Violenze di genere, l’intervista: «Orfani di femminicidio dimenticati dalle istituzioni, manca supporto emotivo»

La testimonianza di Giuseppe Delmonte (associazione Olga) ospite a Pescara: «Mia madre uccisa con 7 colpi d’ascia, poi la depressione e la rinascita in terapia»
PESCARA. «Con il tempo impari a conviverci, a gestire il dolore, ma non nascondo che ogni sera quando metto la testa sul cuscino il pensiero va a mia madre». In questa frase si nasconde il peso di 29 anni di assenza, mancanze e silenzi. Giuseppe Delmonte è uno degli orfani speciali – o vittime invisibili – di femminicidio: era il 26 luglio del 1997 quando sua madre Olga fu uccisa per le strade di Albizzate, in provincia di Varese, con 7 colpi d’ascia inferti dall’ex marito. Dopo un percorso di terapia e la voglia di ricominciare, Delmonte fonda l’associazione “Olga – Educare contro ogni forma di violenza”, di cui oggi è presidente, per promuovere la tutela dei diritti e il contrasto alla violenza di genere. Oggi porta la sua storia a Pescara, nella sala Tosti dell’ex Aurum, in occasione dell’evento “Orfani speciali, vittime invisibili di femminicidio”, insieme alla presidente della Commissione parlamentare e deputata, Martina Semenzato.
Delmonte, a distanza di anni dall’evento, come si sente?
«Oggi posso dire che sto meglio, soprattutto grazie alla terapia. Sono una persona diversa rispetto a quella che ero, ma non è stato un percorso semplice né rapido. Per circa vent’anni ho vissuto in un silenzio totale, perché subito dopo che mia madre è stata uccisa non ho ricevuto alcun tipo di supporto psicologico. Ho dovuto imparare a sopravvivere da solo, senza strumenti. Solo più avanti, quando ho raggiunto una minima stabilità economica, ho iniziato un vero percorso terapeutico».
Perché non ha avuto alcun aiuto?
«Perché le istituzioni semplicemente non c’erano. Parliamo del 1997, un periodo in cui il termine “femminicidio” non esisteva ancora nel linguaggio pubblico e giuridico, e nemmeno il reato di stalking era riconosciuto, cosa che sarebbe avvenuta solo molti anni dopo. La violenza domestica veniva spesso minimizzata o relegata a una questione privata. Oggi qualcosa è cambiato, ma resta una grande ferita aperta»
Ovvero?
«I figli delle donne uccise continuano a non essere visti, a non essere presi in carico davvero. Pensi che non esiste neanche un osservatorio a loro dedicato, quindi non sappiamo quanti sono».
Cosa è migliorato e cosa, invece, manca ancora?
«È stata introdotta una legge a tutela degli orfani di femminicidio, ed è sicuramente un passo avanti. Ma è una legge che funziona solo se sei tu a conoscerla e a richiederla. Se non fai domanda, lo Stato non ti cerca, non ti intercetta e non ti accompagna. Ed è proprio per questo che abbiamo sentito il bisogno di nascere come associazione: per fare informazione nelle scuole, ma anche formazione rivolta a magistrati e forze dell’ordine».
Si spieghi meglio.
«Esiste una grande disuguaglianza territoriale. Un femminicidio avvenuto in una grande città viene gestito in modo diverso rispetto a uno che accade in un piccolo centro. È notizia recente che, a fronte di 21 milioni di euro stanziati, solo 3 milioni siano stati effettivamente spesi per gli orfani di femminicidio. Non perché non ci sia bisogno, ma perché quelle risorse non vengono intercettate. Se non sai che esistono, non puoi usufruirne».
Quali sono le lacune più gravi?
«Manca una presa in carico globale delle famiglie. Non si può pensare, ad esempio, di non offrire sostegno psicologico anche ai nonni materni, che dopo aver perso una figlia si ritrovano a dover crescere dei nipoti traumatizzati. È una responsabilità enorme, che arriva nel momento del dolore più profondo. Lo definisco “ergastolo del dolore”. E poi ci sono i figli, che restano nell’ombra: nessuno si chiede davvero che fine facciano dopo che la madre viene uccisa».
Che tipo di bambini e ragazzi sono?
«Sono definiti “orfani speciali” perché il loro lutto è diverso da tutti gli altri: non piangono solo una madre, ma una madre uccisa dal padre o dal compagno. Spesso arrivano da anni di violenza assistita, di abusi psicologici e fisici. Tutto questo produce conseguenze pesanti: disturbi alimentari, difficoltà di adattamento, anche depressione. Sono bambini che portano sulle spalle un carico enorme, in Italia si stima che siano circa tremila».
Torniamo a lei. Aveva 19 anni quando è successo. Come ha affrontato la vita quotidiana?
«In quel periodo ero sotto scorta, perché c’era il timore concreto che mio padre potesse uccidere anche noi figli. Il giorno del funerale sarei dovuto partire per il servizio militare, ma mi fu impedito proprio per questa situazione. Nel frattempo dovetti trovarmi un lavoro, per necessità. Mio fratello e mia sorella mi aiutarono economicamente: ci siamo sostenuti a vicenda per sopravvivere».
Qual è stata la ferita psicologica più difficile da affrontare?
«Quello che ci ha distrutti è stata la crudeltà del gesto: sette colpi d’ascia. Davanti a una violenza così estrema la mia mente ha reagito con la dissociazione, era l’unico modo per proteggermi. Non volevo parlarne e non volevo ricordare. Il mio cervello ha cancellato tutto, anche i ricordi belli che avevo con mia madre, e lavoravo tutto il giorno per non pensarci».
Il dolore, con il tempo, è andato via?
«Non scompare mai, impari solo a gestirlo. Ma non c’è paragone rispetto a quello che provavo prima: una settimana dopo il fatto ho avuto pensieri molto bui, non lo nascondo».
E cosa è successo dopo?
«È arrivata la vergogna. Quando incontravo persone nuove e mi chiedevano cosa facessero i miei genitori, mentivo: dicevo che erano morti in un incidente stradale. Ma sono ferite che non restano sepolte per sempre, prima o poi riemergono».
È capitato anche a lei?
«Sì. Dopo la fine di una relazione sono crollato in una fase di depressione. Pensavo che fosse quella la causa del mio malessere, ma in terapia ho capito che il vero nodo era il trauma, mai elaborato, del passato».
È in quel momento che ha deciso di fondare l’associazione?
«Il progetto nasce quando mi rendo conto che, andando nelle scuole, i ragazzi erano molto interessati alla mia storia. Così ho capito che serviva qualcosa di più strutturato, una presenza continua, anche perché molti giovani non conoscono nemmeno il concetto di legalità».
Cosa direbbe a chi vive una situazione di violenza assistita?
«Oggi esistono più strumenti rispetto al passato, non viviamo più negli anni ’90 quando era vietato persino parlarne, ma dico sempre che è fondamentale non voltarsi dall’altra parte. Anche sapere che qualcuno subisce violenza e fare finta di nulla è una forma di complicità».
E a chi sostiene che, in quanto genitore, il perdono è sempre dovuto?
«Rispondo raccontando un episodio preciso: dal carcere mio padre mi scriveva lettere chiedendomi perdono. Io ero in terapia e decisi di andarlo a trovare per chiudere quella parentesi della mia vita. Lì ho scoperto che mi chiedeva perdono solo perché aveva chiesto la grazia al Presidente della Repubblica. Quando gli dissi che mi aveva rovinato la vita, lui rispose che la sua, invece, era rovinata. Quello che voglio dire è questo: stiamo parlando di narcisisti patologici, non dimentichiamolo».

