L’intervista a Giordano Bruno Guerri: «L’America di oggi non vuole l’Europa e non è occidentale»

Dall’Iran al Venezuela, lo storico: «Ecco il mondo sotto Trump», E mette in guardia: «Nato, Onu ed Eu sono istituzioni deboli»
PESCARA. «Trump? Non è fascista né folle. Sa il suo obiettivo. E non vuole più sentirsi “occidentale”. Ora le spiego». Appena termina la conversazione, un lancio d’agenzia annuncia l’ultima dagli Stati Uniti: Donald Trump dichiara una nuova guerra dei dazi - al 10%, poi al 25 - per Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia. Sono i paesi che si sono schierati in difesa della Groenlandia, nuova chimera del tycoon pigliatutto, che dopo il Venezuela e l’Iran vuole mettere le mani sull’isola dell’estremo nord dell’Atlantico. Bisogna rialzare la cornetta del telefono: «Professore, ha sentito?». Dall’altra parte, Giordano Bruno Guerri, storico e saggista, direttore del Palazzo del Vittoriale e del Festival Dannunziano, è laconico: «Non occorreva un veggente». Nella lunga telefonata che ha preceduto la notizia lo aveva predetto: «A Trump dell’Europa non importa nulla, vuole fare cassa con gli ex Paesi alleati. Dietro si lui si profila l’ombra di una dittatura».
Guerri, non deve preoccuparsi. Adesso il tycoon è Nobel per la pace. Gliel’ha dato Machado!
«È stato un gesto retorico, per carità...».
Lei non gliel’avrebbe assegnato?
«Ragioniamo: Machado l’ha vinto per le sue battaglie pacifiche, da vittima del regime venezuelano».
Trump?
«Mi sembra chiaro che non abbia agito in modo pacifico e che in questa storia non sia proprio una vittima».
Quindi lei non supporta in alcun modo il golpe venezuelano.
«Sulla destituzione di Maduro e il crollo del suo regime si può discutere, ma Trump è andato già oltre».
Cioè?
«Da leader degli Stati Uniti sta abbandonando velocemente l’Occidente. È grave».
Ci spieghi meglio.
«Cambia il modo con cui intendiamo il mondo. C’è un attore che non vuole comprimari, l’America. Non c’è più quella spaccatura storica tra democrazie occidentali e un Oriente puntellato di dittature – quella sovietica, quella cinese».
Quella russa?
«Certo, Putin non è esattamente un democratico. Ma in questa storia ha un altro ruolo».
Quale?
«È il terzo soggetto, conteso tra due istituzioni immobili - l’America e la Cina - e che da questo stallo guadagna tempo e terreno. Insomma le cose per il momento giocano a favore dello zar».
E l’Europa?
«È il vaso di coccio: un continente colto di sorpresa dal nuovo assetto globale. Impreparato, spaventato».
Rovesciamo questa prospettiva: le follie trumpiste hanno ridato forma a un europeismo sopito per anni.
«Ci sono due errori di fondo».
Quali?
«Il primo: credere che questo orgoglio europeo si stia traducendo in qualcosa di concreto. Mi pare di no, in compenso si sentono un mucchio di parole».
Il secondo.
«Pensare che quelle di Trump siano delle follie. Guardi oltre».
Ci aiuti.
«Lui vuole il controllo su tutto il continente americano, vuole spillare quanti più soldi possibili dagli Stati alleati: lo fa con i dazi, lo fa in un modo brutale ma lucido. Azzardato, ma lucido. C’è un caso principe adesso».
La Groenlandia.
«Sotto controllo danese. Lui la vuole a tutti i costi, poco importa se questo vorrà dire mettersi contro i paesi dell’Europa».
Una guerra con gli Stati Uniti era uno scenario finora impensabile.
«Perché nessun presidente statunitense aveva superato, prima di questo momento, quella divisione binaria del mondo che ci faceva sentire, con l’America, Occidente. È stato così nel secolo scorso. Adesso la guerra è uno scenario possibile, nefasto certamente, ma c’è dell’altro».
Cosa?
«Questo scenario indebolisce la Nato, quell’idea di sicurezza e dialogo internazionale in cui abbiamo creduto ottant’anni fa sta crollando».
I detrattori di Trump oggi invocano l’Onu.
«Un organismo non solo impotente ma privo di iniziative, non solo non fa ma sembra non possa e non voglia fare. Si è ridotto a come che ruotano attorno all’Unesco, al cibo italiano come patrimonio. Per cortesia…».
Allora chi scongiura questa deriva?
«Gli americani. Sembra un paradosso, ma non lo è ».
Ci spieghi.
«C’è un errore alla base del modo in cui vediamo le cose, cioè eterno ed infinito. Invece gli scenari, come ho detto, cambiano in continuazione, con grande velocità».
Sta pensando alle future elezioni?
«Intanto ci sono quelle di mid-term, che potranno dirci qualcosa di più. Poi guardi, io vedo ancora gli Stati Uniti come un paese libero, democratico. Risalirà la china, con Trump ineleggibile per un terzo mandato».
All’orizzonte chi c’è?
«Due falchi: Vance e Rubio. Nella speranza comunque che i Repubblicani decidano di cambiare pelle e puntare su una comunicazione più giovane e pulita, meno fuori controllo».
Quello di Trump è un linguaggio fascista?
«Per carità, lasciamo stare il fascismo...».
Ma allora questo trumpismo fuori controllo che terrorizza il mondo cos’è: una deriva della destra? Del capitalismo? Un neo-neo colonialismo?.
«È l’equilibrio dei poteri che cambia, non possiamo più leggere il mondo con il sistema di valori delle ere passate. Oggi a noi viene chiesto di dialogare con tutti: un po’ con la Cina, un po’ con gli Stati Uniti, sapendo però che nessuno di questi due soggetti è davvero nostro partner».
E l’Ice - la polizia privata del Presidente - che spara a una donna e la uccide come una bestia è fascismo oppure no?
«No, quello è un capitolo chiuso. Non scomodiamolo per qualsiasi cosa...».
Allora ce lo definisca.
«Premetto: ho visto quel video, come molti altri non ci vedo davvero alcun motivo che possa giustificare in qualche misura l’omicidio. Mi sembra però che sia analizzabile sotto un’altra luce».
Quale?
«Mi preoccupa come fenomeno perché ci vedo, oltre che il rischio di una dittatura, di là da venire, anche la minaccia di un iper controllo del potere poliziesco».
Spieghiamo meglio questo punto.
«È tipico di quei paesi nel mondo - come lo sono oggi gli Stati Uniti - in cui i governi aumentano l’allarme sociale e la sicurezza. La polizia aumenta sempre più il proprio controllo, fino a tendere ad abusi».
Anche l’America delle libertà schiacciata dal terrore e dal controllo è uno scenario fino a poco fa impensabile.
«Vuol dire che la causa di questa deriva nasce proprio da un cattivo uso di queste libertà».
A cosa fa riferimento?
«L’immigrazione incontrollata, la paura della Cina».
La campagna elettorale di Trump.
«Esatto. Gli Stati Uniti hanno aperto a tutto il mondo, nel corso degli anni sono giunti milioni di poveri centro e sudamericani, inquieti ospiti dall’Africa, dall’Asia più povera. Gli americani hanno reagito votato chi gli ha detto di avere in tasca una soluzione».
Ma oggi molti di loro scendono in strada per dire no, tra istituzioni e cittadini.
«Una reazione popolare che lascia ben sperare per il loro futuro».
Anche a Teheran scendono in piazza. Lì Trump che può fare?
«Onestamente è una risposta che non so dare».
In cosa spera?
«Non in un attacco, per due motivi molto semplici».
Prego.
«Intanto perché sarebbe scorretto oltre che troppo facile dal mio divano dire “Sì, bombardiamo l’Iran”».
E poi?
«Perché sono convinto che i manifestanti vadano aiutati il più possibile, ma scatenare un attacco diretto porterebbe solo un nuovo scenario bellico e più danni».
Una soluzione?
«Gli Usa possono, volendo, fiaccare l’economia iraniana e mettere il Paese in ginocchio. Poi sì, qualche aiuto immediato ai manifestanti che continuano a morire in massa».
Ma Khamenei - l’ayatollah dell’Iran - nega le ultime esecuzioni.
«Non è così».
C’è paradosso: l’epoca della sovrainformazione non ha spazzato via il rischio di essere perennemente disinformati.
«La contraddizione tra questi due poli è anzi aumentata, sì. Ma che in Iran ci siano manifestazioni violente non c’è nessun dubbio come non c’è dubbio sul fatto che i soldati sparino ad altezza d’uomo contro i manifestanti».
Va bene: ricapitolando dobbiamo aiutare, ma Trump è meglio se non attacca. Invece perché sindacati e sinistra non scendono in massa nelle piazze italiane?
«È un loro vecchio cortocircuito. Odio Israele perché alleato degli Stati Uniti, l’Iran non lo è. Da Stalin a oggi hanno conservato un comportamento umorale e insanabile».
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