Pescara

Trump e i dazi, l’analisi di Cottarelli: «L’incertezza è strutturale, le imprese diversifichino»

22 Febbraio 2026

​​​​​​L’economista: «Il presidente, con un escamotage, ha guadagnato 5 mesi»

PESCARA. «I dazi a livello globale torneranno al 15% in base all’esame della decisione assurda e antiamericana sui dazi, adottata ieri dalla Corte Suprema».

Così Donald Trump al termine di una due giorni convulsa: prima la decisione della Corte Suprema che ha rimosso gran parte dei dazi introdotti, poi la loro reintroduzione – questa volta al 15% – attraverso un nuovo strumento giuridico.

Dazi e contro-dazi in una giungla informativa che alimenta incertezza su mercati, imprese e governi. Per fare chiarezza abbiamo raggiunto Carlo Cottarelli, economista, professore all’Università Cattolica ed ex direttore del dipartimento finanza pubblica del Fondo monetario internazionale, già senatore nel gruppo del Partito Democratico.

Professore, da tutta questa storia quello che mi pare emerga è una grande confusione. Sbaglio?

«Sì, è confusione che peraltro permane anche per il futuro. Nella conferenza stampa di ieri Trump ha ribadito più volte che questa decisione almeno, paradossalmente, fa un po’ di chiarezza, perché prima non si sapeva cosa avrebbe deciso la Corte Suprema, mentre ora abbiamo una scelta. Però restano delle incertezze enormi. Per esempio: il presidente americano ha introdotto dazi del 15% su tutti i Paesi, basandosi su un diverso atto di delega che appare più solido, ma che riguarda soltanto i prossimi cinque mesi».

Quindi si va a sentimento?

«Questi nuovi dazi del 15% non possono restare in vigore oltre i cinque mesi senza l’approvazione del Congresso, quindi si crea ulteriore incertezza. C’è anche un margine di interpretazione su quali dazi rimangano effettivamente in vigore. La Corte Suprema ha cancellato quelli basati sull’atto del 1977 che conferiva al presidente poteri straordinari in caso di emergenza. Ma altri dazi continuano ad applicarsi, per esempio quelle su acciaio e alluminio introdotte sulla base di altre leggi».

Cinque mesi. I mercati come possono reagire davanti a questa incertezza quasi programmata?

«La reazione finora è stata abbastanza contenuta e penso che continuerà a esserlo. L’economia mondiale continua a crescere attorno al 3% l’anno, che è il tasso medio degli ultimi decenni quando non ci sono shock rilevanti. Per ora non credo che questa decisione avrà un impatto immediato sulla crescita economica globale».

Si continua a camminare sulle uova, esattamente come prima...

«Sì, l’incertezza c’era già, perché si attendeva la decisione della Corte Suprema. Certo, non è una situazione ideale».

Le aziende italiane e, in particolare, quelle abruzzesi – dalla farmaceutica all’agroalimentare – rimangono molto esposte. Cosa devono fare? Aggredire nuovi mercati o attendere che passi la tempesta Trump?

«Diversificare è sempre utile e questa scadenza a cinque mesi può essere una spinta a farlo. Trump non durerà per sempre e questa sentenza conferma un punto importante: i poteri del presidente degli Stati Uniti, per quanto ampi, non sono illimitati».

Si parla di rimborsi per le imprese danneggiate. Cosa si può fare?

«Sui rimborsi, la Corte Suprema non dice nulla. Alcuni sostengono che i dazi già riscossi debbano essere restituiti, altri il contrario. Ma nel testo della sentenza non c’è alcun riferimento ai rimborsi».

Trump si è sempre vantato di essere una specie di mago dell’economia. I dati però raccontano altro: non sembra la golden age promessa.

«Non è una golden age, ma neppure un disastro. L’ultimo dato trimestrale è stato letto in modo troppo negativo. Il tasso di crescita annualizzato è intorno all’1,4%, un dato che in ordine di grandezza è simile a quello europeo. È un risultato rimasto basso anche in virtù della chiusura del governo americano nell’ultimo trimestre dell’anno scorso, lo shutdown, che sottrae di fatto circa un punto percentuale al Pil. Al netto di questo effetto, la crescita sottostante sarebbe stata intorno al 2,4%, che non è male. Va anche considerato che il trimestre precedente era stato molto positivo, con una crescita superiore al 4%. Nel complesso dell’anno la crescita è stata intorno al 2,2%, inferiore rispetto agli anni precedenti – nel 2024 era circa il 2,8% – ma non è un crollo».

Una via di mezzo…

«Già, più problematica è la distribuzione del reddito: nei primi tre trimestri i profitti delle imprese sono cresciuti attorno al 10%, mentre i redditi delle famiglie sono aumentati di circa l’1-1,5%. Tenendo conto dell’inflazione, questo significa una compressione del potere d’acquisto per molte famiglie».

Il contrario di quello che aveva promesso. Tornando ai dazi: il potere politico li vuole fortemente, il potere giuridico dall’altra parte frena. Dal punto di vista economico, questi dazi è meglio tenerli o toglierli?

«In alcuni casi i dazi possono avere una logica, per esempio nei confronti della Cina, dove il ruolo dello Stato nell’economia è molto diverso rispetto agli standard occidentali. Ma estenderli a Paesi con sistemi economici simili, come quelli europei, è difficile da giustificare sul piano economico».

Nota una flessione nell’apprezzamento del Tycoon?

«C’è stato un calo nei primi mesi, poi la situazione si è stabilizzata, ma non si vede un recupero significativo di popolarità. Una parte dell’elettorato continuerà a sostenerlo a prescindere, ma gli indecisi sembrano allontanarsi. Se dovessi scommettere, direi che alle elezioni di midterm almeno una delle due Camere potrebbe essere persa dai repubblicani».

Ultima domanda: come dovrebbe muoversi il governo italiano rispetto a Trump?

«Non vedo la necessità di cambiamenti radicali. È giusto mantenere buone relazioni con gli Stati Uniti, indipendentemente da chi sia al governo. Ma è fondamentale muoversi all’interno di una posizione europea comune. Mi sembra che l’Italia lo stia facendo: dialoga con Washington, ma senza staccarsi dalla linea europea.»

Vuole vedere che l’agenda Draghi alla fine ce l’aveva in tasca la Meloni, professore?

«Si può sperare che l’atteggiamento più assertivo degli Stati Uniti stia contribuendo a rafforzare l’Unione europea. Un esempio è stata la reazione compatta dei principali leader europei sulla Groenlandia: parlare con una voce sola ha avuto un effetto e gli Stati Uniti hanno fatto un passo indietro».