Tomei, il “russo” padrone di Ascoli: «Io, Eusebio Di Francesco e gli anni d’oro a Roma»

Dopo una lunghissima gavetta da vice, il 54enne allenatore ha riportato i marchigiani in serie B: «A Trigoria l’esperienza più bella. Con De Rossi e Kolarov grandi amici»
PESCARA. Non chiamatelo più il “vice di Eusebio”. Francesco Tomei si è preso la scena del calcio italiano entrando dalla porta principale. Il 54enne allenatore pescarese ha vinto i play off, riportando l’Ascoli in serie B, diventando uno degli allenatori emergenti più apprezzati del panorama calcistico italiano. Difensore arcigno da calciatore, poi la mutazione in allenatore e l’incontro con Eusebio Di Francesco. Nel gennaio 2010 il Pescara promuove Di Francesco in prima squadra al posto di Cuccureddu, lui è il vice. E insieme vincono i play off. Inizia un sodalizio durato anni. Serie A e B, Champions League. Il distacco dopo l’esperienza di Verona, nel 2021. Tomei vuole fare l’allenatore, è determinato, ma fatica ad accettare una realtà che non sempre premia il merito e le idee. Inizia dalla C, prima il Monopoli, poi Picerno e Ascoli, dove una decina di giorni fa ha scritto una pagina di storia importante centrando la promozione in serie B dei bianconeri.
Tomei, la Serie B da allenatore a 54 anni. Il giusto premio dopo una lunga gavetta?
«Meglio tardi che mai. In carriera ho sempre lavorato sodo e la soddisfazione è doppia»
Quando ha capito che l’Ascoli avrebbe lottato per la promozione in B?
«È stato un crescendo e non ci sono stati snodi cruciali. Ascoli è una piazza molto importante e la cosa che mi ha colpito è stato il grande senso di appartenenza di un’intera città. Ho visto subito tanto attaccamento e fiducia nei nostri confronti. Sono sempre stato sereno perché abbiamo creato un bel gruppo, con una proprietà seria e un direttore sportivo con il quale ho un grande feeling».
Nei play off ha vinto la squadra più forte?
«Sicuramente siamo stati bravi a smaltire la delusione della promozione sfumata all’ultima giornata. Abbiamo incontrato squadre forti durante i play off e sicuramente è stata una promozione sudata».
Contro la Juve Next Gen lei lancia una bottiglia d’acqua verso l’arbitro, che la espelle, e nei giorni successivi le infliggono sette giornate di squalifica.
«La vicenda è stata enfatizzata ed esagerata. Lungi da me colpire l’arbitro con una bottiglia. Sicuramente da allora sono stato molto più attento in panchina e questo episodio mi è servito per crescere».
Quando ha deciso di fare l’allenatore?
«Quando ho iniziato nel 2010 a fare il vice di Eusebio Di Francesco. Mi ha sempre appassionato fare l’allenatore. Anche Eusebio sapeva che prima o poi mi sarei messo in proprio. E dopo l’esperienza con il Verona, l’ultima da vice, è stato tutto un percorso naturale. Di Francesco mi ha sempre spronato e supportato».
Le varie esperienze da vice di Di Francesco quanto hanno inciso nella sua carriera da “capo” allenatore?
«Tantissimo, perché ho avuto la possibilità di fare molte esperienze, dalle giovanili del Pescara fino alla Champions League con la Roma. Sono stato fortunato. Nessuno è replicabile, ma il lavoro fatto con Eusebio mi ha dato tanto».
Un modello al quale si ispira?
«Mi piacciono gli allenatori che danno una precisa identità alla squadra: dominio tattico e aggressività. Gianni Balugani mi ha trasformato in campo quando giocavo, Di Francesco è stato molto importante per la mia crescita in panchina. Poi ci sono stati altri allenatori, come Zeman e Galeone, che mi hanno ispirato».
Quando giocava la descrivevano come una mosca bianca: poche parole e tanti libri letti. È vero?
«Da calciatore ero molto concentrato sulle partite ed ero di poche parole (sorride, ndr). È vero, mi piaceva leggere».
La chiamavano Tomei “il russo”, perché?
«È un nomignolo che mi diede il mio ex compagno di squadra Luca Leone (ora ds del Lanciano, ndr) perché parlavo poco ed ero abbastanza rude in mezzo al campo (ride)».
Cosa ama fare nel tempo libero?
«Il mestiere dell’allenatore ti assorbe tanto, ma cerco di ritagliare i miei spazi con la famiglia e gli amici. Abbiamo un gruppetto con il quale vado in bici. Cerco di staccare dalla routine con cose molto semplici. Non amo la mondanità».
Ai tempi della Roma lo spogliatoio stravedeva per lei, come hanno raccontato campioni come Kolarov e De Rossi. È molto empatico con i suoi giocatori?
«Alex e Daniele sono due ragazzi speciali e siamo rimasti molto amici. Kolarov (ora vice di Chivu all’Inter, ndr) ha apprezzato la mia sincerità e tra noi c’è stata subito empatia. Mi ha fatto i complimenti per il campionato vinto ad Ascoli ed io mi sono complimentato con lui per aver vinto lo scudetto con l’Inter».
Che ricordi ha della sua esperienza in giallorosso? Lei aveva campioni in squadra e Totti alla sua prima esperienza da dirigente.
«È stata un’esperienza stupenda, la palestra più importante per la mia crescita, anche nella gestione dei rapporti umani. Avevo a che fare con top player come Manolas, Nainggolan, De Rossi e Dzeko. Confrontarmi con loro mi ha aiutato molto nella gestione del gruppo».
Il giocatore più forte che ha allenato?
«Sono almeno tre. De Rossi era un giocatore fortissimo e mi ha colpito la sua forza caratteriale. Poi dico Berardi, che a Sassuolo è cresciuto calcisticamente con me e Di Francesco, e poi Verratti, che già nel primo anno in prima squadra a Pescara trasmetteva emozioni particolari grazie al suo talento cristallino».
Il sogno nel cassetto è allenare in Serie A?
«Non guardo molto lontano. Bisogna essere bravi a godersi il momento ed evito di fare progetti a lunga scadenza. L’obiettivo è fare bene con l’Ascoli in Serie B».
Il prossimo anno non potrà fare il derby con il Pescara. Dispiaciuto?
«Mi è dispiaciuto molto per come è andata a finire, sia per Gorgone e Vivarini, che sono persone splendide e bravi allenatori, sia per il presidente Sebastiani, che ho sentito qualche giorno fa. Mi è dispiaciuto perché le cose stavano andando bene e la salvezza era alla portata. Mi auguro che il Pescara torni presto ai livelli che merita».
Le piacerebbe un giorno tornare ad allenare il Pescara?
«Nel calcio mai dire mai. Io amo fare questo lavoro e nella vita può succedere di tutto».
Il messaggio più bello ricevuto dopo la promozione in Serie B?
«Quello di mia figlia Caterina: “Bravo papà, non ti sei fatto squalificare”. Dopo quella stangata di 7 giornate era rimasta un po’ scioccata».
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