Bimbi nel bosco, slitta la perizia: «Il ritardo è incomprensibile»

Era in programma venerdì, ma è stata rinviata per l’assenza dell’interprete incaricato dal tribunale. L’avvocato della difesa: «Ogni singolo giorno trascorso è un giorno di dolore che si aggiunge»
PALMOLI. Ormai ha tutte le caratteristiche dell’odissea giudiziaria. È scandita da imprevisti, rinvii e, sopratutto, interrogativi su se e quando arriverà la parola fine su questa storia: slitta di una settimana l’inizio della perizia psichiatrica decisa dal tribunale per i minorenni dell’Aquila nei confronti di Nathan Trevallion e Catherine Birmingham, i genitori anglo-australiani della famiglia del bosco. L’inizio dell’indagine psicologica era prevista per questo venerdì, ma l’assenza dell’interprete incaricato dal tribunale – che non sarà disponibile prima del prossimo lunedì – ha modificato la tabella di marcia. Agli avvocati della coppia, Danila Solinas e Marco Femminella, è stato proposto di avviare la perizia senza traduttore, ma hanno lecitamente rifiutato, esprimendo tutto il loro disappunto per il rinvio. «Desta allarme una dilatazione, incomprensibile, dei tempi indicati per l’inizio delle operazioni peritali», commenta Solinas, «giacché gli stessi rischiano di risultare disancorati, e anzi ampliare, il dramma che quotidianamente vive questa famiglia per la quale ogni singolo giorno trascorso è un giorno di dolore che si aggiunge». La settimana di ritardi allunga ulteriormente i tempi – già estesi – disegnati dalla giustizia per la perizia psichiatrica di cui si occuperà la dottoressa Simona Ceccoli: avrà 120 giorni per stabilire se i due genitori sono in grado di prendersi cura dei loro tre bimbi, dal 20 novembre in una struttura protetta a Vasto. Per dirla con le parole utilizzate dai giudici: «Se siano capaci di riconoscere i bisogni psicologici, affettivi ed educativi dei figli. Se sono idonei e, in caso contrario, se le loro capacità sono recuperabili in tempi congrui». E pensare che sono passati 90 giorni esatti da quando è stato deciso di separare la famiglia, ormai preda di un tempo che sembra sospeso: lo stile di vita lento, essenziale, a contatto e nella natura è stato stravolto dai ritmi rigorosi scanditi dalla giustizia minorile. Mamma Catherine vive con loro nella struttura protetta, ma in un altro piano. Come una separata in casa. Può vederli soltanto durante i pasti e prima di andare a dormire. A papà Nathan va anche peggio: lui ha a disposizione due incontri a settimana, di un’ora l’uno, sempre tra quelle quattro mura che ormai conosce così bene. Eppure, a fronte di questa situazione ormai fossilizzata, la coppia ha abiurato da tempo a quell’intransigenza che ha caratterizzato la prima fase dei loro rapporti con giudici e servizi sociali. Nella prima ordinanza erano state rilevate quattro criticità per i tre bimbi: le condizioni igienico-sanitarie del piccolo casolare di Palmoli – senza utenze e con bagno a secco esterno – l’istruzione, la mancanza di socializzazione e il diritto alla salute. Adesso Nathan vive in un’altra casa, dotata di tutti i comfort della modernità, i bimbi hanno cominciato le prime lezioni all’interno della casa famiglia con l’insegnante Lidia Camilla Vallarolo, sono state fatte promesse nel senso di garantire una socialità maggiore ai bimbi ed è stato dato il via libera al richiamo vaccinale. Aperture comprensibili anche senza interprete. Ma rimaste inascoltate.
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