L’intervista al professor Flavio Felice: «In Trump brutalità politica, ma lui è un’invenzione di una cattiva gestione Dem»

L’analisi: «Volersi accaparrare terre e risorse naturali è una costante della storia La Ue come entità politica non esiste. Per gli anticorpi speriamo nei singoli Stati»
Non deve essere facilissimo, in questo periodo di massimo caos universale, essere un ordinario di Storia del pensiero politico e rispondere a chi vuole comprendere qualcosa. Flavio Felice, ma per capire Trump bisogna rifarsi alle categorie della politica o alla fenomenologia psichiatrica?
«Vuole iniziare subito a gamba tesa. Accetto la sfida e le dico che, dal punto di vista della sostanza, non vedo grandi novità».
In che senso?
«Volersi accaparrare terre e risorse naturali è una costante della storia. Colonialismo, neocolonialismo ed esercizio assolutistico del potere sono, purtroppo, modi assai frequenti per interpretare il proprio ruolo di attore geopolitico. Non solo, mi viene da dire che ovunque ci sia un po’ di potere, si tende all’onnipotenza».
Mi perdoni, ma mi pare che ci sia differenza tra bere un buon bicchiere di vino ed essere un alcolista. Una cosa è cercare più risorse, altra è piegare le istituzioni al proprio disegno.
«Ha ragione. Fino a ora, le istituzioni statunitensi sono state percepite come capaci di operare affinché il potere controllasse il potere, controbilanciando le ambizioni e moderando gli eccessi».
Oggi, invece?
«Vedo che le istituzioni, non solo americane, contrariamente a quanto abbiamo creduto e forse sperato, non sembrano così attrezzate per arginare le pretese dei Trump in giro per il mondo».
Ma secondo lei il Tycoon è matto?
«Non sono un medico, ma da osservatore comune mi pare innegabile che ci sia un elemento di brutalità politica. È vero che storicamente abbiamo conosciuto molti matti al potere. Ma è altrettanto vero che abbiamo sempre avuto la certezza che le istituzioni liberali e democratiche fossero in grado di affrontare persino i pazzi. Vi ricordate James Madison?»
Son mica io il professore…
«Il quarto presidente Usa, in uno dei suoi contributi ai Federalist Papers, scrisse che “se gli uomini fossero angeli non occorrerebbe alcun governo. Se fossero gli angeli a governare gli uomini, ogni controllo esterno o interno sul governo diverrebbe superfluo. Ma nell’organizzare un governo di uomini che dovranno reggere altri uomini, qui sorge la grande difficoltà; ...l’esperienza ha dimostrato la necessità di precauzioni supplementari”. L’esperimento americano nasce proprio da questa premessa: l’ipotesi che anche un pazzo possa governare e che la Costituzione debba essere strutturata in modo tale che un eventuale folle non possa arrecare danno alla nazione».
Che le pare della letargia dei Democrats americani? Dove sono finiti i 75 milioni di americani che non hanno votato Donald?
«La società americana è frastornata. Non tutti quelli che hanno votato Trump sono suoi sostenitori. Molti hanno voluto reagire all’establishment democratico, percepito negli ultimi anni come un potere estremamente corrotto, inscalfibile e prepotente, nonché convinto di essere migliore degli altri. Aspetti che hanno molto infastidito gli statunitensi».
Anche le Università, i grandi giornali, la grande tradizione liberal? Dove sono finiti?
«Ma è evidente! Sono sotto scacco e temono le ritorsioni di chi detiene i cordoni della borsa. Inoltre, il linguaggio stesso della politica è cambiato e si è culturalmente attrezzati per questo».
Cioè?
«Pensi alla stampa. Gli organi di informazione hanno sempre avuto la possibilità di esercitare una funzione critica verso il governo, quando si trattava di un confronto tra forze civili che si riconoscevano come parte dello stesso sistema costituzionale, della stessa Repubblica».
Ora?
«L’elemento comune della cultura repubblicana è venuto meno. I giornalisti vengono insultati, derisi e minacciati. Per questo motivo, credo che una parte degli elettori di Trump si sia ricreduta e viva un notevole imbarazzo. Tuttavia, non se la sentono di votare il Partito Democratico».
Perché?
«Come le ho appena spiegato, i Democratici hanno mostrato il loro lato peggiore quando sono stati al governo, gestendo il potere con un atteggiamento diverso da quello dell'amministrazione attuale nella forma, ma non nella sostanza. Fanno le stesse cose, ma l’amministrazione Trump le fa in modo rude, imbarazzante, improponibile e incivile. Sa che c’è?».
Dica.
«Che Trump è, di fatto, un’invenzione della cattiva gestione del Partito Democratico».
Mi faccia un esempio.
«Basta pensare alla scelta della candidata alla presidenza, Kamala Harris, che non era certo la migliore candidata possibile. La vicepresidente di Biden è stata imposta dalle élite. Se si salta il processo delle primarie e si impone un candidato mediocre, non ci si può lamentare se l’elettore sceglie altrimenti».
Questo vizietto dell’autoritarismo ha contagiato tutti, da occidente ad oriente? Anche la vecchia, nobile Europa?
«Purtroppo, sì. In un’epoca di globalizzazione, se si inquina un canale, tutti i pozzi, uno dopo l’altro, si contaminano. Si tratta di un processo iniziato tanti anni fa che ha interessato l’Italia, la Francia e la Germania: ovunque il dibattito si è imbarbarito, cancellando gli standard minimi delle democrazie liberali».
L’Europa ha gli anticorpi per reagire e bonificare i pozzi?
«Mi perdonerà la provocazione, ma, purtroppo, l’Europa, in quanto autorità politica continentale, non esiste».
La posso anche perdonare, ma non la capisco.
«Eppure, è semplice: l’Europa, come entità politica, semplicemente non esiste. Se degli anticorpi ci sono, possiamo solo sperare che vengano recuperati all’interno degli Stati nazionali».
Non erano superati?
«Evidentemente no. Mi auguro però che possano servire almeno a questo, nella speranza che si riavvii il processo di integrazione politica europea, in grado di dare sostanza a una postura politica continentale di matrice democratica e liberale. Attualmente, l’Europa, in quanto entità politica, non sembra possedere queste capacità».
Chi le avrebbe?
«Mi auguro la Gran Bretagna, spero la Francia, anche se non sono affatto fiducioso. Ma, al di là dell’attuale stato comatoso, i Paesi UE devono avere un sussulto, un colpo di reni tale da riavviare il progetto di De Gasperi, Adenauer, Schuman e di tutti coloro che hanno sognato un’Europa unita».
Lei richiama alle responsabilità della politica, ma non è la finanza a manovrare le leve del comando?
«Nella storia, spesso, la politica ha attraversato momenti di profonda debolezza e non credo che questo sia necessariamente un male. È altrettanto vero, però, che mai come oggi la finanza è stata così potente. Ma vogliamo dirla una volta per tutte?».
E diciamola!
«Non è mica colpa della finanza! Se la politica, che è espressione della società civile, non pone dei limiti, è ovvio che il potere economico va dritto per la sua strada e invade ogni ambito».
Mi fa il popperiano?
«Sì e le cito Lord Acton: “il potere tende a corrompere e il potere assoluto corrompe in maniera assoluta”. Abbiamo bisogno di contropoteri per contrastare qualsiasi potere e contenerlo».
Perché questo oggi non accade? Neppure il mondo della cultura può qualcosa?
«Ma, mi scusi, chi dovrebbe essere il punto di riferimento? Se pensa a qualche soubrette, cantante o attore famoso, come Robert De Niro o Meryl Streep, capirà che sono percepiti dalla società americana come parte del problema. Sono visti come complici di un sistema che ha aumentato le disuguaglianze sociali a loro vantaggio e a scapito di quei cittadini che oggi hanno votato Trump».
Ma se il più pulito ha la rogna, chi può parlare?
«Quando si è desertificato il dibattito pubblico, è difficile mostrare un contropotere credibile. Non stigmatizzo il potere in sé, ma coloro che, pur avendo la possibilità di farlo, non esercitano un contropotere efficace, autorevole e degno di fiducia».
Chi sarebbero?
«Noi accademici, voi giornalisti, l’opposizione politica che non è credibile».
Qualche giorno fa è stato l’anniversario dell’Appello ai liberi e ai forti di Don Sturzo. Quanta acqua è passata da quel manifesto?
«Millenni. Eppure, nonostante le differenze rispetto agli anni di Sturzo e del fascismo siano notevoli, l’attualità del suo pensiero sta nell’aver compreso che la pretesa del potere è sempre quella di presentarsi come buono per espandersi e non avere limiti. Ecco perché l’Appello sembra scritto ieri».
Vede anche lei il fascismo dietro l’angolo?
«Gridare al fascismo storico è ridicolo, ma non dobbiamo mai dimenticare che esiste un fascismo perenne, concettuale, una vocazione inesausta all’autoritarismo, alla violenza e alla forza bruta per imporre a chiunque il nostro modo di vedere la vita. Ecco perché ritengo che il manifesto di Sturzo sia più futuristico che attuale».
Addirittura?
«Sì, mi pare che questo sia proprio il problema del dibattito politico nel nostro Paese: dichiararsi a tutti i costi antifascisti, senza aver superato quella tendenza all’autoritarismo che riguarda un po’ tutti».
Chiudo con una domanda difficile, allora: la legge elettorale italiana attuale è fascista, visto che impedisce all’elettore di scegliere liberamente il suo rappresentante e glielo impone con una certa violenza?
«Non mi sento di definirla fascista, ma è innegabile che questa legge abbia impoverito la rappresentanza politica e che pretenda di risolvere il dibattito pubblico in termini binari: o di qua o di là. Di conseguenza, ha anche creato una disaffezione alla partecipazione. In questo senso, sì: genera una tendenza sempre più scettica nei confronti della democrazia. Ma non direi che sia fascista».
No?
«No, il fascismo è la conquista e il mantenimento del potere mediante la violenza».
Fra qualche settimana, sarà l’anniversario del processo farsa di Chieti, intentato agli assassini di Giacomo Matteotti da una magistratura asservita al potere mussoliniano. Pensa che oggi ci sia ancora qualcuno che vuole tornare a controllare i magistrati, con la riforma per cui andremo a votare?
«Io mi attengo alla lettera del referendum, che prevede di rendere funzionale la riforma del rito accusatorio di Giuliano Vassalli, grande giurista ed eroe della Resistenza. Piuttosto che preoccuparmi del referendum, mi preoccuperei di rendere la magistratura il più trasparente possibile nella sua azione, cosa che dovrebbe interessare tutti i cittadini, a partire dai più deboli. Certo, bisognerà fare attenzione che a questa riforma non ne seguano altre per ingabbiare l’ordine giudiziario. Ma ora è il momento di liberare la magistratura dalle correnti che la stanno avvelenando».