Addio a Don Panfilo, l’abbraccio di tanti giovani

Centinaia di fedeli commossi ai funerali al Tricalle. La messa officiata dall’arcivescovo Forte: «Era un uomo puro, senza ipocrisie»
CHIETI. «Un servitore umile, luminoso, che si mostrava per quello che era senza ipocrisie, si dava a tutti con amore». Nella chiesa di San Francesco Caracciolo in Tricalle non c’è spazio per uno spillo: centinaia di persone si sono raccolte in preghiera per salutare don Panfilo Argentieri, scomparso all’età di 90 anni e a sei mesi da un grave incidente a bordo della sua Lancia Delta. Ci sono le istituzioni religiose e civili, ci sono i fedeli di tutte le età riuniti dietro le panche, ma la fila di cittadini accorsi per dare l’addio al «parroco di tutti» arriva fino alle porte della chiesa e sul sagrato dove si mescolano lacrime e ricordi di una quotidianità che don Panfilo ha illuminato per oltre sessant’anni con parole semplici e luminose.
Dal pulpito l’arcivescovo Bruno Forte, bastone pastorale e casula viola, legge un passaggio del Vangelo di Marco: scribi e farisei disprezzano i discepoli di Cristo che mangiano senza aver lavato le mani, Gesù gli accusa di ipocrisia: antepongono i precetti umani al comandamento divino, giudicano i fatti esteriori prima di quelli del cuore. «Così era don Panfilo», spiega l’arcivescovo, che nel parroco trovò il suo confessore, «un uomo puro, che si mostrava per quello che era, che non cercava facili consensi, non sminuiva le esigenze del suo cuore, non si scandalizzava come gli scribi, rifiutava le ipocrisie perché sapeva guardare oltre l’apparenza delle cose».
Sacerdote nel profondo innamorato del Signore, di cui è stato «fedele e generoso servitore» ma anche «uomo di preghiera in costante azione di grazia», don Panfilo «ha adorato Dio col cuore e ha insegnato così ad amarlo, rivelandosi nella sua natura di servitore gioioso nella fede, luminoso nella speranza».
La messa finisce. Don Panfilo supera, per l’ultima volta, la soglia d’ingresso della chiesa del Tricalle di cui è stato parroco e simbolo per un’intera comunità. Il feretro raggiunge la piazza antistante per l’ultimo saluto, la benedizione. Con l’arcivescovo ci sono i sacerdoti, i fedeli, anche giovanissimi. Ci sono ragazzi di ogni età accorsi per omaggiare quel parroco che è stato figura amica e confessore di tutti, credenti e non. Ci sono i rappresentanti della politica: il deputato dem Luciano D’Alfonso, il presidente del Chieti Calcio Gianni Di Labio, il dirigente Massimo Reale, il sindaco Diego Ferrara per il quale don Panfilo ha rappresentato, in un’immagine, «Il vecchio curato di campagna, quella figura», spiega il primo cittadino, «che conosceva tutti, dava sempre consigli utili e sinceri senza cadere in facili moralismi, aveva sempre una visione attuale sui rapporti familiari e umani, sulle questioni del vivere quotidiano che dimostrava di comprendere e conoscere profondamente. Un uomo colto, intelligente, illuminato, con un pensiero moderno nonostante fosse in là con gli anni. La sua eredità è proprio questa idea di un conforto sempre basato sulla concretezza della vita di tutti i giorni». La macchina si allontana, diretta verso il cimitero dove don Panfilo riposerà. Mentre una ad una le macchine dei fedeli si accodano per formare, dietro al feretro, il corteo che nel traffico diventa il lungo addio commosso al parroco più amato.

