Valentinetti: «Giovani smarriti, tocca agli adulti non lasciarli soli»

5 Aprile 2026

L'arcivescovo interviene dopo gli ultimi casi di cronaca: «Servono esempi credibili contro la spirale dell’odio»

PESCARA. Proprio come i discepoli accanto a Gesù, i giovani di oggi «smarriti e disorientati» hanno bisogno di trovare negli adulti un’ancora sicura. Ed è proprio a loro che monsignor Tommaso Valentinetti, arcivescovo della diocesi Pescara-Penne, rivolge il suo appello nel giorno della Resurrezione, quando il perdono vince sulla violenza: «Cristo non risponde alla violenza con altra violenza, ma con il dono di sé». Sono gli stessi giovani che, talvolta all’insaputa dei grandi, finiscono coinvolti in vicende che fanno paura: dal 17enne accusato di aver progettato un attentato in un liceo, allo studente di Tortoreto coinvolto in un’inchiesta sull’eco-terrorismo, fino ai troppi episodi di violenza e risse tra coetanei. Di fronte a questo scenario, Valentinetti si rivolge agli adulti chiamandoli a una responsabilità educativa più profonda: «Dobbiamo camminare al loro fianco, imparare ad ascoltarli senza cedere al giudizio e offrire esempi che siano davvero credibili. Solo attraverso questa vicinanza autentica possiamo aiutarli a non scivolare nella spirale della paura o, peggio ancora, in quella dell’odio».

Eccellenza, che significato assume oggi celebrare la Pasqua in un mondo attraversato da conflitti, violenza e atti di terrorismo?

«Celebrare la Pasqua oggi significa scegliere di stare dentro le ferite del mondo senza smettere di credere nella speranza. Non è una festa lontana dalla realtà, ma una luce che illumina proprio le situazioni più oscure. In questi giorni difficili per il mondo, pensando ai luoghi di guerra, alle scelte dei potenti, ma anche alla meditazione della Via Crucis di Papa Leone, alla sua condanna forte contro chi decide questi conflitti, la liturgia ci ricorda una verità, che Cristo non evita il dolore dell’umanità, ma lo attraversa e lo trasforma. È un messaggio profondamente attuale: non possiamo ignorare il male che ci circonda, ma siamo chiamati a non lasciarci determinare da esso. La Pasqua diventa allora una responsabilità: quella di essere, ciascuno nel proprio contesto, segni concreti di pace, di giustizia e di riconciliazione».

Negli ultimi giorni in Abruzzo si sono registrati episodi legati al terrorismo che hanno coinvolto giovanissimi: come aiutarli a non cadere nella paura o nell’odio?

«Ecco, hai detto bene: aiutarli. È proprio questa la parola chiave. I giovani non vanno lasciati soli davanti alla complessità del mondo. La Pasqua stessa è un cammino: i discepoli attraversano dubbi, paura, delusione. Pensiamo ai discepoli di Emmaus: smarriti, disorientati, eppure accompagnati. È proprio attraverso la testimonianza, l’ascolto e l’aiuto reciproco che ritrovano la speranza. Dobbiamo fare lo stesso con i nostri ragazzi: camminare con loro, ascoltarli senza giudicare, offrire esempi credibili. Solo così possiamo aiutarli a non cadere nella spirale della paura o, peggio, dell’odio».

Social e web spesso amplificano paure e messaggi estremi: come aiutare i ragazzi a sviluppare uno spirito critico e responsabile?

«I social mettono talvolta in mostra il peggio di noi. Siamo osservati da tutti, ma in fondo è come se non ci sentissimo davvero osservati. Quel gesto apparentemente semplice – premere “invio”– può diventare un atto carico di conseguenze. Educare i giovani, ma anche noi adulti, significa comprendere che ogni parola ha un peso, che la libertà digitale è inseparabile dalla responsabilità. Occorre insegnare loro a fermarsi, a riflettere, a discernere».

Negli ultimi casi accaduti, sono stati proprio i genitori i primi a rompere il silenzio. Spesso le famiglie faticano a comprendere il mondo dei figli: da dove si può ripartire per ricostruire fiducia e dialogo?

«Si riparte dall’ascolto. Non da grandi discorsi, ma dalla disponibilità a fermarsi e ad accogliere. I genitori non devono avere paura di mostrarsi anche fragili, di dire “non capisco, ma voglio capire”. È proprio in questa umiltà che nasce il dialogo vero. La fiducia si costruisce nel quotidiano: con la presenza, con il tempo condiviso, con l’attenzione autentica. I figli hanno bisogno di sentirsi guardati, non controllati; accompagnati, non giudicati, amati».

La Pasqua invita anche al perdono: quanto è importante questo valore oggi?

«La Pasqua è perdono. È il perdono che scaturisce dalla croce, quando Cristo non risponde alla violenza con altra violenza, ma con il dono di sé. Oggi il perdono è forse uno dei valori più urgenti e più difficili. In una società spesso segnata dalla contrapposizione e dal risentimento, il perdono non è debolezza, ma una forza straordinaria. Non significa dimenticare o giustificare il male, ma scegliere di non esserne prigionieri. È un atto di libertà, personale e sociale».

Pasqua vuol dire anche rinascita: da cosa devono “risorgere” oggi i giovani, secondo lei?

«I giovani oggi devono risorgere soprattutto dalla solitudine, dalla sfiducia e dal senso di vuoto. Vivono in un mondo pieno di stimoli, ma spesso povero di senso. Devono risorgere dalla paura di non essere all’altezza, dall’ansia di dover apparire perfetti, dalla tentazione di chiudersi in sé stessi. La Pasqua dice loro che è possibile ricominciare, sempre. Che nessuna caduta è definitiva, se si ha il coraggio di rialzarsi».

Come educare le nuove generazioni a diventare costruttori di pace, evitando che restino spettatori passivi della violenza?

«La pace non si insegna solo con le parole, ma con la vita. I giovani imparano ciò che vedono. Se vedono adulti capaci di dialogo, di rispetto, di perdono, impareranno a loro volta a costruire pace. Se invece vedono conflitto e divisione, interiorizzeranno quelle dinamiche. Bisogna coinvolgerli, responsabilizzarli, farli sentire protagonisti. La pace non è un’idea astratta: è una scelta quotidiana, fatta di piccoli gesti concreti».

In occasione della Pasqua, qual è il messaggio che sente più urgente?

«Il messaggio più urgente: non perdiamo la speranza. La Pasqua ci dice che, anche quando tutto sembra perduto, Dio sta già preparando una strada nuova. Non sempre la vediamo subito, ma esiste. Oggi più che mai abbiamo bisogno di credere che il bene è possibile, che la pace è possibile, che l’uomo può cambiare. E ciascuno di noi può essere parte di questa rinascita».

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