L'intervista a Verrecchia: «Mi dichiaro antifascista e auspico che anche Biondi lo faccia»

31 Gennaio 2026

Il passato: «Vengo dalla Dc e tifo Juve. La Brigata Maiella esempio per l’Abruzzo». Sulla Meloni: «Ha riaffermato i valori democratici che il regime aveva negato»

L’AQUILA. Fascismo e antifascismo, estremisti e moderati. La galassia di elettori e simpatizzanti del centrodestra meloniano è composito. Una dichiarazione al Centro del sindaco dell’Aquila, Pierluigi Biondi – «Non mi dichiaro antifascista» – ha scatenato una polemica che non si placa. Ne parliamo con Massimo Verrecchia, capogruppo di Fratelli d’Italia in Consiglio regionale.

Verrecchia, la trasmissione “Piazza pulita” su La7 condotta da Corrado Formigli ha ripreso l’intervista che il nostro giornale ha fatto al sindaco dell’Aquila, Pierluigi Biondi, in cui lui si dichiara anti-juventino ma non anti-fascista. Biondi ha evitato di rispondere alle domande, così come Cludia Pagliariccio, entrambi ex Casapound. Che ne pensa? Lei è antifascista o anti-juventino? O tutti e due?

«Tifo per la Juventus e per la squadra della mia città, Avezzano, che sta facendo un ottimo campionato in Promozione, ho massimo rispetto e anche una punta di ammirazione per la storia gloriosa del grande Torino e non ho alcun problema a dichiararmi antifascista. Del resto, prima di aderire, otto anni fa, a Fratelli d’Italia, ho militato nel Pdl e prima ancora, giovanissimo, nella Dc. Il mio auspicio è che, al di là delle battute, anche Pierluigi possa fare altrettanto».

La premier Giorgia Meloni, in occasione della giornata della memoria, ha condannato la macchina della morte nazista che – con la complicità del fascismo – ha perpetrato uno degli stermini più disumani della storia. Si tratta di un importante passo avanti rispetto al passato.

«Se è per questo, anche lo scorso 25 aprile ha ribadito che in quella data la Nazione onora la sua ritrovata libertà e riafferma la centralità di quei valori democratici che il regime fascista aveva negato. Sull’argomento non ha mai lasciato spazio ad ambiguità, ha affermato chiaramente di non aver mai provato simpatia o vicinanza nei confronti dei regimi antidemocratici, incluso il fascismo».

Il capo del governo non ha ancora pronunciato, però, la fatidica frase che le si chiede da quando è a capo dell’esecutivo: sono antifascista. Ritiene che sia un passaggio da superare?

«A sinistra non aspettano altro che la premier lo dichiari per poi accusarla di insincerità, è un giochino a cui la Meloni fa bene a sottrarsi. È coetanea di mia sorella Arianna, sono nate più di tre decenni dopo la caduta del fascismo. Di cosa dovrebbe giustificarsi? Sembra che per lei gli esami non finiscano mai, ma parlano i fatti e i comportamenti, l’autorevolezza e il rigore con cui esercita il suo ruolo in Italia e nel mondo».

Oggi Fratelli d’Italia veleggia intorno al 31% secondo le intenzioni di voto. Dentro questo bacino di gradimento quanti moderati ci sono?

«Le definizioni lasciano il tempo che trovano, Fratelli d’Italia è nato come un partito di destra moderna, popolare, liberale e conservatrice e oggi è più che mai una forza centrale nella vita della Nazione. Se questo è stato possibile è perché all’appello di Giorgia Meloni hanno risposto anche molti uomini e donne che provenivano da altre esperienze o che non si erano mai impegnati in politica. Il gruppo consiliare regionale, che ho l’onore di rappresentare come capogruppo, è composto in larga maggioranza da esponenti che non hanno militato in Alleanza Nazionale. Eppure c’è massima sintonia tra noi, proprio perché ci riconosciamo in un unico progetto».

E come è compatibile la presenza di ex appartenenti a Casapound e a espressioni della destra più estrema con ex democristiani o comunque moderati?

«Aver simpatizzato per movimenti più radicali non può rappresentare uno stigma sociale e politico, l’importante è condividere valori, idee, regole e programmi. Fratelli d’Italia è un partito in continua crescita, lo dimostrano i numeri. Chiunque aderisca, e sono molti, ha diritto a partecipare attivamente alla vita e alle scelte del partito e per questo abbiamo tenuto i congressi e lasciato che gli iscrissi si dessero una nuova classe dirigente».

In Parlamento il deputato della Lega Furgiuele ha organizzato il convegno dal titolo “Remigrazione e riconquista” suscitando le reazioni sdegnate dell’opposizione che ha occupato l’aula impedendone lo svolgimento. Lei cosa ne pensa?

«Quello della remigrazione è un tema delicato quanto importante e le sensibilità e le opinioni possono essere diverse, anche molto diverse, ma impedire lo svolgimento di un convegno è profondamente sbagliato. La sinistra ha perso un’altra occasione per fornire il proprio contributo di idee, ammesso che ne abbia, a un dibattito che è comunque ineludibile. È accaduto anche in Consiglio regionale in occasione dell’approvazione della manovra fiscale, quando dovemmo assistere a un’indecorosa occupazione della sala consiliare con tanto di bandiere rosse, pugni chiusi e “Bella ciao” come colonna sonora. Davvero una stravagante idea di democrazia, la loro».

Lo stesso fenomeno Vannacci, però, si rifà a ideologie estremiste. Il centrodestra, rispetto al centrosinistra, è più bravo a riunirsi al momento del voto. Ma non crede che, al di là di questo, entrambi gli schieramenti siano troppo compositi per assicurare una coerenza governativa?

«La nostra coalizione è composta da forze politiche diverse ma unite dalla stessa visione del mondo e da un fortissimo senso di responsabilità, con idee spesso diverse ma sempre compatibili e con una forte determinazione a portare avanti gli stessi progetti, a livello nazionale come regionale. A sinistra non hanno neanche una leadership condivisa e l’unica cosa che li tiene insieme è solo l’essere contro la destra, sbandierare lo spauracchio di un inesistente pericolo fascista. Poco, davvero troppo poco per essere credibili come alternativa al centrodestra».

La premier Meloni sta cercando di interpretare il suo ruolo europeo aderendo al mainstream, tra appoggio all’Ucraina e alla linea di Ursula von der Leyen. In Europa la maggioranza abiura i totalitarismi. Perché in molte nazioni, come anche in Italia, il fenomeno dell’estremismo politico di destra è sempre più diffuso?

«Hanno provato a raccontare che, con la destra al governo, l’Italia si sarebbe isolata sul piano internazionale, si è verificato esattamente il contrario. Giorgia Meloni è considerata sempre più una figura centrale nel panorama politico europeo per la sua leadership pragmatica e per la capacità di saper interloquire con ogni leader straniero, a prescindere dall’estrazione politica, costruendosi una credibilità internazionale che porta giovamento al nostro interesse nazionale».

E sull’estremismo?

«In Italia c’è sì un serio problema di estremismo politico, ma a sinistra, non a destra, purtroppo tollerato, se non proprio alimentato, dalla sinistra e dalla Cgil con il ricorso a scioperi politici che nulla hanno a che vedere con le esigenze dei lavoratori. In molte università gli studenti sono ostaggio di occupazioni strumentali in cui chi non si allinea nei migliori dei casi viene marginalizzato e allontanato. La radicalizzazione pericolosa a cui assistiamo nelle piazze di sinistra fornisce preoccupanti segnali di allarme. Lo abbiamo visto nelle manifestazioni per Gaza, che hanno provocato distruzioni e ferimenti tra gli agenti delle forze dell’ordine».

La Brigata Maiella è stata una delle organizzazioni partigiane più qualificate e prestigiose. Al suo interno aveva persone di ogni estrazione politica, dai comunisti ai liberali, ai monarchici e persino un fascista che odiava i nazisti. Non ritieni che nelle istituzioni sia il caso di superare certi stigmi ideologici per l’obiettivo di una Italia più unita?

«Sono pienamente d’accordo. La Brigata Maiella è un esempio altissimo, che va tramandato alle nuove generazioni. Al suo interno convivevano persone di estrazioni politiche diverse, ma accomunate da un’autentica voglia di libertà. Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, li ha definiti giustamente “patrioti abruzzesi”, uomini e donne che hanno lottato insieme per liberare la nostra Nazione. La loro resta una lezione attualissima: quando l’obiettivo è superiore, le divisioni ideologiche vanno superate. Questo è lo spirito che dovrebbe ispirare anche coloro che, facendo prevalere gli interessi di parte, non esitano a parlare male dell’Italia e del suo governo quando sono all’estero».

Facciamo un salto nell’agone politico elettorale abruzzese. Si vota in tre città importanti come Pescara, Chieti e Avezzano. Quali sono gli scenari?

«Sono certo che i pescaresi premieranno il buon lavoro che sta facendo il sindaco Masci e che a Chieti ci siano i presupposti per convergere su un candidato che possa rappresentare l’intera coalizione. Ad Avezzano si avverte da tempo una forte volontà di cambiamento e di nuovo protagonismo che faccia uscire la città dalla palude in cui l’ha trascinata il sindaco uscente e un civismo autoreferenziale e inconcludente che ha isolato quello che un tempo era il capoluogo della Marsica da ogni contesto regionale e nazionale. Noi come centrodestra proponiamo l’ex questore Alessio Cesareo, una figura autorevole e capace che, insieme ai partiti, possa restituire alla città maggiori opportunità e una prospettiva concreta di crescita».

Dopo la prossima tornata elettorale si inizierà a parlare anche di elezioni regionali. Cosa prevede per il dopo Marsilio?

«Siamo concentrati sulle tante cose ancora da fare, sui progetti avviati e da completare e su quelli che ci siamo impegnati a realizzare entro la fine del mandato. Non c’è tempo per distrazioni o fughe in avanti che potrebbero alimentare divisioni di cui non si sente il bisogno. La conferma del presidente Marsilio, peraltro, ci ha consentito di accelerare tutte le procedure amministrative senza perdere tempo. Posso solo dire che la Regione è un ente molto complesso da amministrare e per questo alla sua guida vedrei bene qualcuno che già ha avuto esperienze di così grande respiro o, ancora meglio, chi le ha maturate al proprio interno, sul campo, giorno dopo giorno. Una scelta del genere, penso, potrebbe fornire la garanzia necessaria per trovare la massima convergenza di forze».

Cosa pensa dell’Ice e del nuovo corso di Trump negli Usa?

«Le politiche migratorie e di sicurezza rientrano nelle competenze sovrane degli Stati Uniti e vanno lette nel loro contesto democratico. Seguiamo con attenzione l’evoluzione del quadro americano, nel rispetto del dialogo tra alleati. Per noi restano centrali i principi di legalità e tutela dei diritti fondamentali».

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