Famiglia nel bosco, la denuncia degli avvocati: «La madre e i tre figli divisi da una porta chiusa a chiave»

I legali Femminella e Solinas: «Decisione arbitraria, per i bimbi è un altro trauma. I piccoli si svegliano in preda a panico e urla disperate: tornino con la mamma»
PALMOLI. Una porta chiusa a chiave. Un giro di mandata in una serratura che separa una madre dai suoi tre figli durante la notte. Il nuovo terreno di scontro nella vicenda dei bambini del bosco di Palmoli, collocati a novembre in una casa famiglia di Vasto, si concentra ora su questo sbarramento. A denunciare quello che definiscono un atto di «arbitrio» sono gli avvocati Marco Femminella e Danila Solinas, difensori di Nathan Trevallion e Catherine Birmingham. Lo fanno con un atto formale. Una diffida, datata 10 febbraio, indirizzata ai Servizi sociali dell’Altovastese, alla struttura protetta e, per conoscenza, al tribunale per i minorenni dell’Aquila.
Il documento fotografa un inasprimento delle misure di sorveglianza. Una stretta che rischia di far precipitare il già fragile equilibrio psicologico dei minori. «Abbiamo avuto contezza che il personale della struttura di accoglienza ha avuto disposizione di chiudere a chiave la porta che collega i locali occupati dai minori da quelli in cui vive la madre degli stessi». La disposizione, secondo i legali, discende direttamente dal «persistere della decisione di tenere separati i bambini dalla madre così come deciso dall’assistente sociale Veruska D’Angelo».
La porta che unisce i due piani diventa una frontiera invalicabile. Per i difensori, questa misura supera il concetto di cautela eccessiva. Rappresenta una fonte di danno. La denuncia dei legali è netta: «A nessuno sfugge come una simile decisione determini una ulteriore e ingiustificata sofferenza nei tre minori, erigendo, di fatto, un muro di angoscia che nei bambini si traduce in un insostenibile senso di impotenza e di colpa».
Il punto nodale sollevato dalla difesa riguarda la percezione che i bambini hanno di questa chiusura. La leggono come una punizione. Si sentono la causa di quella barriera. In altre parole: avvertono «la separazione come una loro responsabilità e questo è insopportabile». Un passaggio che sposta l’attenzione dalle procedure burocratiche ai protagonisti di questo dramma. I tre fratelli, già sradicati dal loro contesto originario, si trovano ora a dover elaborare un ulteriore distacco all’interno di quello che dovrebbe essere un luogo di protezione.
Un dettaglio ancora più angosciante emerge dalla diffida. Riguarda le notti passate nella struttura. Viene citato il caso specifico di uno dei gemelli, il maschietto. Il bambino vive momenti di terrore. «Ben sapete dei gravi episodi notturni, allorquando il piccolo si sveglia in preda a crisi di panico e urla disperate che con fatica e dopo un tempo infinito la madre riesce a calmare». Fino a ieri, il libero accesso tra i piani permetteva a Catherine di intervenire. Poteva contenere l’angoscia del figlio. Poteva fare la madre nel momento del bisogno, della paura del buio e dell’abbandono.
La nuova disposizione cambia tutto. Quella porta sbarrata impedisce ogni intervento immediato. «Quella porta che i bambini sapranno essere chiusa anche questa notte sarà causa di nuovo dolore e trauma», osservano i legali. Sottolineano pure l’assenza di giustificazione giuridica nell’ordinanza del tribunale. La misura si muove «nello spazio a Voi delegato ma non certo nell’arbitrio». Il termine "arbitrio" torna più volte, come a sottolineare una gestione che ha perso di vista l’obiettivo della tutela per scivolare in una logica punitiva. Le ragioni che hanno portato all’allontanamento dalla casa del bosco riguardavano lo stile di vita e l’istruzione. Nessuno ha mai parlato di maltrattamenti o pericoli diretti per l’incolumità dei piccoli. I legali insistono su questo punto giuridico fondamentale: «Va detto, sin da subito, che non trova ragione il contenimento dei rapporti fra la madre e i minori atteso che le criticità che hanno determinato il Tribunale all’allontanamento non sono minimamente riconducibili a condotte attive in danno degli stessi». Non ci sono violenze pregresse. Non ci sono abusi. Dunque, argomentano Femminella e Solinas, la segregazione notturna appare sproporzionata. «È, quindi, inaccettabile la decisione/cautela di tenere separati i bambini dalla madre sia durante la notte e sia durante il giorno ad eccezione dei pasti». La separazione forzata, in assenza di comportamenti pregiudizievoli, diventa una pena accessoria che colpisce chi dovrebbe essere tutelato. La diffida si chiude con una richiesta: «Vi invitiamo, pertanto, a desistere da siffatta irragionevole decisione disponendo che fra figli e madre si ristabilisca una piena convivenza all’interno della struttura». La palla ora torna nel campo delle istituzioni. Gli avvocati chiedono al tribunale di valutare «opportune direttive da impartire ai servizi sociali». A Vasto resta l’immagine di quella porta chiusa. Un giro di chiave che, nel buio, rende impossibile consolare chi si sveglia nella paura.
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