ABRUZZO

Natale, il messaggio di pace del cardinal Petrocchi e di monsignor Forte

Gli auguri dell'arcivescovo dell'Aquila e di quello dell'arcidiocesi di Chieti Vasto

Monsignor Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto, e il cardinale Giuseppe Petrocchi, arcivescovo dell’Aquila: due autorevoli voci della chiesa abruzzese ci consegnano le loro riflessioni sul Natale 2023. Un Natale dilaniato dalle guerre nel mondo, filo rosso di entrambi gli interventi. Forte ha scritto di suo pugno un intervento per il quotidiano il Centro, Petrocchi ha inviato un messaggio alla comunità di cui riportiamo alcuni passi.  

BRUNO FORTE, ARCIVESCOVO DI CHIETI VASTO

«L’augurio di buon Natale quest’anno ha più che mai il significato di un augurio di pace. La guerra scatenata dall’invasione russa in Ucraina è una dolorosa ferita nel cuore dell’Europa. La risposta data dal governo d’Israele al terrorismo di Hamas dopo l’ignobile attacco del 7 ottobre scorso, in cui sono stati uccisi molti civili inermi e molti altri sono stati presi in ostaggio al fine di ricattare lo Stato ebraico, è stata la peggiore possibile. Lo dimostrano i risultati ottenuti: la guerra non ha portato alla cattura della maggioranza dei ricercati più pericolosi, non sono stati liberati tutti gli ostaggi, né si stanno promuovendo la sicurezza, il diritto e la pace fra i due popoli.

L’escalation di violenza, anzi, soprattutto a spese dei Palestinesi, continua con tragica intensità, producendo enorme distruzione e innumerevoli morti. L’attentato a Gerusalemme dello scorso 30 novembre in cui hanno perso la vita civili inermi è un drammatico segnale di possibili, future ritorsioni contro Israele. L’anti-americanismo, poi, sembra crescere nel mondo a molti livelli e con esso si fanno strada pericolosi rigurgiti di antisemitismo, non solo nei paesi arabi e nelle masse islamiche, dove questi processi raggiungono la forma di un vero e proprio odio e di un proclamato desiderio di vendetta, ma anche nelle prese di distanza di molti Paesi membri delle Nazioni Unite verso la scelta bellica presentata come la sola possibile. La domanda che andava posta dopo i drammatici fatti del 7 ottobre scorso era quella di come isolare la barbarie terrorista rispetto alla gran parte della popolazione della striscia di Gaza. Al terrore si è preferito invece rispondere col terrore, non esitando neppure a interrompere una tregua, che stava dando frutto con la liberazione di un numero discreto di ostaggi.

Si va delineando un profondo mutamento di scenari nel quadro del “villaggio globale”: il quadro semplicista dello “scontro delle civiltà” - quella occidentale e quella islamica, con i loro retroterra religiosi -, ispirato alle tesi di Samuel Huntington, va cedendo il posto a un altro e diverso dualismo, che vede da una parte la “legge della forza”, ostentata dal governo israeliano e da esso giustificata in nome della violenza subita, e dall’altra la crescente riprovazione in ogni parte del mondo di questo approccio, in nome di un non sempre meglio precisato ricorso alla “forza della legge”.

Resta purtroppo inascoltata la voce di Papa Francesco, che continua a indicare la guerra come male assoluto e ad implorare la ricerca di un dialogo che cerchi la pace nella giustizia e nella verità, tanto per il conflitto in Ucraina, quanto per quello in Terra Santa. Sotto il profilo dell’incidenza delle religioni su quanto sta avvenendo, poi, risulta sempre più chiaro che il vero scontro è quello fra le religioni, convergenti tutte nell’aspirazione alla pace voluta dall’unico Creatore, e i fondamentalismi, che sono alla base della lotta senza quartiere, frutto di visioni ideologiche violente e accecanti, oltre che di deplorevoli calcoli e interessi politici. Il ritorno al primato dell’istanza etica, contenuta nei testi fondatori della fede riconosciuti tali rispettivamente da ebrei, cristiani e musulmani, appare così più che mai necessario. Non pochi fra gli ebrei e gli arabi lo auspicherebbero, come dimostrano voci di provenienza diversa, che stanno condannando l’immoralità della guerra e affermando la necessità di aprire canali di dialogo internazionalmente garantiti.

Le prese di distanza dalle posizioni del Patriarca Kirill anche in ambito ortodosso confermano questa condanna. Le manifestazioni svoltesi in tutto il mondo per una pace costruita attraverso la giustizia e il dialogo, proprio nella varietà delle componenti che le hanno animate, hanno mostrato quanto vasta sia questa urgenza etica, che nulla ha a che vedere col “pacifismo” ideologico e strumentale di chi rifiuta la violenza con forme violente inaccettabili. Quale peso potrà avere questo bisogno di consenso etico? Come potrà affermarsi il valore assoluto della persona umana - di ogni persona umana - davanti a Dio e alla storia, da rispettare proprio in alternativa alla barbarie del terrorismo fondamentalista e alla violenza assurda della guerra? Anche se nell’immediato una scelta convinta a favore della ricerca della pace attraverso il dialogo potrebbe apparire perdente, in tempi non lontani essa potrà segnare la svolta di cui si avverte il bisogno.

Forse, allora, l’apporto che la luce del Natale potrebbe dare oggi alla famiglia umana è quello di suscitare in tutti l’impegno a tendere verso il nuovo ordine internazionale, cui sta dando voce la tenacia della fede di Papa Francesco: sapranno capirlo i governi coinvolti, i popoli toccati dalla tragedia del conflitto e i responsabili delle scelte finora compiute? Il Natale del Dio vivente è per i cristiani, ma in certa misura anche per tutti, una sfida a credere in questa via e ad operare in vista di essa, ciascuno agendo secondo le proprie possibilità, che vanno dalla preghiera alla denuncia, dalla solidarietà alle non meno necessarie prese di distanza, dall’impegno personale alla pressione sulle parti politiche e su quanti hanno potere o carisma per influenzare gli altri. Sarà foriero di questa pace il Natale che ci apprestiamo a vivere? Chiederlo a Dio è dovere di ogni credente. Sperarlo e impegnarsi perché sia così è compito di ogni cittadino della grande casa comune, che è il mondo». 

GIUSEPPE PETROCCHI, ARCIVESCOVO DELL'AQUILA

«Purtroppo, con amara apprensione, constatiamo che i nostri giorni sono lacerati dal dramma di guerre che seminano distruzioni e morte, in territori vicini e lontani. Da credenti non possiamo rassegnarci o restare indifferenti: la celebrazione del Natale ci abilita e ci obbliga a essere costruttori di pace, anzitutto con la preghiera perseverante e corale, ma anche attraverso l’impegno a fare pace: con noi stessi, con gli altri e nelle comunità in cui siamo inseriti. Ogni tassello di riconciliazione contribuisce a comporre il grande mosaico della pace, a livello locale e universale ». Questo è uno dei passaggi principali del messaggio natalizio del cardinale Giuseppe Petrocchi, arcivescovo dell’Aquila, alla comunità ecclesiale e civile della diocesi del capoluogo abruzzese.

LA SOLIDARIETÀ «Gesù, nel Vangelo, afferma che qualunque cosa avremo fatto al più piccolo dei suoi fratelli, è considerata fatta a Lui», sottolinea il cardinale, «anche noi dobbiamo vigilare per non essere contaminati dalla sindrome della porta chiusa, che ci impedisce di fare posto al Signore che chiede di essere aiutato nel prossimo bisognoso. Ma la indisponibilità al soccorso ci barrica nei nostri angusti privilegi e ci sottrae i doni preziosi che Dio concede a coloro che si aprono all’accoglienza».

LA GRAZIA «Spesso domandiamo al Signore e non otteniamo perché le grazie richieste, pur essendo concesse e inviate, non arrivano a destinazione», continua, «poiché trovano l’accesso alla nostra anima ostruito da sbarramenti autoreferenziali: così, non potendo essere ricevute, ritornano al Mittente. La scarsa propensione del cuore verso gli altri danneggia anzitutto noi stessi. Capita che restiamo imbrigliati nella lamentela e nella auto deplorazione, avvolti dalla tristezza o intossicati dalla rabbia per situazioni avverse che avremmo potuto evitare o superare con un sovrappiù di amore».

I PASTORI Il Vangelo di Luca racconta che «c’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la Gloria li avvolse di luce». Scrive ancora Petrocchi: «Proprio ai pastori socialmente marginali e di basso rango, viene consegnato il messaggio più importante della storia dell’umanità, fonte di immensa esultanza: la redenzione promessa da Dio, e costantemente proclamata dai profeti nel corso dei secoli, si è compiuta».

LA VOCE DELL’ANGELO «Anche a noi può capitare che – proprio nei tratti desertici della nostra esistenza, attraversati dalla sofferenza e segnati dalla debolezza – il Signore ci viene incontro offrendoci la soluzione e una pienezza di vita imprevista », afferma l’arcivescovo, «i tempi dell’angoscia e gli urti destabilizzanti delle avversità diventano così occasioni per l’arrivo di novità trasformanti e migliorative: che inaugurano periodi animati da soddisfazione e gioia profonda. È da sottolineare che proprio nei momenti di silenzio, in cui ci sentiamo in crisi e privi di parole, la voce dell’angelo può risuonare più chiara e più forte, proprio perché mancano le interferenze di pensieri dissonanti e di sentimenti sfasati, lontani dal Vangelo. Nel nostro pellegrinaggio nel tempo verso l’Eterno, è essenziale riconoscere l’angelo e prendere sul serio ciò che ci dice, per non perderci nei nostri labirinti interiori e nelle false suggestioni del mondo. Dio mantiene le sue promesse: fa ciò che dice».