molestie

Generale dell’esercito accusato di sessismo «Capitana pescarese umiliata durante la missione all’estero»

12 Maggio 2026

Le frasi choc dell’alto ufficiale che ora rischia di finire a processo:

«Mi vuoi sc...?». Poi le mette una mano sulla spalla: «Vieni dietro la scrivania»

ROMA

Lei è seduta al computer. È in servizio, in una missione internazionale all’estero. Il generale che comanda il dispositivo, responsabile di tutte le azioni sul campo, accorcia la distanza fino a pochi centimetri dal viso. Abbastanza perché, se la capitana pescarese si fosse voltata, avrebbe trovato le labbra di lui. Le carte dell’inchiesta restituiscono anche una frase, volgare e precisa, che cambia peso alla storia: «Mi vuoi scopare?». La dice il comandante, sostiene l’accusa. Poi la mano sulla spalla, gli inviti continui ad andare dietro la sua scrivania, l’ordine urlato in riunione davanti ad altri soldati. Per questo la procura militare di Roma ha chiesto il processo per l’alto ufficiale dell’Esercito italiano. La contestazione è doppia: «ingiuria continuata aggravata» e «ingiuria a un inferiore aggravata».

Da una parte c’è un generale di brigata, all’epoca mission force commander. In termini semplici, è il comandante della missione, la figura più alta che pianifica, dirige e coordina le attività dei contingenti per garantire il raggiungimento degli obiettivi. Dall’altro lato c’è una capitana dell’Esercito, abruzzese, impiegata come political advisor. In altre parole: un consulente politico-istituzionale nel contesto della stessa missione che agisce come consigliere diretto del comandante.

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Le sue funzioni principali sono due: analizzare il contesto politico locale, sociale e culturale, per aiutare il generale a comprendere le implicazioni delle sue decisioni, e favorire il dialogo tra le autorità militari e quelle civili.

L’accusa mette in fila episodi diversi e li legge come una sequenza. Il punto non è soltanto la frase sessista, pur centrale nella contestazione. Conta chi l’avrebbe pronunciata, a chi sarebbe stata rivolta, dove sarebbe stata detta. In una struttura militare il grado non è una decorazione: decide ordini, tempi, margini di parola, possibilità di replica. Per il sostituto procuratore Enrico Peluso, proprio dentro quel rapporto gerarchico, il comandante ha offeso l’onore, il decoro e la dignità della sottoposta.

Il primo episodio indicato negli atti è del 22 novembre 2025. La capitana lavora al computer. Il generale si porta di lato, si avvicina per parlarle, arriva a pochi centimetri dal volto. La procura sostiene che, se lei si fosse girata, sarebbe venuta a contatto con le sue labbra. Una scena breve, senza urla, costruita su un movimento minimo. Per l’accusa, però, quel movimento basta a creare una situazione di forte imbarazzo e a entrare nel quadro delle condotte contestate.

Due giorni prima, il 20 novembre, ci sarebbe stato l’episodio della frase. La capitana chiede un conferimento, un colloquio di servizio. Il generale, secondo il pubblico ministero, risponde chiedendole perché lo guardi così e aggiunge: «Mi vuoi scopare?». Lei, forse, non crede alle sue orecchie, tant’è che gli chiede di ripetere. Lui, sempre secondo l’accusa, ribadisce la stessa domanda. Nel capo d’imputazione la frase resta nuda, senza attenuanti linguistiche. È la parte più dura di questa storia perché porta un linguaggio rozzo e scurrile dentro una relazione di comando.

Il terzo gruppo di fatti è collocato tra l’11 ottobre e il 24 novembre dello stesso anno. In più occasioni, secondo la contestazione, il generale avrebbe messo una mano sulla spalla della capitana e l’avrebbe invitata ad andare dietro la sua scrivania. L’accusa non isola quei gesti dal resto. Li lega agli altri episodi e li inserisce in un medesimo disegno, come tasselli di una condotta continuata.

Poi c’è la riunione del 16 novembre. Qui la scena cambia: non più una stanza a due, ma una presentazione, uno schermo, altri militari presenti per servizio. Durante l’incontro compare per errore una diapositiva della riunione del giorno precedente. Il generale, secondo il pubblico ministero, intima urlando alla capitana di uscire dalla stanza e andare a sostituirla. La contestazione parla di offesa al prestigio, all’onore e alla dignità di un inferiore. La presenza di almeno tre militari è indicata come aggravante.

Le accuse ruotano attorno al codice penale militare. Ingiuria continuata aggravata per gli episodi a contenuto sessuale o fisico; ingiuria a un inferiore aggravata per la scena del summit. Le aggravanti richiamano anche il grado dell’imputato e il fatto che tutto sarebbe avvenuto all’estero, per «cause non estranee al servizio e alla disciplina militare». Sono accuse, e dovranno essere provate. L’alto ufficiale è imputato, resta presunto innocente fino a una decisione definitiva. La vittima, assistita dall’avvocato Francesca Di Muzio, potrà costituirsi parte civile.

L’eventuale processo, dunque, dovrà stabilire se quegli episodi siano avvenuti nei termini descritti e quale significato abbiano avuto nel contesto in cui si sarebbero consumati. La forza del caso sta in questo: tutto avviene lontano dall’Italia, ma dentro una catena di comando italiana. In una missione internazionale, dove l’uniforme dovrebbe rendere più netti i doveri di ciascuno, il pubblico ministero vede una sequenza di umiliazioni e parole sessiste. Il giudice dovrà verificarla già nel corso dell’udienza preliminare in programma il mese prossimo. Intanto resta l’immagine che ha dato inizio all’inchiesta: una capitana seduta al computer, un comandante troppo vicino, pochi centimetri tra un volto e una frase che no, nessuna gerarchia può rendere normale.

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