Festa della mamma senza figli, Catherine: «È il mio orrore»

11 Maggio 2026

La madre del bosco invia al Centro la lettera che racconta il suo dolore negli ultimi mesi. Una dei piccoli è ricoverata in ospedale, ma a lei viene concesso di vederla solo due ore al giorno

VASTO. Quest’anno Catherine Birmingham non ha una tavola da preparare né tre bambini da abbracciare per la Festa della mamma. Ha una lettera. La scrive e la affida al Centro, che la pubblica integralmente qui accanto. Dentro c’è una frase che basta da sola: «L’orrore di essere lontana dai figli». Da quasi sei mesi il suo essere madre passa attraverso autorizzazioni, orari, visite azzerate o limitate, videochiamate sospese e poi riprese. Tutto è cominciato il 20 novembre scorso, quando assistenti sociali e carabinieri sono saliti fino alla casa del bosco di Palmoli e, su ordine del tribunale per i minorenni dell’Aquila, hanno portato via i tre bambini per collocarli in una struttura protetta di Vasto. Da allora le ricorrenze continuano a ripetersi. Natale. Pasqua. I compleanni. Adesso la Festa della mamma. Ma non tengono più insieme la famiglia. Servono soltanto a ricordare che è divisa.

L’ultimo passaggio riguarda il ricovero all’ospedale di Vasto di una delle figlie, la gemellina di sette anni, per una patologia respiratoria. Non è stata autorizzata neanche una interlocuzione con uno specialista del Fatebenefratelli. Alla madre è consentito di vederla solo per un paio d’ore scarse al giorno. Non da sola, ma sotto la sorveglianza delle educatrici. Non le viene autorizzato di restare con lei neppure durante la notte, proprio quando per un bambino la lontananza può diventare più difficile da sopportare. Anche questo entra nella lettera come un altro pezzo della stessa separazione: la madre è presente, ma solo per il tempo e nei modi decisi da altri. È dentro questa sequenza che la difesa dei genitori, rappresentata dagli avvocati Marco Femminella e Danila Solinas, parla negli atti di “mostrificazione” di Catherine.

Secondo i legali, la madre anglo-australiana è stata descritta in modo progressivamente negativo dalle figure che seguono il caso, fino a far prevalere una lettura ostile di ogni suo comportamento. Al centro delle polemiche è finita di recente anche l’accusa mossa dalla tutrice Maria Luisa Palladino, secondo cui Catherine avrebbe utilizzato i figli per finalità commerciali in relazione a un libro e si sarebbe apprestata a pubblicare «la vicenda processuale». In realtà – hanno documentato i difensori – quel libro riguarda le sue idee, la sua vita precedente, il suo percorso personale, e non ciò che sta accadendo nelle aule di giustizia. Anche qui, il contrasto non riguarda solo un insignificante dettaglio editoriale. Riguarda l’immagine complessiva della madre e il modo in cui ogni sua iniziativa viene letta dentro il fascicolo.

Poi c’è il provvedimento del 6 marzo. Catherine viene allontanata dalla struttura protetta. Assistenti sociali ed educatori della casa famiglia la descrivono come oppositiva e pericolosa per i figli. La madre era sì dentro la struttura, ma autorizzata a vedere i bambini soltanto in corrispondenza dei pasti. Lei viveva al primo piano, i figli in quello sottostante. Quella soluzione è stata criticata dai massimi esperti italiani in psicoterapia infantile. Il professor Massimo Ammaniti ha usato parole molto dure: «Si è creata una situazione traumatizzante sia per i bambini che per la madre. È stato proprio un errore fondamentale. Come può una madre accettare che i figli stiano al piano sottostante, non li segua continuamente e che la sua identità materna venga continuamente svalutata?». È un giudizio che rimette al centro il rapporto concreto tra madre e figli, prima ancora delle categorie usate nei provvedimenti.

La critica di Ammaniti si collega all’episodio notturno già emerso dagli audio pubblicati dal Centro. Uno dei suoi bambini piange, Catherine lo sente, lo raggiunge. Tra lei e lui c’è una porta, indicata come chiusa a chiave dal lato del piccolo. La madre va da lui per calmarlo. Quel gesto viene poi usato per contestarle il mancato rispetto delle regole della struttura. Il comportamento di una madre che accorre davanti al pianto dei figli diventa così un elemento contro di lei. Nell’ordinanza con cui viene disposto l’allontanamento di Catherine dalla casa famiglia, il tribunale scrive anche delle lacrime.

Il passaggio riportato negli atti è questo: «La sintomatologia mostrata (urla e pianti, ndr) consiste in manifestazioni potenzialmente volontarie e deliberate». È una frase che segna uno dei punti più controversi della vicenda, perché – al di là della formula tecnica – contiene un’accusa ben precisa: i giudici ritengono che quei pianti siano simulati. A questo si aggiunge il tema dei video. Nathan Trevallion, indicato come l’unico genitore oggi autorizzato a vedere i figli di persona, non può mostrare ai bambini i filmati girati dalla madre, perché secondo la ricostruzione della struttura quelle immagini li agiterebbero. È un altro limite nel rapporto tra Catherine e i figli: la madre non è presente, e anche la sua immagine diventa qualcosa da filtrare.

Le videochiamate hanno avuto un percorso simile. Per un periodo sono state fermate. Poi sono state di nuovo autorizzate. Secondo la casa famiglia, nel corso dei colloqui a distanza, Catherine avrebbe aizzato i bambini contro lo staff, spingendoli a manifestare un malessere che, sempre secondo quella lettura, non proverebbero spontaneamente. Quasi sei mesi dopo il 20 novembre, Catherine e Nathan restano due genitori divisi dai figli e divisi anche nelle possibilità di vederli. Il padre può incontrarli di persona. La madre deve passare attraverso tempi brevi, autorizzazioni, sorveglianza, limiti, videochiamate interrotte e poi riprese. La sua lettera per la Festa della mamma non cambia i provvedimenti e non chiude nessun procedimento. Dice però una cosa semplice: per Catherine, questa non è una ricorrenza. È un altro giorno senza i figli.

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