré sezioni sia stato un assurdo politico (era cambiato il corpo elettorale!). Ma una volta che questo è stato deciso, tu che fai? Scendi in campo per giocare la partita o no? Il centrosinistra invece – questa è l’impressione che abbiamo avuto in redazione – non è mai uscito dallo spogliatoio: non ha fatto nessuna manifestazione di piazza, la sera del giudizio (né mai dopo di allora).

E poi si è raccontata una fantastica balla, per giunta credendoci: «Ma la nostra apertura della campagna elettorale era il comizio di Elly Schlein!». E no, non scherziamo: quella era anche (tutti i media nazionali l’hanno giustamente raccontata così) l’apertura della campagna referendaria del “No”. E soprattutto: in quei giorni era passato un mese senza che nessuno avesse organizzato null’altro a livello cittadino. La verità è che – per l’ennesima volta – a parte l’eroico esperimento di campagna elettorale porta a porta dei giovani Pd di Saverio Gileno e Claudio Mastrangelo (eroici perché erano partiti gasati e strada facendo si sono depressi), le iniziative “sul campo” sono state poche o nulle. E questo perché in una regione in cui è faticoso battersi e sbattersi per vincere, è sempre più facile restare fermi e concorrere tra “i perdenti piazzati”. Prendersi, cioè, una rendita di opposizione, il reddito di cittadinanza della politica.

Non è la prima volta che accade, e dunque che lo scrivo. Due immagini mi hanno inquietato prima del voto: il comizio finale con i video dei leader di coalizione. E un incontro (casuale) con il candidato Costantini per strada, in centro a Pescara. Era completamente solo. Il che non era un caso, perché le ultime ore di un candidato sono come gli ultimi dieci minuti di un mondiale. Se sei in campo da solo può significare solo tre cose: o stai sbagliando tu, o sta sbagliando la tua squadra, o state sbagliando entrambi. Io ero e resto convinto che in questi giorni – tra referendum e guerra – il governo stia vivendo il suo momento peggiore dalla sua nascita a oggi.

Crisi economica, un fidanzamento promiscuo e inspiegabile con Trump, le accise che salgono, le bollette che esplodono, le acrobazie dialettiche da scioglilingua. Gli show dei ministri in formato-Crozza. E poi c’è lei, Giorgia: cosa significa «non condivido e non condanno» sull’attacco all’Iran? Poco o nulla, sopratutto per chi conosce la sua capacità comunicativa. Ma Pescara, se i voti locali sono un test, dà una lezione a tutti. Si può vincere (anche) con una campagna elettorale imperfetta, ma vincere con una non-campagna elettorale non è difficile. È impossibile.

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