Banda dei narcos, assolti i 20 imputati

29 Marzo 2024

Erano accusati di aver fatto arrivare nel Teramano dalla Colombia chili di cocaina negli ovuli ingoiati dai corrieri 

TERAMO. La Procura distrettuale aveva chiesto condanne complessive per 125 anni per i venti imputati accusati di far parte di un’organizzazione criminale transnazionale specializzata nel traffico di cocaina dalla Colombia in Abruzzo. Della maxi inchiesta, la cosiddetta operazione “Barrik”, non resta niente: in primo grado tutti i venti imputati – tra colombiani, dominicani e italiani – sono stati assolti perché il fatto non sussiste.
Tra novanta giorni il deposito delle motivazioni preannunciate ieri dal collegio presieduto dal giudice Francesco Ferretti (a latere Marco D’Antoni e Martina Pollera) che spiegheranno i perché della sentenza per un procedimento che in aula doveva fare i conti già con la scure della prescrizione che si abbatte sui tempi lunghi dei procedimenti penali. Perché da quei 125 anni complessivi di carcere chiesti per i venti imputati restavano fuori i reati previsti per il traffico di ingenti quantitativi ormai prescritti. La maxi operazione antidroga “Barrik” dieci anni fa portò a 58 arresti per traffico internazionale di cocaina fra l'Abruzzo e il Sud America, con base logistica proprio nel Teramano. Secondo le accuse della Procura un’organizzazione di colombiani così articolata, scaltra e organizzata da far scendere in campo lo scrittore Roberto Saviano che nei giorni degli arresti scrisse su Facebook e Twitter: «L'Abruzzo è diventato centrale come area di stoccaggio della cocaina perché considerato territorio sicuro, isolato e insospettabile. L'operazione ha fermato un'organizzazione colombiana e italiana dei narcos». Negli anni molti di quei 58 arrestati hanno scelto riti alternativi, mentre in venti il rito ordinario. Una istruttoria lunga e complessa con centinaia di testi ascoltati e con la requisitoria affidata al pm della distrettuale Roberta D’Avolio. Per il presunto capo dell'organizzazione Joel Dinato Burgos Nunez la Procura aveva chiesto una condanna a 23 anni, mentre per gli altri imputati dagli otto agli undici anni.
Secondo l'accusa c’erano tre livelli di organizzazione gerarchica: dai capi ai collaboratori corrieri fino a chi vendeva lo stupefacente sul territorio. Per tutti regole ben precise. I corrieri dovevano ingerire almeno trenta ovuli di cocaina ricoperti con cera aromatizzata al cioccolato e al rum per ingannare l'olfatto dei cani agli aeroporti. Il trasporto eccezionale veniva pagato da tremila a quattromila euro. Il pericolo era solo uno: rottura degli involucri nello stomaco. Quattro le rotte scelte per farli viaggiare: Santo Domingo, Madrid, Milano e Giulianova; Santo Domingo, Madrid e Ancona; Bogotà, Roma e Alba; Calì (Colombia), San Josè (Costa Rica), Francoforte, Roma e Alba.
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