SERIE A

Pescara, lasagne e scarpe da 20 euro: ecco il miracolo Coulibaly

Reportage a Roseto nella casa famiglia che ospita il baby centrocampista dei biancazzurri: «È arrivato con i carabinieri. Non aveva nulla, ora è diventato una star»

INVIATO A ROSETO. Le tasche vuote, le notti all’addiaccio e la paura di morire annegato. La lasagna, la piccola Tea, gli amici Tajeal e Modi, i suoi angeli custodi Marina e Nadia. Lo scrigno di Mamamou Coulibaly è sconfinato. Nomi, oggetti, persone. Li ha messi tutti nel cuore. Il 18enne senegalese del Pescara, che ha fatto l’esordio da titolare in serie A contro il Milan, è scappato dal Senegal con un barcone, per giocare a pallone. Un lungo viaggio, verso l’Europa.

Il racconto. Prima la Francia, a Grenoble, poi in Italia, Livorno, Roma e Roseto. Il Centro ha fatto un lungo viaggio nel mondo di Mamadou. Le panchine sui cui dormiva appena arrivato a Roseto, il campo dove ha iniziato a tirare i primi calci al pallone e, soprattutto, la testimonianza di chi ha cresciuto questo ragazzone di Thies, la seconda città più grande della nazione dopo la capitale Dakar.

La casa famiglia. «Che dire, questa è la vittoria di tutti», sorride Nadia Mazzocchitti, il tutore legale di Mamadou e responsabile della cooperativa “I Girasoli”, che gestisce la casa famiglia dove è stato accolto il centrocampista del Pescara. «È stato bello vederlo in tv contro il Milan», Tajeal arriva dal Bangladesh, non è ancora maggiorenne, ma ha il garbo e il viso segnato di un 40enne. Lui è il compagno di stanza di Coulibaly, che quando può torna nella casa famiglia di Montepagano. «Sono contento per lui, se lo merita». Poco più in là c’è Modi. Arriva dal Malì, parla pochissimo l’italiano. Si fa capire a gesti e quando sente il nome di Coulibaly, esclama, alzando i pugni: «Forza Mamadou!». «Qui tutti gli vogliono bene», racconta Marina una delle educatrici che lavora nella casa famiglia, che ci accoglie con un sorriso smagliante.

«E’ un ragazzo d’oro. Qui ha sempre aiutato tutti, è sempre stato un punto di riferimento». Cuore d’oro, Coulibaly, che ha sfidato il mare in tempesta, e non solo, per coronare il suo sogno: il calcio. «Sono sbarcato sano e salvo. Ringrazio Dio, perché potevo anche morire», ha raccontato al Centro nella prima intervista da calciatore, il 5 novembre 2016. Una storia da brividi, quella del centrocampista nato nel 1999 che ha raccontato di aver «dormito in spiaggia per arrivare qui». Dal lunedì al venerdì si allena e vive nel collegio del Delfino e poi nel fine settimana torna a Roseto, quando può, nella casa famiglia che lo ha raccolto dalla strada.

Vita in comunità. «Per me Mamadou è come un figlio», Nadia Mazzocchitti si emoziona quando parla del senegalese. «È un ragazzo sensibile. Pensi che quando era con noi un bimbo di pochi mesi, che adesso è stato dato in adozione, lui gli faceva da babysitter.Lo accudiva come se fosse un fratello». E ancora il racconto si fa struggente. «Me lo hanno portato i carabinieri nel dicembre 2015».

Calci da 20 euro. Sporco, mal vestito e senza un soldo in tasca. «Aveva con sè solo un piccolo zaino nero, nulla più. Arrivava dalla strada e non parlava italiano. Ricordo che mi diceva sempre la parola “calcio”. Lo ripeteva in continuazione. Pensate che le prime scarpe da calcio le abbiamo comprate, in un grande magazzino di Roseto; le pagammo 20 euro, perché quelle da 120, firmate e super moderne, erano troppo costose».

Lasagne e pallone. Il lato umano di Mamadou, ma non solo. «È un ragazzo educato e ha fatto in fretta ad imparare l’italiano. Gli piace cucinare, ha imparato a fare la lasagna, che è il suo piatto preferito, ma è bravo anche a cucinare la pizza».

I primi calci al pallone li inizia a tirare nel Roseto, nella scuola calcio. «L’abbiamo subito mandato a giocare, ma era costantemente seguito da noi. Nelle prime partite che faceva si vedeva subito che era superiore agli altri compagni di squadra».

Provini e sciacalli. Di lì in poi i provini con Sassuolo, Cesena e Roma. Anche la Juve aveva messo gli occhi addosso a Mamadou, ma «abbiamo preferito tenerlo qui per controllarlo meglio, visto che era minorenne. Torino è troppo lontana», continua la dottoressa Mazzocchitti.

«In tanti hanno preso informazioni. Per diverso tempo allenatori, procuratori e dirigenti venivano nella nostra struttura per vederlo. Lì ho capito che sarebbe potuto diventare un calciatore di grande valore», dice. «A Pescara è cresciuto calcisticamente, ma sempre sotto il nostro controllo. Lui non si è montato la testa e anche dopo la partita col Milan ci siamo sentiti. Era felicissimo, ma gli ho raccomandato di restare così com’è. Gli ho detto: “Mamadou, non cambiare mai”. La popolarità e i primi soldi, anche se il suo contratto partirà dal prossimo anno, potrebbero dargli alla testa. «No, lui è un puro», assicurano dai “Girasoli”. Anche con le tasche piene Coulibaly sarà sempre il ragazzone sorridente che ha sfidato la morte per rincorrere un sogno.

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