L’oasi sportiva dell’Amicacci: uno spazio di aggregazione e di rinascita dalla disabilità

Basket in carrozzina. La squadra di Giulianova rappresenta un modello di organizzazione senza pari. Il tecnico Di Giusto: «Vogliamo dimostrare ai ragazzi che nulla è perduto»
GIULIANOVA. La vita quotidiana che scorre tra i rintocchi della palla a spicchi che rimbalza sul parquet e la condivisione di una casa in comune nella quale si svolgono tutte le attività al di fuori della pallacanestro. L’Amicacci Abruzzo rappresenta un modello unico nel panorama nazionale di basket in carrozzina, permettendo a tutti i propri tesserati di vivere insieme e di cementificare quei rapporti che risultano la discriminante principale sul parquet tra la vittoria e la sconfitta. Ma il modello giuliese va ben oltre il semplice successo sportivo, nonostante la sede sia piena zeppa di trofei messi in bacheca, a partire dalla Coppa Italia conquistata poche settimane fa in Sardegna. È una storia fatta di esperienze diverse, di atleti di tutto il mondo che, per vie traverse e ricche di peripezie, hanno fatto di Giulianova la propria casa, trovando in essa una dimensione capace di valorizzare le proprie disabilità.
Lo sport come rinascita. Il Centro ha avuto la possibilità di varcare la soglia dell’abitazione degli Amicacci e di ascoltare le storie di quanti, prima di essere ottimi giocatori di pallacanestro in carrozzina, si sono ritrovati a convivere con una disabilità invalidante, chi dalla nascita e chi a causa di incidenti o di sopraggiunte criticità. Ma non chiamiamoli ragazzi speciali, andando oltre la mera retorica emotiva, perchè di speciale c’è solo la tenacia che li anima spingendoli a trovare un valore nel limite, una valvola di sfogo nello sport e una rinascita nella sfortuna. Lo si capisce dallo sguardo e dalla generosità con la quale i ragazzi del tecnico Carlo Di Giusto accolgono gli ospiti nel loro micro mondo: uno sguardo alla pari, senza complessi di inferiorità, ma solo con un pizzico d’imbarazzo nel parlare della propria vita davanti ad una macchinetta fotografica e ad un taccuino. Basta rompere il ghiaccio, però, per scoprire un universo di passioni e sogni che contaminano con semplicità chi gli sta davanti. Tutto ruota intorno allo stesso Di Giusto che svolge un ruolo che va ben oltre il semplice allenatore. «Molti sono ragazzi davvero giovani che si trovano alla prima esperienza fuori sede. Per loro sono un padre nel momento del bisogno, un confidente quando le cose lo richiedono, ma tutti sanno che, una volta varcata la porta del palazzetto, divento l’allenatore esigente che li spinge a dare il meglio». Lo stesso allenatore romano, con origini abruzzesi, ha sposato questo progetto di vita investendo energia e professionalità, portando in eredità un palmares che lo pone nell’Olimpo dello sport con 50 titoli conquistati sia da giocatore che da guida tecnica.
Una vita piena di hobby. C’è chi studia per il diploma di maturità, chi è iscritto in Università e chi svolge un lavoro in smart working nel tempo libero. Con la pallacanestro che fa da sfondo senza monopolizzare le conversazioni, che ruotano su ben altro. Come Ibrahim Mandjam, tra i veterani del gruppo nonostante i 28 anni di età. «Mi piace leggere libri di storia, in particolare sto divorando ultimamente Sapiens di Yuval Noah Harari. Ma per il resto sono aperto a qualsiasi tipo di lettura». Ci si ritrova tutti nella sala da pranzo con una tavolata lunga che scandisce i vari momenti liberi, osservando sullo sfondo del salone un focolare arredato da una dozzina di coppe che ricorda la storia importante di una realtà piccola ma tenace come quella giuliese nel basket in carrozzina. Altri sono più restii a parlare, preferendo ascoltare gli aneddoti divertenti dei propri compagni, ma risultando il collante del gruppo. Tra questi c’è il brasiliano Wallace Carvalho, giunto in estate ma perfettamente calatosi nella realtà Amicacci, con il classico sorriso sudamericano e due occhi sognanti che celano il dolore affrontato in tenera età. «Io sono nato normodotato, ma all’età di sette anni, mentre giocavo con l’aquilone, si è impigliato su un filo dell’alta tensione ed ho preso una scossa di 13mila volt che ha reso necessaria l’amputazione di entrambe le gambe». Sul corpo ci sono ancora i segni dell’incidente, mostrati con dignità e fierezza, mentre i compagni scherzano sul fatto che il suo hobby preferito sia stare costantemente al cellulare, che lo accompagna giorno e notte, al punto da avere sempre con sè una power bank di sicurezza. Ma sull’uso dei telefoni vige una regola ferrea. «Non sono ammessi smartphone durante i pasti», commenta il capitano Gabriel Benvenuto. «Infatti chi lo usa paga una multa di 5 euro da mettere nel fondo cassa». Lo stesso capitano poi è il depositario del famoso “martelletto” delle discussioni: a mo’ di giudice, Benvenuto mette ordine durante le riunioni per dare voce a tutti ed evitare discussioni concitate.
La vita in comune. Insomma, si ride e si scherza sui difetti altrui, ben conosciuti da tutti condividendo la quotidianità senza interruzioni di sorta. «Vivere insieme ti dà dei vantaggi perchè si creano legami forti», prosegue Benvenuto, «ma dirti che sia tutto rose e fiori sarebbe falso (ride, ndr). Ognuno di noi si ricava dei momenti in solitudine per coltivare delle passioni o semplicemente per staccare la spina. Ad esempio io sono un fan degli anime e, se escono puntate nuove di una serie, può capitare che non mi si veda anche per ore e ore (sorride tra lo scherno simpatico dei compagni di squadra, ndr).
Il simbolo dell’ascensore. La struttura è fornita di tutto, a partire da una palestra con sala pesi dove la squadra si allena attraverso una macchina che permette di affinare il tiro, alla cucina gestita al mattino da una collaboratrice che prepara il condimento, mentre sul gruppo WhatsApp i singoli ragazzi scrivono il quantitativo personale di pasta da cucinare per il pranzo. Ma molti preferiscono andare anche nel centro commerciale accanto, sfruttando l’assenza di barriere architettoniche che rendono più agevoli i movimenti. Poi si prende un ascensore che porta ai piani superiori dove ci sono le singole camere ed ognuno racconta una storia diversa, guardando ai poster o alla disposizione del letto e dei mobili personalizzati in base alle proprie esigenze. E poi una bellissima veranda all’esterno dove ogni sabato sera, specialmente dopo una vittoria in casa, il rituale prevede la cottura degli arrosticini e la condivisione del sapore dolce del successo con un pizzico di sale in più.
Giulianova inclusiva. Si è detto degli spostamenti dei ragazzi sulla carrozzina ben oltre i confini della struttura. Infatti, come spiega lo stesso Di Giusto, «l’Amicacci negli anni ha permesso alla città di Giulianova di creare infrastrutture che abbattono le barriere architettoniche. Per fare un esempio, se si va ad Amsterdam, è un inferno girare in città con la carrozzina. Qui invece è tutto più semplice, possiamo farci un giro incontrando i tifosi che si fermano a parlare con noi, possiamo andare dove vogliamo senza timore di avere difficoltà». Ma Di Giusto rimarca anche l’importanza sociale della squadra giuliese. «Quando ero giovane io, la disabilità era considerata una malattia dalla quale fuggire. Le prime volte che presi l’aereo da solo, il medico curante doveva farmi una carta che attestasse che la mia non era una malattia trasmissibile, per non parlare dei gesti scaramantici di chi ci incrociava sul proprio cammino. Oggi le cose stanno cambiando, ma noi vogliamo dare una possibilità a quei bambini che spesso si trovano rinchiusi in casa, facendo sensibilizzazione nelle scuole. Molti genitori mi chiamano per chiedermi di mandare i loro figli da noi. La disabilità sicuramente non è facile da vivere, ma non per questo la vita smette di avere senso. E noi proviamo a dimostrarlo ogni giorno nelle piccole cose». Eppure l’Amicacci riesce, tra mille difficoltà economiche come racconta anche il presidente D’Angelo, a primeggiare a livello sportivo e, mentre i play off Scudetto sono quasi in ipoteca, da venerdì a domenica al PalaCastrum ci saranno i quarti di finale di Champions Cup contro Thuringia Bulls, Ilunion Madrid e Fenerbahçe. L’anno scorso i giuliesi sono arrivati in finale, poi persa contro l’Albacete. Ora il sogno è provare a superarsi, ricordando che i limiti, come le paure, sono soltanto un’illusione.

