Ortona

Morte di Lorena, negli spostamenti del marito un buco di 2 minuti: «Sono pochi per uccidere»

31 Gennaio 2026

La ricostruzione del procuratore Falasca nella richiesta di archiviazione dell’inchiesta. Decisivi anche i filmati delle telecamere in centro e le analisi del Gps del telefonino

CHIETI. Un buco di poco più di due minuti. Tanto dura il vuoto negli spostamenti di Andrea Cieri nel giorno in cui la moglie, Lorena Paolini, è stata trovata morta. Un lasso di tempo tecnicamente insufficiente, troppo breve per pensare che sia stato utilizzato dall’impresario funebre, la mattina del 18 agosto 2024, per strangolare la coniuge di 53 anni. A sostenerlo è il sostituto procuratore Giuseppe Falasca nella richiesta con cui ha sollecitato l’archiviazione dell’inchiesta nei confronti di Cieri, inizialmente indagato per omicidio volontario.

Dalle carte dell’indagine emergono quelli che il magistrato definisce «inconfutabili elementi oggettivi e logici», i pilastri di una ricostruzione che milita in direzione del suicidio della donna, toltasi la vita – sostiene il pubblico ministero – con una corda assicurata al lampadario dello sgabuzzino in veranda. In questo quadro, la sequenza dei movimenti dell'indagato assume un ruolo decisivo. Il contesto è noto e drammatico: c'è uno scambio di messaggi tra Lorena, che si trovava nella villa di contrada Casone, e Andrea, quella mattina nell’ufficio della sua agenzia funebre di via Cavour. La scintilla è una «faccina» con i cuoricini inviata dalla donna a un altro uomo cinque giorni prima.

È uno scontro digitale durissimo, che si consuma tra le 12.15 e le 12.22. L'uomo lascia la moglie, l'accusa di infedeltà, le intima di andarsene di casa. Per la procura è verosimile che, di fronte a risposte della moglie indicative di una volontà di farla finita, Andrea abbia deciso di rientrare d'urgenza, percependo l'imminenza della tragedia. Qui la cronologia si fa stringente. Alle 12.27 la telecamera comunale di piazza San Francesco aggancia il furgone Mercedes di Cieri che lascia via Cavour. Esattamente cinque minuti dopo, lo stesso veicolo viene ripreso da una telecamera aziendale a soli 450 metri da casa. Alle 12.35 il Gps del cellulare di Cieri registra la variazione di altitudine: la salita di un piano, l’ingresso nell'appartamento aperto con le chiavi. Tre minuti dopo, alle 12.38, parte la chiamata disperata al 118: Lorena è senza vita.

«Sulla scorta di questi dati circostanziali temporali», annota il pubblico ministero, «appare veramente difficile ragionare nei termini di una dinamica omicidiaria». Il calcolo dei tempi riduce i margini del dubbio al minimo: dal momento in cui varca la soglia di casa, Andrea «a tutto concedere» avrebbe avuto a disposizione un massimo di 2 minuti e 34 secondi per uccidere la moglie. È il tempo esatto che intercorre tra la salita al piano e l'allarme ai soccorsi. Il confronto con la scienza medica è netto: «I tempi che la letteratura scientifica indica mediamente occorrenti per la morte per asfissia», osserva il pubblico ministero, «oscillano tra 3 e 5 minuti, e – pertanto – sono del tutto inconferenti con un tempo massimo avuto a disposizione del presunto omicidio pari, nella migliore delle ipotesi in chiave accusatoria, a 2 minuti e 34 secondi».

Quell'intervallo temporale, argomenta il magistrato, «è da considerarsi in eccesso: è un’ipotesi ricostruttiva ideale in cui s’immagina che l’indagato abbia fatto ingresso in casa già munito di corda, che abbia trovato subito la moglie e che – senza alcun indugio – l’abbia poi strangolata. Non tiene in considerazione che Cieri abbia dovuto prendere la corda nella camera da letto della figlia; che pure qualche parola abbia dovuto scambiare con Lorena prima di aggredirla; che la vittima stessa abbia compiuto qualche gesto disperato di autodifesa o chiesto aiuto». La conclusione logica è una sola: quando Andrea rientra, Lorena è già morta.

A confermare questa tesi concorre l'analisi delle chat: «A ciò si aggiunge la sequenza di messaggi scambiati tra l’indagato e la coniuge: dal tenore delle risposte della donna alle accuse e intimazioni del marito espresse in maniera veramente cruda e brutale, la risposta all’invito a lasciare casa per farsi “campare” dall’amante, si comprende che Lorena aveva – in realtà – deciso di compiere un gesto estremo». Una fragilità emotiva confermata da una testimonianza chiave: un'amica riferisce che Lorena, «già provata dalla morte della madre appena un anno prima e dalla morte dell’amata suocera la settimana precedente», le aveva confidato in sette messaggi poco prima delle 11.59 di aver avuto un diverbio col marito e che «si sarebbe ammazzata se non avesse risolto». Se l’antefatto, per la procura, «è perfettamente conferente rispetto alla volontà suicida della donna, altrettanto conferenti sono le modalità del suicidio così come riferito finalmente da Cieri nel corso dell’interrogatorio del 4 novembre 2024». Due sono i dettagli che, per il pm, chiudono il cerchio. Primo: «È plausibile che Lorena sia morta all’interno dello sgabuzzino perché qui i carabinieri hanno rinvenuto la ciabatta infradito destra della donna e gli occhiali caduti in una busta di cipolle». Secondo, la prova fisica: «L’esperimento del 30 gennaio 2025, consistito nella predisposizione di un manichino dello stesso peso e delle dimensioni di Lorena e sospeso al lampadario dello sgabuzzino con una corda della stessa lunghezza e dello stesso spessore di quello che avrebbe usato la donna, ha mostrato che l’aggancio non solo la sorreggeva ma che non subiva nessuna deformazione sotto il peso del manichino impiegato e lasciato pure cadere simulando il brevissimo salto della sediolina rinvenuta nello sgabuzzino ipotizzando che fosse stata impiegata per il gesto insano».