Famiglia nel bosco, l’editoriale del direttore: dove non c’è intelligenza non può esserci umanità

Un trauma. Una ferita irrimediabile. Se ci leggete fin dall’inizio, sapete che non potevamo raccontare questa vicenda con indifferenza
PALMOLI. Lo confesso: da quando faccio il giornalista c’è sempre qualcuno che prova a spiegarmi che per fare questo mestiere bisogna essere freddi e distaccati. Ma da ieri mattina – da quando cioè il Centro ha battuto la notizia di questo provvedimento del tribunale dei minori – non è passata un’ora senza che io non pensassi a quei bambini. Abbiamo messo insieme la squadra che ha seguìto una interminabile giornata, qui trovate tutti i racconti. Ieri, tuttavia, con quel pensiero nella mente, non si poteva essere né freddi, né distaccati, neanche per un momento. Provavo a pensare cosa avrei visto, non con i miei occhi, ma con quelli dei bambini, al momento della loro uscita da quella casa famiglia, sapendo che non rivedranno più i loro genitori se non come i carcerati con i parenti.
Pensavo al fatto che l’ordinanza impone incontri con la madre in modalità “esterna e vigilata”. Pensavo al fatto che sarebbero usciti, a sera, sapendo che si ritroveranno soli, oggi, in un posto che non conoscono. Provavo a ipotizzare quanto conteranno questi drammatici momenti nella loro vita futura. Un trauma. Una ferita irrimediabile. Se ci leggete fin dall’inizio, o se avete ricostruito questa storia recuperando i nostri articoli sul nostro sito, sapete che non potevamo raccontare questa vicenda con indifferenza. E non possiamo farlo perché abbiamo recuperato (per noi stessi e per i nostri lettori) ogni singola carta di questo processo. Ieri – infatti – si è celebrata a Vasto la cronaca di una morte annunciata: in redazione pronosticavamo questo esito con matematica certezza da quando abbiamo letto la relazione della tutrice.
Era scritta in burocratese, è vero: ma sotto gli esercizi di stile un po’ goffi, si intravedeva già la trama, il plotone di esecuzione schierato contro questa famiglia. Non hanno fatto nulla, non hanno ucciso nessuno, i Trevaillon, non hanno rubato o violato la legge, quei genitori, ma agli assistenti sociali e a coloro (che in teoria dovrebbero assisterli e tutelarli) sembrano un insopportabile simbolo di sfida alla loro autorità. Nel dispositivo del Tribunale di ieri tutto questo è deflagrato in un drammatico capitolo conclusivo: la madre dipinta come una moderna strega, il padre come un tontolone innocuo (se non si oppone), quei tre piccoli come dei problemi, o addirittura dei selvaggi irredimibili, refrattari alle regole e capaci di persino di violenza: rompono vasi, si arrampicano sugli alberi, agitano bastoni.
Come in tutti gli istituti concentrazionari, questa squadretta di burocrati implacabili si è dedicata al racconto del problema senza mai accorgersi di essere loro la causa del problema. Troverete negli articoli dei nostri inviati tutti gli elementi di questo complesso e operato mosaico accusatorio. Se i bambini piangono si stanno consapevolmente ribellando (ovvero: sono dei simulatori). Se danno segni di disagio sono plagiati dalla madre. Se si vaccinano lo fanno malgrado il cattivo esempio dei genitori. Leggendo questo documento (ma avendo presente anche gli altri) si scoprono tutte le scaltrezze del processo di demonizzazione dei Trevaillon: in ogni passaggio successivo c’è qualche elemento del passato (troverete un articolo che vi spiega come) in cui un dettaglio viene ripescato e riscritto alla luce di questo rabbioso sentimento del Tribunale, dei servizi sociali, dei tutori e dei periti. Vanno piegati, punto. Ma in nome di cosa, però? Mistero. I genitori sono privati della patria potestas (sospesa), della loro casa, della loro famiglia. Ma perché?
Abbiamo ricordato cento volte – lo facciamo anche oggi – che i Trevaillon hanno accettato tutte le condizioni che gli sono state poste: completare i richiami dei vaccini (che avevano già iniziato), ristrutturare la loro casa (che non è mai stata un tugurio), trovare una residenza provvisoria (dei santi gliene hanno messa a disposizione una, bellissima). Individuare una maestra (gliene è stata messa a disposizione una, umanissima). Tuttavia Catherine non era stata accettata nella casa per essere inserita in un percorso di dialogo, scrivono un po’ ingenuamente i giudici, ma solo per favorire l’inserimento dei piccoli ed essere studiata nella sua devianza.
La mamma è una ribelle e dà il cattivo esempio. Al padre – trattato con un capomafia – si consentono visite sporadiche a tempo calmierate persino a Natale (e meno male che lo considerano il più disponibile!). La nonna e la zia venute dall’Australia sono considerate come Riina, non possono stare sole con i nipoti. E lo stesso trattamento adesso sarà riservato alla madre, che dovrà avere un guardiano (sarà l’ineffabile Veruska, l’onnipotente assistente sociale a cui sono state consegnate queste vite?) per impedirle anche un solo momento di pericolosa intimità con i suoi figli. Si vedono tante pene, ma gli estensori del documento si sono dimenticati di parlare della colpa.
La nostra Ilaria Orsini è rimasta fino all’ultimo davanti alla casa famiglia, catturando un video bello e terribile che ci dice tutto. Il momento di sintesi, in un quadro che ha i colori di un dipinto di Eward Hopper: un figlio al petto della madre che quasi la stritola per non separarsi, Nathan che chiude nel baule della macchina dei semplici bagagli. Il freddo, il silenzio della notte. Ma io non posso essere né freddo, né distaccato, né indifferente: provo a mettermi nella testa di questo bambino, a immaginare cosa ci vorrà per cancellare una cicatrice così profonda. Come faranno a non odiare, dopo quello che hanno subìto, senza nessuna colpa.
Non stimo chi ha rappresentato le istituzioni con tanta algida e meccanica implacabilità. Mai sfiorato dal dubbio. Noi non potevamo distaccarci dal pensiero di quei bambini, domani. I loro giudici, invece, restano distanti persino in questo ordine esecutorio: è del tutto evidente che non ci hanno mai pensato. Ci vorrebbe una canzone di Fabrizio De André. Io volevo essere negli occhi di quei bambini. Loro – che disegnano il loro futuro nelle scartoffie – dentro quegli occhi e quelle teste non ci saranno mai. È proprio vero che dove non c’è intelligenza non può esserci umanità.
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