Uccise il padre con 92 coltellate, confermata la pena a 14 anni

Francesco Di Rocco parla in aula (foto Giampiero Marcocci)
La Corte d’Appello non fa sconti a Di Rocco e lascia invariata la condanna inflitta in primo grado. Per i giudici fu omicidio volontario. L’avvocata: «Dopo le motivazioni, valuteremo la Cassazione»
TERAMO. Uccise il padre con 92 coltellate. Ieri la Corte d’appello dell’Aquila ha confermato per lui i 14 anni di reclusione inflitti dai giudici di primo grado del tribunale di Teramo. Nessuno sconto per Francesco Di Rocco, il 50enne teramano reo confesso dell’omicidio del papà Mario, 83 anni, ex capostazione dello scalo cittadino. Il delitto si è consumato il 21 novembre del 2023 nell’abitazione dei due, un appartamento all’interno dello stabile della stazione ferroviaria di viale Crispi.
Una lite, una delle tante, finita quella sera nel sangue. Di Rocco, come ricostruito da lui stesso dopo l’arresto, durante un acceso diverbio col genitore, afferrò un coltello da cucina e lo colpì più e più volte. L’autopsia stabilì che furono 92 le coltellate inferte in diversi punti del corpo dell’anziano, nessuno però su organi vitali. I soccorsi furono chiamati proprio dal 50enne: quando i sanitari del 118 e i carabinieri giunsero nell’abitazione, l’83enne era ancora vivo. Ricoverato d’urgenza all’ospedale Mazzini, morirà poche ore dopo.
Per il figlio l’arresto fu immediato: non oppose resistenza, ma spiegò come non era sua intenzione uccidere il padre. Voleva punirlo: questo ha sempre detto, agli inquirenti prima e in tribunale poi. Era stanco dei soprusi, delle oppressioni vissute in casa da un uomo definito dal figlio, ma anche da persone vicine alla famiglia, come un “padre padrone”.
Francesco Di Rocco sin da ragazzino avrebbe patito l’autorità paterna, vivendo in un clima famigliare teso e rigoroso. Lui, studente di medicina veterinaria fuori corso, mite e taciturno, non si era mai allontanato dai genitori, né dal padre dopo la morte della madre. La sera del 21 novembre 2023, però, la rabbia è esplosa ed ha armato la sua mano. Rinchiuso nel carcere di Castrogno con l’accusa di omicidio volontario, è stato condannato nell’aprile del 2025 a 14 anni di reclusione dalla Corte d’assise di Teramo dopo che una perizia psichiatrica lo ha ritenuto capace di intendere e di volere al momento dei fatti.
I giudici di primo grado hanno riconosciuto le attenuanti generiche prevalenti sull’aggravante (in questo caso quello del vincolo di parentela) in virtù di quel vissuto di violenza psicologica, fisica e assistita che l’imputato ha conosciuto sin da quando era bambino. Per la Corte d’assise, però, Di Rocco non voleva punire il padre ma ucciderlo. Dopo il deposito della motivazioni, l’avvocata Federica Benguardato che sin dall’inizio segue l’imputato, ha presentato ricorso in appello chiedendo (come già fatto in primo grado) che fosse riconosciuto l’omicidio preterintenzionale e non volontario, e la piena applicazione di attenuanti generiche. Ieri, però, la pena è stata confermata.
«Ne prendo atto e sono dispiaciuta. Resto in attesa delle motivazioni ma ritengo che in questa vicenda non ci siano gli estremi di un omicidio volontario e che vada tenuto in maggior conto il vissuto drammatico del mio assistito», commenta l’avvocata Benguardato. Le motivazioni saranno depositate ad aprile e sulla base di quelle la difesa deciderà se presentare ricorso in Cassazione.
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