Tragedia di Napoli, il racconto del giornalista Guida: «I tre cuori della mia Laura e il piccolo Domenico, sento tutto questo dolore»

Il giornalista abruzzese Guida in queste ore in contatto con la mamma del bimbo morto per un trapianto di cuore: «Ho visto mia moglie attraversare lo stesso confine fragile tra scienza e mistero»
Il piccolo Domenico non ce l’ha fatta. Non è arrivato al secondo trapianto. Non ha avuto quella remotissima opportunità perché si rimediasse a ciò che era accaduto. Scrivo queste righe non solo come giornalista, ma come chi ha visto sua moglie attraversare lo stesso confine fragile tra scienza e mistero. Laura, mia moglie, ha avuto tre cuori. Il suo, un cuore grande umanamente e biologicamente. Poi un primo cuore trapiantato, che non ha funzionato, nessuno sa perché. E infine un secondo cuore che ha battuto forte, perfettamente, contro ogni previsione. Dopo il primo trapianto, quasi tutti pensavano che i macchinari sarebbero stati fermati in tre o quattro giorni. Poi sono diventati cinquanta. Cinquanta giorni in ECMO, questa macchina assurda che sostituisce cuore e polmoni. Cinquanta giorni che la medicina considerava impossibili. Ora sa che è possibile. E poi il secondo intervento. Riuscito. Il cuore è ripartito. Non è morta in sala operatoria, come la scienza faceva pensare. Non è morta per un arresto intraoperatorio. È morta più tardi, ma per un’infezione, sicuramente per il logorio di un’attesa troppo lunga.
La medicina è una scienza straordinaria. Ma è una scienza inesatta, spesso troppo. Questo non è un atto d’accusa. È un dato di realtà. I medici non sono onnipotenti. Sbagliano. Talvolta. Valutano probabilità. Stimano rischi. Vedono i numeri. Decretano sulle percentuali di successo. Così come accaduto per il piccolo Domenico. Ma non governano il mistero della vita. Per questo l’errore umano può essere perdonato. Se lo perdona il Signore, perché noi non dovremmo? Ma il perdono non è superficialità. Perdonare significa comprendere, andare in profondità, distinguere tra fatalità e negligenza, tra limite umano e leggerezza, tra destino biologico e scarso impegno. La vita è sacra.
Laura, da fervente francescana secolare, credeva nel perdono a ogni costo. Credeva fermamente nella mitezza e nell’umiltà di cuore. Non voleva mai il clamore ma l’intimità. Non le urla, ma la preghiera. Scriveva: «Quando qualcuno muore è un altro angelo che ci protegge. La vita ci mette alla prova ogni giorno, non possiamo tirarci indietro, ma non dobbiamo rassegnarci: ringraziamo invece per l’amore che abbiamo vissuto con le persone amate, per l’amore che ci hanno consegnato come tesoro prezioso di Dio e conserviamolo dentro di noi nel cuore affinché sia una scorta per i momenti più difficili e dolorosi». Così è stato per me. Non sapremo mai fino in fondo cosa sia un “cuore stordito”, come lo chiamano nel gergo clinico. Non sapremo mai completamente, forse, cosa sia accaduto davvero tra Bolzano e il Monaldi di Napoli. Ma Laura diceva una cosa semplice: «La nostra vita è scritta dalla mano di Dio». Questo invece, per chi ha fede, è certo. Eppure, accanto a questa certezza, c’è un dovere umano che non possiamo ignorare. Nel mondo della sanità esistono luci e ombre. Ho visto anche le luci, alcuni medici straordinari. Ho visto infermieri e operatori che accarezzavano il cuore prima ancora delle flebo. L’ho visto a Milano, nei reparti dove Laura è stata ricoverata. Persone che non si limitavano a curare: partecipavano. E l’ho visto anche quando la sua vicenda, pur avendo suscitato molto clamore, è rimasta custodita nella riservatezza che lei desiderava. Laura scriveva a un’operatrice sanitaria che la viziava con marmellate fatte in casa: «Nelle situazioni difficili come in ospedale, persone come te accarezzano il cuore e ti fanno capire che anche questa qui dentro è vera vita». Questo è il punto. La sanità non può essere solo tecnica. Non può essere solo protocollo. Non può essere solo percentuale. Deve essere partecipazione. Deve essere corresponsabilità. Deve essere empatia. In italiano diciamo “cadere ammalato”. Perché la malattia è una caduta. E quando qualcuno cade, il Vangelo non dice di calcolare le probabilità di rialzarsi, di sopravvivenza. Dice di farsi samaritano. Il samaritano non chiede chi sia il ferito a terra. Non valuta se sia statisticamente salvabile. Si avvicina. Si china. Condivide il dolore. Lo so, io non posso prendere ora il dolore di mamma Patrizia, che ha perso Domenico. Non posso prendere il dolore di mamma Rita, che ha perso Laura. Ma posso sentirlo. Unito al mio. Posso comprenderlo bene. Ho sentito in questi giorni mamma Patrizia, percepito la sua forza, cercando di darle parole di conforto. E ho sentito il legale che assiste questa madre: dietro gli atti e le procedure restano sempre lacrime vere, respiri spezzati, silenzi che pesano. E posso dire che ogni reparto, ogni sala operatoria, ogni trasporto di organo deve essere attraversato da una lucida consapevolezza: il malato un giorno potrei essere io. Potrebbe essere mia figlia. Potrebbe essere mio padre, mia moglie. Le morti non sono tutte uguali. Neanche i trapianti sono tutti uguali. Il cuore, per me, è diverso. Il cuore non è solo un organo. Il cuore è il simbolo dell’anima. È lo specchio dell’amore. È il luogo dove diciamo che batte la vita, il luogo dove abita lo Spirito. Quando si parla di cuore, non si parla solo di chirurgia. Si parla di umanità, si parla di amore. E Laura, che di cuori ne ha avuti tre, è stata l’immagine viva di come, quando qualcosa per la scienza appare impossibile, per la vita può diventare possibile. Non sto scrivendo per condannare. Non sto scrivendo per accusare. Sto scrivendo per ricordare che la competenza deve camminare insieme alla coscienza. Che la tecnica deve camminare insieme alla tenerezza. Che la medicina, se vuole restare umana, deve imparare ogni giorno a condividere il dolore dell’altro. Laura non ha mai perso la sua solarità, la sua fiducia. Nemmeno nelle settimane più dure. Scriveva pochi giorni prima di andare in Rianimazione, ignara di ciò che sarebbe avvenuto: «Ho paura di soffrire e ho una grande fifa di morire, ma non perché ho paura del Cielo ma perché amo la vita… Dio è il Signore della vita». Amava la vita. Tanto. E proprio per questo non si è mai arresa, né lamentata delle strane contingenze e dei frequenti errori della scienza. Ha affidato tutto al Signore. Il piccolo Domenico, a differenza di Laura, non è arrivato al secondo trapianto. Non so se sia stata compiuta la scelta giusta o quella sbagliata. So che un secondo trapianto è qualcosa di rarissimo, quasi inedito. E l’uomo, chiamato a scegliere in quei momenti estremi, sembra doversi innalzare a Dio in terra, vacillante e sospeso tra la propria responsabilità e la propria fragilità. È il mistero della vita che si intreccia con i limiti umani. Forse il messaggio che arriva da Napoli, oggi, non è chiedere perfezione. È chiedere più umanità. Più empatia. Più attenzione. Più coscienza. Più consapevolezza che ogni cuore non è solo un caso clinico ma una storia, una rete di vite, di tante famiglie, una preghiera. E a noi che restiamo, finché restiamo, spetta un compito: non trasformare il dolore in rancore, ma in vigilanza amorevole. Non in odio, ma in responsabilità. Perché la vita è dono. E ogni dono va custodito con rispetto, con competenza e con amore. Domenico non ce l’ha fatta. Laura non ce l’ha fatta. Ma il loro passaggio sulla Terra ci lascia una domanda: che tipo di uomini vogliamo essere quando qualcuno cade? E forse la risposta è tutta lì.

