palmoli

Catherine in lacrime: «Perché si accaniscono su di me?»

9 Marzo 2026

La solitudine della mamma del bosco, che per la prima volta non ha potuto nemmeno sentire i suoi figli

PALMOLI

Certi dolori scavano il viso prima ancora dell’anima. Catherine Birmingham oltrepassa la soglia della sua casa di pietra poco dopo le nove di domenica mattina, restituendo esattamente questa immagine: i lineamenti di una donna invecchiata di dieci anni in appena quattro mesi. Da due giorni piange ininterrottamente. Da due notti non chiude occhio. Quello stesso bosco di Palmoli che aveva eletto a suo rifugio, l’approdo finale di chi pensava di aver trovato la pace dopo aver girato il mondo, si è trasformato nel luogo del suo tormento. È bloccata lì da quando l’ordine perentorio del tribunale per i minorenni l’ha estromessa dalla casa famiglia di Vasto, recidendo la convivenza con i suoi tre figli. I bambini si trovano ancora all’interno di quella struttura, in attesa di essere trasferiti verso una destinazione che nessuno conosce.

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Le carte giudiziarie la descrivono con un lessico severo. I magistrati tratteggiano una figura genitoriale oppositiva, costantemente ostile verso le educatrici, accusata di infrangere le regole della comunità fino a essere sbattuta fuori perché ritenuta un pericolo per l’equilibrio dei suoi stessi figli. Eppure, la donna che adesso varca la porta nel silenzio della campagna appare semplicemente svuotata. È spezzata da un provvedimento di una radicalità che forse, in questa vicenda, nessuno si attendeva fino in fondo. Gli occhi gonfi di Catherine sono quelli di chi sta attraversando il momento più buio della propria esistenza. Il sole di marzo fatica a farsi spazio tra le nuvole spesse, lasciando filtrare soltanto una luce incerta tra i rami degli alberi che circondano la casa.

«I bambini soffrono tanto», sussurra tra i singhiozzi, rompendo per un istante la quiete irreale del bosco. «Perché si stanno accanendo su di me?». È la domanda fissa, l’interrogativo disperato che la tormenta senza sosta da venerdì mattina, dal momento esatto in cui le è stato notificato il nuovo, durissimo decreto dei giudici dell’Aquila. Una domanda che ripete anche al telefono con i suoi legali, l’avvocato Danila Solinas e il collega Marco Femminella, a cui ha affidato una difesa diventata ogni giorno più complessa. Oltre a queste brevi frasi, Catherine non riesce ad articolare altro. Le manca la forza per farlo.

Indossa la maglia di una tuta grigia su un pantalone rosso. È la divisa di chi non trova pace. Oggi, per la prima volta da quando i suoi figli sono nati, non solo le è vietato vederli – un divieto ferreo già scattato nella giornata di ieri – ma le è preclusa perfino la possibilità di ascoltarne la voce. L’ordinanza ha azzerato ogni contatto: non sono previste telefonate, non sono autorizzate videochiamate. Il silenzio imposto è totale. È talmente provata da aver annullato ogni impegno: oggi non andrà neppure nello studio dei suoi difensori per un incontro programmato.

L’unico contatto reale con i bambini passa da Nathan. Mentre Catherine resta confinata a Palmoli, il marito è già in viaggio verso la casa famiglia di Vasto, distante 40 chilometri. A differenza della moglie, l’uomo è ancora autorizzato a varcare quel cancello per visite brevi e rigorosamente sorvegliate. Toccherà a lui reggere l’urto. Sarà lui a dover ascoltare e poi riportare alla madre la supplica disperata che i tre minori, sradicati dalle loro abitudini, continuano a ripetergli implorandolo: «Riportateci a casa».

In questa domenica mattina, mentre il padre cerca di tranquillizzare i figli in città, Catherine fa pochi passi all’aperto. Si allontana di qualche metro dalla madre Pauline, dalla sorella Rachael e dal nipote, rimasti all’interno del casolare. Fuori, nel cortile sterrato, le si avvicinano il cane Spirit, il cavallo Lee e l’asino Gallipoli, animali ormai abituati al viavai di giornalisti, di operatori e di persone giunte per manifestare solidarietà alla famiglia del bosco.

Proprio in quel preciso istante, sulla strada comunale adiacente passa una berlina blu. A bordo ci sono quattro persone. Una donna scende e grida in direzione del casolare, rompendo il silenzio: «Catherine non mollare, non ti meriti quello che ti stanno facendo, continua a lottare per i tuoi figli». Poi, compie pochi passi decisi, raggiunge il cancello costruito assemblando i bancali di legno e, senza esitare, abbraccia questa madre che non trova più pace.

Catherine non si sottrae al contatto, non indietreggia. Stringe forte a sé questa sconosciuta, come a voler cedere per un istante una parte di quel peso. Si porta la mano al cuore, chiude gli occhi e le ripete con un filo di voce: «Grazie, grazie». Poi si stacca dall’abbraccio, abbozza un saluto con la mano e riprende a camminare lentamente, voltando le spalle per tornare verso la porta di casa. Un gesto di profonda gratitudine che però non cambia la realtà: il peso della distanza forzata dai suoi tre figli è una condanna che nessuno può davvero alleviarle.

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