Yelfry ferito 4 anni fa nella sparatoria al bar: «Non posso correre con mio figlio, ma vado avanti per lui. Lo Stato mi ha abbandonato»

Pescara. Il 27enne di origine dominicana, oggi sulla sedia a rotelle, si racconta: «Vivo questa tragedia ogni giorno sulla mia pelle. Pretendo giustizia»
PESCARA. «In questi anni sono cambiato tanto come persona. Prima lavoravo sempre, non avevo tempo da dedicare agli altri. Adesso, invece, trascorro le giornate con la mia famiglia, mio figlio e la mia ragazza. Ho riscoperto valori che prima trascuravo. Anche perché ho capito una cosa: la vita cambia in un attimo». Tra le mura del suo appartamento a Chieti Scalo il profumo del caffè dominicano si mescola al calore della famiglia. Yelfry Rosado Guzman, 27 anni, originario della Repubblica dominicana, ci invita a varcare la soglia della sua abitazione per ricordare una data che ha segnato un punto di non ritorno: 10 aprile 2022. Quel giorno, mentre lavorava come cuoco in un locale di Piazza Salotto, i colpi di pistola di un cliente lo hanno costretto a stare, per tutta la vita, su una sedia a rotelle. Oggi, a distanza di quattro anni dal fatto, Guzman riavvolge il nastro di una vita stravolta, sospesa tra l’infinito amore dei suoi cari e la comprensibile rabbia per un destino ingiusto.
Yelfry, a quattro anni di distanza dall’evento, come vive questo periodo?
«Sono giorni difficili da affrontare, ci sono dei momenti dove mi sento giù. Ho la fortuna di avere mia madre, Melani, che ogni giorno mi dà la forza di andare avanti insieme a mio figlio. Questo per me è l’aspetto più importante: stare in famiglia mi dà serenità».
Come trascorre le sue giornate?
«La maggior parte del tempo lo dedico alla terapia, poi faccio sport perché mi devo mantenere in forma e, soprattutto, sto con mio figlio, con la mia compagna, con tutti. Cerco di riempire le giornate così, tra impegni e affetti».
Ma spera di poter tornare a camminare?
«Per ora no, purtroppo non ci sono stati miglioramenti anche se sono seguito tutti i giorni. E l’intervento non si può ripetere».
Però il pugilato lo pratica ancora...
«Sì, per fortuna. È la mia passione e mi fa stare meglio».
In questi anni è riuscito a trovare un lavoro?
«No, la verità è che non ancora l’ho cercato: non mi sento pronto. Non ho paura e non sono traumatizzato da quello che è successo, anche perché ho sempre avuto una personalità forte. Ma credo sia ancora presto: preferisco pensare, al momento, alle mie condizioni».
Torniamo indietro nel tempo: cosa ricorda di quel giorno?
«Ricordo tutto. Ogni volta che mi guardo allo specchio le scene mi tornano in mente. Perché io non sono nato in sedia a rotelle: è una tragedia che, ogni volta che mi sveglio la mattina, sono costretto a vivere sulla mia pelle».
Qual è stata la difficoltà più grande?
«Non poter fare più quello che facevo prima come, ad esempio, giocare con mio figlio – che oggi ha 7 anni – camminare o correre. Ero un ragazzo molto attivo prima, energico e sempre in movimento. Non mi fermavo mai e pensi che ho iniziato a lavorare all’età di 14 anni: mi svegliavo alle 5 del mattino, andavo a pulire un supermercato e poi andavo direttamente a scuola. L’ho fatto per 3-4 anni, poi ho finito le superiori e sono andato a lavorare lì, dove è successo tutto».
C’è qualcosa che, invece, l’ha resa più forte?
«Sì, ogni volta che supero un momento difficile penso: “Ma come riesco ad andare avanti se sono in queste condizioni?”. Questa tragedia mi ha insegnato che sono un ragazzo forte e che posso superare tutto».
Quando le capitano dei momenti in cui si sente triste, chi o che cosa la aiuta ad andare avanti?
«Mi aiuta molto il pensiero che, anche se sono in sedia a rotelle, sono ancora vivo. Ed è questo ciò che conta. Ma lo Stato mi ha abbandonato».
Si spieghi meglio.
«Le medicine e la terapia dobbiamo pagarle noi, nessuno ci aiuta. Lo scorso novembre abbiamo ripresentato domanda in ospedale per l’assistenza pubblica, ma ci hanno detto che i posti non ancora si liberavano. Per questo motivo ci siamo rivolti di nuovo al privato, che all’anno ci costa 5mila euro. Mia madre riesce a lavorare solo due ore al giorno perché, il resto del tempo, lo deve passare con me. Siamo abbandonati, per non parlare del risarcimento: non ancora vediamo un euro».
E qual è il motivo??
«La controparte non ha ancora provveduto al risarcimento: gli avvocati dicono che non ci sono soldi per farlo e nessuno dei suoi parenti si fa avanti. Mi sembra una situazione molto strana e soprattutto ingiusta: chi sbaglia deve pagare, non ci sono scuse. Il giudice lo ha scritto nero su bianco: 200mila euro di risarcimento. Eppure è tutto fermo e per chiedere un’udienza civile dobbiamo aspettare di pagare tutte le spese legali».
Quanto questa situazione la influenza emotivamente?
«Molto, sto male. Non riesco ad accettare il fatto che non riceviamo aiuti per le spese, è una vergogna. La mia vita è stata rovinata per sempre e pretendo giustizia fino alla fine, anche perché con tutte queste spese non riusciamo neanche a farci una vacanza. Solo continui sacrifici, nessuno ci ha aiutati davvero a ricostruire una nuova vita».

