Salario giusto, Ranieri (Cgil): «In busta paga i lavoratori non avranno un euro in più»

Il segretario regionale: «I nuovi provvedimenti non bastano, le agevolazioni sono rivolte solo alle aziende. Per i dipendenti né aumenti né sconti sulle tasse»
L’AQUILA. «Non è una misura sufficiente. È un decreto che fa davvero poco e, soprattutto, interviene con agevolazioni alle imprese. Di certo, non ai lavoratori». Carmine Ranieri, segretario generale Cgil Abruzzo e Molise, va dritto al punto. Partendo dalla data dell’approvazione del testo. «Ogni anno, anche in maniera propagandistica, si fanno cose il Primo maggio. Interventi spot che non incidono sul valore reale dei salari, quando avremmo bisogno di misure strutturali e organiche».
Sembra di capire che il salario giusto non le piaccia.
«I salari, negli ultimi anni, hanno perso una quantità enorme di potere d’acquisto. Non lo dico io, ma Eurostat, Istat e tutti gli istituti di rilevamento e statistica. Il mantenimento del potere di acquisto si fa attraverso la contrattazione con le organizzazioni sindacali e il sistema fiscale».
Non è andata così?
«Per quanto riguarda il capitolo della contrattazione, va fatto notare che i sindacati, per rinnovare i contratti, fanno scioperi e manifestazioni. Come nel caso dei metalmeccanici dove abbiamo dovuto fare 40 ore di sciopero, per convincere Federmeccanica a firmare. Sono gli scioperi che fanno recuperare il potere salariale».
E sul sistema fiscale cosa mi dice?
«È la tassazione che incide sul salario finale e fa la differenza. Negli ultimi anni il prelievo fiscale è cresciuto tantissimo per diversi motivi. Il principale è il drenaggio fiscale: se aumenta il salario è per recuperare l’inflazione, ma siamo di fronte al cane che si morde la cosa. Il lavoratore non beneficia di una crescita effettiva del salario, se i prezzi continuano ad aumentare. Inoltre, avendo in busta paga una quota di stipendio in più, è possibile che scatti un’aliquota marginale di tassazione superiore».
Risultato?
«L’aumento viene tassato di più e non si ha un recupero dell'inflazione, ma addirittura un prelievo fiscale maggiore perché lo Stato non adegua le aliquote».
Mi scusi, il governo quindi che dovrebbe fare?
«Far sì che le aliquote fiscali siano mobili, aumentando il tetto entro il quale pagare cifre inferiori di tasse».
Ma il salario giusto non incide positivamente sulla busta paga?
«C’entra poco con quello che chiediamo noi. I salari dei lavoratori non cambieranno. Il decreto dà sgravi contributivi alle imprese a condizioni che le stesse applichino il trattamento economico sottoscritto dalle organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative. Il tema non è tanto il salario: i lavoratori non prenderanno un euro di più. Gli incentivi andranno alle imprese che faranno nuove assunzioni a tempo indeterminato. È un’agevolazione alle aziende, non alle maestranze. Questo passaggio va chiarito, altrimenti mischiando decontribuzione e salario giusto sembra che i lavoratori siano i beneficiari di tutto».
E non lo sono?
«Per niente! Vengono stanziate delle risorse, anche importanti, ma per le imprese che assumono più persone. Nulla andrà ai lavoratori; anche la decontribuzione riguarda i datori di lavoro. Il governo con il decreto Lavoro non interviene sulla diminuzione delle tasse che il lavoratore paga. E questo è un primo punto».
E il secondo?
«Il salario giusto non cambierà l’atteggiamento delle imprese. Prevede un trattamento economico complessivo non inferiore a quello stabilito nei contratti firmati dalle organizzazioni più rappresentative. Ma quello che chiedeva il sindacato è diverso: l’applicazione dell’articolo 39 della Costituzione, che dà la possibilità di stipulare contratti collettivi vincolanti per tutti i lavoratori».
Oggi non è così?
«No, perché un’azienda può decidere di applicare un contratto privato, sottoscritto dai cosiddetti “sindacati gialli”. Sono contratti pirata che penalizzano i lavoratori sotto il profilo economico e normativo. Chi li sottoscrive non rappresenta le maestranze».
Le organizzazioni sindacali cosa chiedono, invece?
«Una legge sulla rappresentatività sindacale che consenta di stabilire quali sono le organizzazioni che possono firmare i contratti e imponga che gli stessi contratti vengano obbligatoriamente applicati per tutti i settori merceologici».
Volevate il salario minimo?
«Era questa la richiesta: una soglia sotto la quale non si può scendere come retribuzione. Non l’applicazione di quello che già esiste ed è un dovere, per le imprese. Molte categorie di lavoratori sono assolutamente sottopagate, c’è difficoltà a rinnovare i contratti, servono maggiori tutele. Dove esiste più forza contrattuale si riesce ad ottenere il rinnovo, ma nei settori a rischio, spezzettati e polverizzati è più difficile».
Ma il salario giusto non può aiutare?
«No, in quanto non incide su nessuna di queste due richieste. Come rilevato anche dalla Banca centrale europea, abbiamo avuto un incremento degli utili aziendali e un abbassamento dei salari dei lavoratori. Non mi sembra l’equazione più giusta per far andar bene le cose».
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