«Violati i diritti dei detenuti», al via il processo all’ex direttrice del carcere di Pescara

Omissioni di atti d’ufficio. Per l’accusa, Armanda Rossi (nella foto) ha ignorato gli “inviti” dei reclusi e del magistrato di sorveglianza. Respinta la richiesta del difensore di spostare il procedimento a Campobasso. Il 21 maggio si andrà in aula
PESCARA. Dal 21 maggio entrerà nel vivo il processo a carico della ex direttrice del carcere San Donato di Pescara, Armanda Rossi, accusata di una serie di presunte omissioni di atti d’ufficio ai danni di diversi detenuti.
Ieri il collegio presieduto da Maria Michela Di Fine ha aperto ufficialmente il dibattimento dopo aver rigettato una eccezione di competenza territoriale avanzata dal difensore dell’imputata, l’avvocato Massimo Solari, che chiedeva lo spostamento del processo a Campobasso in quanto fra le parti offese figurava l’ufficio di sorveglianza con il magistrato responsabile Marta D’Eramo.
Il collegio ha ritenuto invece che la parte offesa non è il magistrato di sorveglianza, ma l’ufficio che dirige e rappresenta per cui il processo resterà a Pescara. L'inchiesta, condotta in prima persona dal procuratore Giuseppe Bellelli, partì proprio da un esposto della D’Eramo che venne approfondito con ogni tipo di riscontro, fino a giungere davanti al gup che dispose il rinvio a giudizio dell’imputata. Ma il magistrato di sorveglianza, che con la Rossi ebbe un corposo carteggio relativo alle varie situazioni sollevate dai detenuti e anche da alcuni avvocati, portate alla sua attenzione, non figura nell’elenco dei testi della pubblica accusa.
I TESTIMONI
Ci sono 22 testi, fra cui un avvocato e tutti i detenuti interessati alla vicenda, ma non il magistrato che dovrebbe esplicitare al collegio il perché del suo esposto e delle sue doglianze con la ex direttrice. Ben 25 sono invece i testi elencati dalla difesa, fra cui figurano il presidente del tribunale di sorveglianza dell’Aquila all’epoca dei fatti, Maria Rosaria Parruti, la stessa D’Eramo, e Federico Di Carlo, magistrato di sorveglianza della Corte d’appello dell’Aquila. Fra i testi della difesa, oltre all’ex garante dei detenuti, Gianmarco Cifaldi, figura anche l’attuale consigliere comunale Domenico Pettinari che è stato ammesso dal collegio con una sorta di riserva in quanto al momento la sua testimonianza non viene ritenuta utile ai fini delle contestazioni sollevate contro l’imputata Rossi.
Ma uno degli obiettivi dell’avvocato Solari, è proprio quello di far emergere lo stato di grave criticità in cui si trovava la struttura penitenziaria sotto la dirigenza della Rossi: le carenze igieniche, il sovraffollamento, la presenza di detenuti psichiatrici senza che la Casa Circondariale fosse in grado di affrontare tali problematiche per mancanza di personale specializzato e via discorrendo. Ma il tribunale, che ha invitato le parti a ridurre i testi, vuole accertare la sussistenza o meno delle presunte omissioni della ex direttrice. Parte civile si è comunque costituito soltanto un detenuto (assistito dall’avvocata Paola Petta) che ha chiamato in causa anche il responsabile civile e cioè l'avvocatura dello Stato rappresentata dall’avvocato Domenico Pardi.
RISARCIMENTO DANNI
La parte civile chiede 45 mila euro di risarcimento danni per l’episodio che riguarda il proprio assistito ed è relativo a una contestata perquisizione personale con denudamento totale che avrebbe subito, a detta del suo legale, in maniera arbitraria e senza ragione e in violazione delle normative anche europee a riguardo.
VENTI EPISODI
Il capo di imputazione riporta comunque una ventina di episodi omissivi: comportamenti che secondo l’accusa violano i diritti del detenuto. Contestazioni che partirebbero dal giorno del suo insediamento a Pescara (attualmente Rossi dirige il carcere di Frosinone dopo il trasferimento disposto d’urgenza a seguito della rivolta in carcere del febbraio dello scorso anno per il suicidio di un detenuto) e che riguarderebbero le richieste dei detenuti che finivano in un cassetto, così come non sempre la Rossi forniva risposte adeguate alle sollecitazioni del magistrato di sorveglianza.
LA VERSIONE DI ROSSI
Interrogata dopo l’avviso di conclusione delle indagini, la Rossi aveva fornito la sua lettura ad ogni contestazione, tanto che il suo legale aveva chiesto l’archiviazione affermando che «il carcere è stato consegnato alla mia assistita in una condizione di desolante abbandono sotto tutti gli aspetti, con una elevata percentuale del personale che agiva con modalità lavorative disfunzionali e con superficialità: di fatto il carcere era in mano al totale arbitrio del singolo operatore». Scaricando, di fatto, ogni responsabilità sui suoi collaboratori. Ora giudicherà il tribunale.

