Castiglione Messer Raimondo

Morto nel cantiere, la famiglia: «Ora basta omertà: chi sa parli»

22 Febbraio 2026

Il 66enne Zinilli un mese fa è deceduto mentre lavorava a Castiglione Messer Raimondo. Il nipote: «Non accusiamo nessuno, ma il silenzio di chi c’era aggiunge dolore al nostro strazio» 

TERAMO. «Noi non accusiamo nessuno. Ma ci sono persone che sanno come sono andate le cose e devono dirlo. Questa omertà non ce la spieghiamo, non ce la meritiamo e aggiunge dolore a un dolore già enorme». Parole composte come il lutto e ferme come la volontà di andare fino in fondo per conoscere la verità e sapere come è morto il “loro” Renato. A parlare è la famiglia di Renato Zinilli, l’operaio di 66 anni morto un mese fa in un cantiere di Castiglione Messer Raimondo. Lavorava per conto di un’azienda di Montorio quando il 21 gennaio è deceduto per cause ancora da chiarire. Se inizialmente si è ipotizzato il malore, dopo l’autopsia è emerso uno scenario diverso. Zinilli sarebbe rimasto vittima di un incidente riportando un gravissimo trauma cranico. L’inchiesta è in corso, la salma è ancora a disposizione della magistratura e la famiglia aspetta. Ma oggi rompe il silenzio. Lo fa tramite Massimiliano Piccioni, nipote di Renato, che al Centro racconta: «Mio zio era un operaio esperto, viveva per la sua famiglia, amava viaggiare e tra un anno sarebbe andato in pensione. Ma tutto si è interrotto. Vogliamo sapere come. Lavoro anche io nei cantieri, come geometra, conosco i rischi del settore. Tutta la nostra famiglia, originaria di Nerito, da sempre lavora nell’edilizia e quello che è successo sta ferendo molto tutti noi. Non solo la tragedia della morte improvvisa di mio zio, ma il grave silenzio e l’omertà che ci sono attorno a quanto è accaduto. Noi oggi chiediamo verità: chi sa, parli. Perché mio zio non ha avuto un malore eppure all’inizio qualcuno ha fatto credere questo. Sappiamo bene come si lavora in cantieri piccoli di quel genere: un operaio non è mai solo. Ci sono tanti tasselli fuori posto e il pensiero che ci sono colleghi che potrebbero sapere cosa è accaduto davvero e tacciono, fa male. Vogliamo sensibilizzare, se possibile, a fare un atto di umanità. Capiamo la paura, ma è passato un mese. Renato, sua moglie e i suoi figli meritano verità. Questi silenzi stanno ferendo tanto anche i fratelli di mio zio, persone anziane che sono molto provate da questa vicenda». Se a prevalere sono sentimenti di dolore, anche la rabbia è tanta: «Abbiamo fiducia nella magistratura e speriamo che si arrivi presto a definire le responsabilità. Ma la rabbia c’è per chi ha forse provato a nascondere qualcosa e per chi non parla: tutto questo non fa altro che prolungare un lavoro di ricostruzione dei fatti che invece poteva e può essere più breve». La famiglia di Renato ancora non può dare l’ultimo addio al proprio caro. Dopo l’autopsia, infatti, la magistratura ha ritenuto di dover trattenere la salma per accertamenti: «Siamo consapevoli che le indagini sono complesse e ogni elemento va considerato con cura», prosegue Piccioni, «Ma non nascondiamo che non poter celebrare ancora i funerali è doloroso: ci auguriamo di poterli fare presto». Infine i dubbi, tanti, che attanagliano i parenti di Renato: «Occorre fare luce sui molti punti ancora oscuri dell’incidente: dall’orario della morte all’intervento di primo soccorso; dal caschetto trovato integro e indossato nonostante il cranio fratturato fino al sequestro del cantiere giunto il giorno dopo. Vogliamo che su questa vicenda non ci si fermi», conclude Piccioni.

La famiglia confida nella magistratura e in un atto di dignità di chi può contribuire a stabilire la verità che potrà dare un minimo sollievo alla moglie e ai figli di Renato per mettere un punto di certezza in un grande dolore. E, piano piano, tornare a vivere.

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