IL NUOVO NEMICO: I GIORNALISTI. I GIUDICI: «ORA DENUNCIATELI»

Adesso, mentre non si intravede una soluzione, quei riflettori accesi intorno alla casa sono l’unica tutela
LUCA TELESE
Nessuno li vuole questi bambini. Vi pare una cosa sensata? Purtroppo – a quattro giorni dalla sua promulgazione – l’ordinanza del tribunale dell’Aquila continua a creare nuovi problemi, più che risolverne qualcuno.
Ha prodotto, venerdì scorso, la mostrificazione e la cacciata della madre dalla struttura, e la separazione coatta dai suoi figli, questo sì. E adesso ha confinato i bambini in uno strano e drammatico limbo: dovrebbero essere accolti in una nuova casa famiglia (secondo quanto prescritto dai giudici), ma la nuova settimana inizia senza che sia ancora nota la nuova sistemazione. Di conseguenza, non è stato attivato il trasferimento. Il motivo? Ancora più inquietante: le voci già circolavano dalla sera prima, ma il sospetto peggiore è stato indirettamente rivelato ieri (dopo una improvvisa uscita dalla casa famiglia) dalla garante regionale che ha proposto ai giornalisti, «in via informale» secondo lei, di restare fuori dalla struttura solo per alcune ore della giornata. Avete capito bene: «Andate via», questa l’incredibile richiesta, «per il bene dei bambini». La stampa avrebbe dovuto abbandonare il perimetro della struttura di Vasto, nella speranza che gli operatori che ci lavorano dentro si convincessero a tenere i bambini nella loro attuale residenza. E perché mai dovrebbero tenerli, dato che i giudici hanno appena prescritto che se ne vadano? Perché nessuna delle altre strutture contattate, nella giornata di ieri, si diceva disposta ad accogliere i bimbi della famiglia del bosco: troppo ingestibili, troppa pressione mediatica, troppi problemi. Non a caso anche ieri la struttura di Vasto era presidiata da televisioni e giornali (noi compresi) in attesa di una uscita che non arrivava mai. Già quello che avevano raccontato ieri aveva dell’incredibile: la cacciata della madre, come una reproba, sotto gli occhi dell’assistente sociale. La scrittura di un dispositivo in cui – essendo venuti ormai tutti i motivi delle precedenti relazioni – pur di giustificare scelte così gravi, si cerca di far cadere tutte le colpe di questa situazione unicamente sulla povera madre. La vittima diventa responsabile. Ma adesso che viene allontanata dalla scena, serve un nuovo cattivo.
L’immagine che resta di quella folle nottata è il pianto dei piccoli, tra cui una bimba febbricitante. Infine c’era stato il divieto ai genitori di accompagnarli nella nuova destinazione. Credo che chiunque intuisca, anche da questo sommario resoconto, la situazione di totale sbando in cui i servizi sociali e il tribunale dei minori si sono infilati da soli: una precipitazione che destabilizza i piccoli Trevallion, li pone in uno stato di dramma, li ferisce, li separa dai loro genitori, li rende ostili a qualsiasi forma di autorità alternativa a quella familiare. Riproducendo lo schema che governa questa vicenda fin dai primi giorni, le mosse dei tutori sembrano guidate dall’improvvisazione, dalla superficialità, dall’arbitrio assoluto. E ovviamente – più di ogni altra cosa – da un furore vendicativo che appare l’unico alibi possibile alla perdita di ogni lucidità di analisi. Un altro indizio di questo disagio è il tentativo (finiti gli altri possibili capri espiatori) di individuarne uno nuovo: la stampa come nemico. Nel testo dell’ordinanza, a questo proposito, era messo nero su bianco un lungo e inquietante paragrafo contro i media. Scrivono infatti i giudici in quel documento: «Il problema dell’ingerenza della stampa sollevato dalla tutrice, anche in riferimento a quanto denunciato dalla casa famiglia», si legge, «richiede interventi che in gran parte esulano dalle competenze di questo Tm. Dalla documentazione in atti, ivi comprese le registrazioni filmate, appaiono in diversi casi commesse gravi violazioni dell’art. 5 del Tu dei doveri del giornalista e della Carta di Treviso richiamata dalla citata disposizione. Non si dispone tuttavia di dati identificativi sufficienti ad effettuare le dovute segnalazioni al Consiglio disciplinare regionale e al Procuratore generale competenti all’esercizio dell’azione disciplinare”. I giudici, cioè, vorrebbero che altre autorità segnalassero e identificassero i giornalisti, in modo da poterli denunciare e mettere sotto indagine. «Per quanto attiene ai compiti di questa giurisdizione», prosegue il documento, «si devono ritenere sopravvenuti ulteriori indizi di violazione dell’articolo 50 del codice in materia di protezione dei dati personali da parte della madre, che potrebbero essere in parte contenuti dalla cessazione della convivenza tra i minori e la madre». Ovvero: la responsabilità principale è quella della mamma dei bambini. «È comunque opportuno che la tutrice e il curatore speciale», aggiungono i giudici, «valutino di concerto le iniziative da assumere a tutela dei minori, onde prevenire ulteriori violazioni del loro diritto alla riservatezza, intendendosi sin d’ora autorizzati il ricorso al Garante della privacy e ogni opportuna iniziativa giudiziaria. Al fine di garantire che l’esecuzione del trasferimento dei minori non sia turbata od ostacolata da estranee ingerenze e invadenze mediatiche». Avere capito bene: loro combinano disastri, e i giornali dovrebbero spegnere la luce, interrompere il racconto, garantire l’impunità. È vero, purtroppo, il contrario: da mesi vorremmo come un compromesso ragionevole (reso fra l’altro possibile dall’accettazione di tutte le richieste da parte della famiglia) mettesse fine a questo terrificante spettacolo pubblico. Adesso, mentre non si intravede una soluzione possibile, quei riflettori accesi intorno alla casa sono l’unica tutela dall’arbitrio. Grazie a Dio, non siamo in un Paese totalitario in cui si può disporre dei corpi e delle vite senza limiti e senza regole. Abituatevi al controllo della stampa: perché non abbiamo nessuna intenzione di lasciare quei bambini soli. Almeno noi.
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