CORONAVIRUS / IL RACCONTO

Dall'Abruzzo all'ospedale di Milano, medico in trincea a 26 anni

Lorenzo Rampa di Castelnuovo Vomano è uno specializzando in Cardiologia: «La cosa più frustrante? Non riuscire a salvare tutti quelli che arrivano»

TERAMO. «La frustrazione più grande è pensare che ci siano delle persone che in altri momenti avrebbero potuto salvarsi, vivere altri cinque o dieci anni». Lorenzo Rampa stringe i suoi 26 anni e il sogno di essere medico. Fino a un mese fa era uno specializzando del primo anno in cardiologia all’istituto San Raffaele di Milano. Ora è uno di quelli in prima linea, uno dei tanti finiti al fronte nella guerra al coronavirus.

Da dieci giorni ogni mattina alle 7 entra al Sant’Ambrogio, uno degli ospedali Covid-19 del capoluogo lombardo. C’è solo l’orario di ingresso a scandire le giornate perché quello di uscita non si sa. «Come me tantissimi altri» ripete questo ragazzo di Castelnuovo – dove il padre Graziano è un conosciuto medico di base – finito nel ventre di una battaglia devastante. Perché oltre alla retorica “degli angeli con lo stetoscopio” ci sono vite e storie a fare la cronaca. Quella di tutti i giorni, quella dei reparti stracolmi di una Lombardia ormai allo stremo.

«Hanno chiesto la disponibilità su base volontaria ad andare nei reparti Covid», racconta, «dire sì per me è stato un dovere morale, ho pensato che sia più giusto che ci vada io rispetto, magari, ai colleghi richiamati dalla pensione che hanno più di 70 anni. Io ne ho 26 , ho scelto di fare il medico ed è giusto che sia così perché sono convinto che si tratti di una esperienza professionale e umana notevolissima».
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