Vinitaly 2026: l'Abruzzo resiste ai dazi USA e punta su nuovi mercati

Il peso dei dazi frena i compratori Usa, ecco come i vitivinicoltori abruzzesi corrono ai ripari
VERONA.
Chi vuo’ fa’ l’americano al Vinitaly? Stelle e strisce non se ne vedono, troppo impegnate a fare i calcoli con i dazi e con l’orecchio alle intemperanze da Washington, tra un attacco all’Iran e uno al Papa. L’effetto Trump con i dazi si sente, eccome. Per la disperazione delle decine di migliaia di ristoratori italiani che negli Stati Uniti d’America aspettano il Montepulciano, si sognano la notte il Cerasuolo, bramano il Trebbiano e il Pecorino. Sono i figli e i nipoti dei primi emigranti, quelli che arrivarono negli States con la valigia di cartone e i sogni nel cuore. Molti muratori, carpentieri, operai, facchini, ma anche una moltitudine di cuochi e lavapiatti. E quanti vivi in un Paese lontano, con un Oceano che divide la realtà dalle speranze, che ti fa vivere in una dimensione diversa, ti attacchi ai ricordi. I ricordi di un sapore, di un odore, di un’idea di casa.
E quando non ce l’hai a portata di mano la casa, quando non puoi fare altro che alimentare le leve della memoria, è proprio in quel momento che pensi: “Se non posso tornare a casa io, devo portare casa qui, in territorio straniero, per farlo diventare meno straniero che posso”.
Nascono così le decine di migliaia di ristoranti italiani, che per essere tali non possono prescindere dalla preparazione di cibi italiani e dalla mescita di vini della nostra terra. E così, per anni, casse di Montepulciano, Cerasuolo, Trebbiano, Pecorino, Passerina, Cococciola, su aerei e navi cargo hanno fatto spola tra Italia e Stati Uniti. Finché la strategia economica di un presidente dalla zazzera bionda non ha deciso di imporre dazi pesanti sui vini. Risultato? Pochissimi buyer (compratori) americani in giro tra gli stand italiani del Vinitaly. E l’Abruzzo non fa eccezione. «Ma si vedono tanti sudamericani ed europei che sono super interessati ai nostri prodotti», suggerisce Alessandro Nicodemi, presidente del Consorzio tutela vini d’Abruzzo. Ci vorrebbe un Renato Carosone per cantarla all’americana, anzi agli americani. L’America, quella per antonomasia, non la fa nessuno. L’Abruzzo, per parare il colpo, fa quadrato e si lancia su altri Paesi. Ma l’America, quella del sogno, non si sostituisce facilmente. C’è da soffrire, sperando che qualcosa cambi. O che qualcuno cambi, o meglio ancora che venga cambiato. Ma questa è un’altra storia. Per ora pensiamo positivo, c'è tutto un mondo da scoprire. Anche fuori dagli Stati Uniti.
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