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21 gennaio

21 Gennaio 2026

Oggi, ma nel 1978, in tutta Italia, entrava nella top-ten della classifica nazionale dei singoli, benché in ultima posizione, “Samarcanda”, il 45 giri di Roberto Vecchioni, destinato ad entrare nella storia della musica leggera tricolore. La chart settimanale era guidata da “Solo tu”, del gruppo Matia Bazar, in prima piazza, seguita da “Moonflower”, del messicano-statunitense Carlos Santana, in seconda, e “Dammi solo un minuto”, della band Pooh, in terza. Il pezzo del professore liceale, insegnante soprattutto del “Cesare Beccaria” di Milano, d’italiano, ma anche di latino e greco. Vecchioni, originario di Carate Brianza, ma poi adottivo di Maguzzano di Lonato del Garda, di 35 anni, era stato ispirato nella composizione dalla fiaba raccontata nell’incipit del romanzo “Appuntamento a Samarra”, dello statunitense John Henry O’Hara, dato alle stampa nel 1934 per i tipi di Harcourt Brace and Company di New York, ed appartenente alla cosiddetta narrativa psicologica. La traccia, estratta dall’album omonimo, era pubblicata dall’etichetta discografica internazionale Philips. Contribuiva sostanzialmente a rendere noto Vecchioni al grande pubblico. La musica per archi era composta e incisa da Angelo Branduardi -polistrumentista di Cuggiono che aveva avuto nel ’77 la consacrazione professionale per la raccolta “Alla fiera dell’est”- che suonava anche il violino e il flauto dolce. Mentre parte delle percussioni erano affidate al partenopeo Tony Esposito, che affiancava il capitolino Mauro Paoluzzi. La canzone, come spiegava Vecchioni (nella foto, particolare, sulla copertina della rivista musicale settimanale “Ciao 2001”, fondata il 22 marzo 1968 a Roma, diretta da Saverio Rotondi, nel numero 50, anno X, del 17 dicembre di quel 1978) nel testo d’accompagnamento al vinile, narrava la triste ed icastica vicenda di un soldato, verosimilmente di ventura, che cercava di scappare dalla morte. Che era personificata da una “Nera signora”. Ma che scopriva come la "Mietitrice" lo attendesse proprio a Samarcanda- Letteralmente “Fortezza di pietra”, in lingua sogdiana, città che costituiva nell’immaginario collettivo della fine degli anni Settanta una meta particolarmente esotica e lontana. In Uzbekistan, collocata al centro delle principali ed antiche rotte commerciali asiatiche. Dunque di rilevante importanza anche culturale. Indubbiamente luogo dalla connotazione anche mistica. Che alla fine risultava l’unica destinazione possibile per il combattente in fuga, che scappando abbracciava la sua ultima ora. In una sorta di spietata metafora sull’ineluttabilità del destino.