L’intervista a Di Sipio: «Ecco perché la Cina primeggia nel settore dell’auto»

31 Gennaio 2026

Tecnologia avanzata e dominio nel mercato delle terre rare. Con l’Europa che sta a guardare

PESCARA. Parla l’imprenditore Nicola Di Sipio, fondatore del gruppo Raicam, l’uomo che ha costruito un impero partendo da una semplice Fiat 128 color celeste, quando nell’officina di un meccanico per aggiustarla si accorse che esisteva un mercato di pezzi meccanici di seconda o terza mano. Oggi che l’auto diventa sempre più un autofonino – copyright dello stesso Di Sipio, ossia un dispositivo tecnologico su quattro ruote – l’imprenditore, padre dell’azienda nata nel 1982 in una piccola officina meccanica di Manoppello, parla di un settore in profonda trasformazione. Lo fa dall’alto della sua esperienza, visto che è a capo di una azienda diventata leader nella progettazione, sviluppo e produzione di freni, frizioni e altri componenti ad alta tecnologia, oltre che di sistemi propulsivi e di raffreddamento per veicoli elettrici.

Di Sipio, cosa sta succedendo al settore auto?

«Tutto è iniziato con il cosiddetto Dieselgate».

Spieghi meglio.

«A partire dal 2015, ha avuto un impatto profondo e duraturo sull’industria automobilistica europea, accelerando il declino del motore diesel e imprimendo una forte spinta verso l’elettrificazione».

E le reazioni da noi?

«In Europa si è assistito a un susseguirsi di decisioni politiche e regolatorie – come il Green Deal – spesso percepite come imposte e di natura ideologica, laddove il tema avrebbe potuto essere affrontato con un approccio fondato sulla neutralità tecnologica».

Cosa intende?

«In questi anni si è progressivamente aperto un ampio varco competitivo nel mercato dell’automotive europeo, all’interno del quale la Cina ha saputo inserirsi con grande rapidità ed efficacia».

Tutta colpa dei cinesi, dunque?

«Non arriviamo a conclusioni affrettate. I vantaggi competitivi di cui gode la Cina non derivano solo dal sostegno del legislatore, ma anche dal dominio quasi globale delle terre rare: circa il 70% dell’estrazione mondiale e l’80–90% della raffinazione sono sotto controllo cinese, così come una parte rilevante delle riserve globali».

Di Sipio, quindi l’Europa – e l’Italia – non hanno saputo stare al passo? Giusto?

«Il settore automotive europeo, oltre alle incertezze normative interne all’Unione, affronta oggi una crisi determinata da una competizione sempre più intensa, amplificata dalla crescita accelerata dei veicoli elettrici. La Cina è ormai sul podio come primo mercato mondiale e i suoi produttori stanno conquistando quote di mercato crescenti. Questa dinamica è ulteriormente favorita da una strategia di investimenti in ricerca e sviluppo di lungo periodo sostenuta dal governo centrale, dalla capacità industriale delle aziende, dal significativo differenziale dei costi energetici rispetto all’Europa e da un impatto dei dazi che appare, ad oggi, non sufficientemente ponderato».

Siamo nel campo della geopolitica, con predominio orientale?

«Geopolitica ed economia sono ambiti strettamente interconnessi: la prima influenza le scelte di regolamentazione e di spesa pubblica, la seconda determina la competitività delle imprese e dei mercati».

E l’Unione europea cosa potrebbe o dovrebbe fare?

«Alla luce delle mutate condizioni geopolitiche ed economiche, risulta necessario per l’Unione Europea rivedere gli accordi di scambio commerciale con la Cina. Ovviamente senza perdere altro tempo».

Sta dicendo che andrebbe meglio regolamentato questo mercato?

«Sul territorio nazionale non mancano esempi di produttori cinesi che, una volta entrati nel mercato italiano, non hanno trovato un contesto privo di difficoltà: in alcuni casi si sono registrati arretramenti o vere e proprie uscite dal mercato, anche a causa di un quadro normativo più stringente rispetto ad altri Paesi europei come Repubblica Ceca e Ungheria, le cui regole appaiono meno allineate a quelle di economie centrali quali Germania, Francia e Italia».

Ci dia delle soluzioni nell’immediato...

«Anzitutto è necessario che l’Europa diventi realmente Europa, riducendo le profonde differenze tra Stati membri. In particolare, nel settore automotive, sarebbe strategico creare una piattaforma europea di sviluppo e produzione che copra almeno l’80% della componentistica dell’automobile – con focus su software, batterie e microchip – così da costruire un vantaggio competitivo rispetto ai player extra-Ue».

In che modo?

«Questo obiettivo che potrebbe essere rafforzato valorizzando le competenze distintive europee, in particolare nel design, nello stile e nella progettazione industriale».

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