Palmoli

La versione dei giudici: «Le urla dei bimbi? Simulate»

8 Marzo 2026

I pianti, le grida e la sofferenza dei bambini dentro la struttura protetta nell’ordinanza diventano un prodotto dell’influenza esercitata da Catherine

VASTO. Urla, pianti, incubi che svegliano di soprassalto i bambini nel cuore della notte. Addirittura gli episodi di enuresi involontaria: tutto finto. Non lo scrivono in maniera perentoria – anche perché sarebbe impossibile da dimostrare – ma sono diversi i passaggi dell’ultima ordinanza in cui i giudici del tribunale per i minorenni dell’Aquila lasciano intendere che lo stato psicofisico manifestato dai tre bimbi del bosco all’interno della struttura potrebbe non essere veritiero. Dietro questa grande macchinazione, ovviamente, ci sarebbe mamma Catherine.

In base alla ricostruzione giudiziaria la donna, ormai separata dai suoi figli dal cancello invalicabile della casa famiglia di Vasto, nel suo periodo di convivenza avrebbe influenzato il comportamento dei bambini, avallando la loro violazione delle regole e incitando le manifestazioni della loro insofferenza causata dalla permanenza nella struttura. Una situazione esacerbata a tal punto che Catherine viene rappresentata come una «fonte di grave pregiudizio, non solo per l’istruzione dei figli, ma anche per il loro equilibrio psichico, per la loro educazione e persino per la loro incolumità».

Come si è arrivati a questa conclusione? Con una semplice equazione: quando la madre non c’è, i bimbi sono «gestibili»; quando c’è lei, no. Ergo, è Catherine che li guida per far simulare loro di voler tornare a casa. Un dubbio che viene insinuato anche rispetto alla sofferenza dei bambini quando devono distaccarsi dalla madre. Tutto si gioca tra avverbi e condizionali, ma il documento, spogliato dai suoi usberghi, è chiaro.

Il protagonista di questo passaggio è il gemellino maschio della famiglia Trevallion, rispetto a cui «sono descritti episodi di enuresi concomitanti con il distacco dalla madre per gli incontri legati alla C.t.u. (la perizia, ndr), nonché di urla e pianti documentati con registrazione sonore», si legge, «la sintomatologia mostrata consiste in manifestazioni potenzialmente volontarie e deliberate». I giudici poi provano a correggere il tiro, sottolineando che «tuttavia» la condizione del bimbo «merita approfondimento e indicazioni specifiche da parte della Neuropsichiatria Infantile, dalla cui relazione emergono significativi indizi di un rapporto simbiotico con la madre».

Insomma, anche ammettendo che l’enuresi, le urla e i pianti non siano simulati, la colpa in qualche modo ricadrebbe sulla madre e sul rapporto instaurato con il figlio. La famiglia, vale la pena ricordarlo, fino a prima del trasferimento forzato dei piccoli nella struttura di Vasto, ha sempre vissuto a stretto contatto, dormendo nella stessa stanza e condividendo la maggior parte del tempo. Un altro passaggio interessante dell’ordinanza è quello relativo all’aggressione che i tre bimbi avrebbero compiuto nei confronti degli educatori della struttura. I piccoli «hanno cercato in tutti i modi di far del male alle due educatrici presenti, accusandole di essere delle “cattive persone”», si legge, «definizione che spesso utilizza la madre davanti ai bambini».

Anche qui bisogna leggere tra le righe – ma nemmeno troppo – per intuire dove questa puntualizzazione vada a parare. E subito prima, rispetto ai rapporti di relatrice e tutrice speciale per i minorenni, i giudici scrivono: «Alla condotta materna ha simmetricamente corrisposto quella dei figli, che se prima dialogavano serenamente con tutrice e curatrice, nell’ultimo periodo hanno preso a rifiutare ogni contatto, limitandosi a chiedere di rientrare a casa». Dopo quasi quattro mesi di permanenza in una casa famiglia, chi darebbe torto a questi bimbi?

@RIPRODUZIONE RISERVATA