Palmoli

Partita a carte, bolle di sapone e disegni: per i bimbi del bosco la voglia di una vita normale

5 Febbraio 2026

Giocano con i genitori e gli esperti della Asl. La relazione dei medici smentisce l’ipotesi di un deficit causato dall’isolamento

VASTO. Le carte francesi scorrono sul tavolo della stanza colloqui. Canasta. Un gioco di strategia, calcolo, sequenze. I due gemelli di cinque anni le maneggiano con disinvoltura. Si concentrano, rispettano i turni, costruiscono scale di numeri. In questa immagine, catturata all’interno della casa famiglia di Vasto, si misura il primo vero divario tra l’accusa di abbandono educativo e la realtà osservata. Davanti agli occhi degli esperti della Neuropsichiatria infantile della Asl, chiamati a valutare se la famiglia del bosco di Palmoli possa sopravvivere unita, Nathan, Catherine e i loro tre figli mettono in scena la loro normalità.

E la normalità, in questo caso, ha la precisione di una partita a carte giocata senza sbavature da bambini che non hanno mai visto un’aula scolastica. L’osservazione parte da qui. Dalla capacità di questi bambini di mantenere l’attenzione, di comprendere regole complesse, di interagire tra loro e con gli adulti. È un dato che i medici annotano subito. Smentisce l’ipotesi di un deficit causato dall’isolamento nel bosco. I bambini sanno stare al mondo, o almeno sanno stare nel loro mondo, che dal 20 novembre scorso è una struttura protetta. L’ingresso nella stanza non è stato neutro. I piccoli hanno mostrato quella che gli specialisti nel loro gergo definiscono «inibizione sociale selettiva».

Una diffidenza istintiva verso gli estranei. Appena entrati, si sono fermati. Hanno guardato i genitori. Cercavano un segnale. Se il padre e la madre sono tesi, il bambino si chiude. Se sono tranquilli, il bambino si affida. La dinamica osservata è questa. Catherine e Nathan si sono mostrati disponibili, collaborativi con l’équipe. I figli hanno decodificato il messaggio non verbale e hanno abbassato le difese. La barriera della paura è caduta. La sorella maggiore, otto anni, porta una maglia con la stampa di un unicorno. Si siede a terra assumendo la posizione a "W", con le gambe ripiegate ai lati. È una postura comune nell’infanzia, un dettaglio che finisce nella relazione insieme a tutto il resto. Le propongono delle palline colorate. Lei accetta. Le riconosce, nomina i colori, le afferra. La coordinazione occhio-mano è buona.

L’interazione diventa fluida, definita addirittura «gioiosa» nella relazione tecnica. Poi la bambina decide di lasciare una traccia. Cerca carta e pennarelli. Il soggetto che sceglie non è casuale. Disegna il suo cavallo. È il simbolo della vita da cui è stata strappata. Accanto all’animale scrive il proprio nome, poi quello di Lee. I medici controllano come impugna la penna: «Prensione tridigitale». È corretta. Il tratto grafico rivela una lieve immaturità, comprensibile per chi ha imparato a scrivere fuori dai banchi. Ma scrive con entusiasmo, accoglie i suggerimenti.

Qui si apre una parentesi fondamentale per capire lo scontro culturale in atto. Quando l’équipe prova a lodare la bambina per il bel disegno, la madre interviene. Catherine ferma il complimento. Precisa di essere contraria alle lodi durante le attività. Non è un atto di severità gratuita. È l’applicazione di un principio: il bambino deve agire per motivazione intrinseca, per il piacere di fare, non per ottenere l’approvazione dell’adulto. Una visione educativa che non inficia la qualità del legame. I neuropsichiatri lo scrivono chiaramente: i genitori rappresentano un «valido riferimento emotivo». Forniscono ai figli la sicurezza necessaria per esplorare l’ambiente. L’empatia circola. Le intenzioni si comprendono.

La seconda fase della valutazione sposta la scena ad Atessa. Visita neuropsichiatrica approfondita. Il contesto è diverso, la lingua è un misto di inglese e italiano che permette comunque di capirsi. Qui la reazione dei bambini si fa più fisica. I gemelli entrano e non si tolgono i giacconi. Restano vestiti e si rifugiano in un angolo, su un tappeto morbido. Iniziano a lanciare dei pupazzi verso gli operatori. Sorridono mentre lo fanno. Stanno giocando e, al tempo stesso, testando il territorio. Stanno misurando la reazione di questi estranei. I medici lo capiscono, i genitori anche. Catherine media. Non rimprovera, non alza la voce. Usa sorrisi, parole calme. Invoglia i figli a smettere senza creare fratture. La tensione si scioglie solo quando gli osservatori decidono di fare un passo indietro, riducendo la loro presenza nella stanza.

Serve un elemento terzo per sbloccare l’impasse. Le bolle di sapone. Un gioco semplice che diventa un ponte. Il divertimento condiviso abbatte l’ultima resistenza. La gemellina, che fino a quel momento era rimasta in braccio al padre quasi a cercare uno scudo fisico, scende e accetta di partecipare. Si inserisce nel gioco simbolico della cucina. Prepara cibi invisibili, offre piatti vuoti che l’immaginazione riempie. Collabora. Mostra di saper anticipare le intenzioni dell’altro. Entra in sintonia. I bambini, spiegano gli esperti, capiscono tutto: rispettano i turni di parola e mantengono il contatto oculare in modo adeguato. La mimica facciale risponde coerentemente agli stimoli.

Ma c’è anche sofferenza. Quella emerge, puntuale. Viene riferito un dettaglio che pesa: la sera, al momento di andare a dormire, quando deve separarsi dalla madre, la figlia maggiore si morde le mani. Si pizzica. È un autolesionismo lieve, ma è la spia rossa di un’ansia da separazione che non può essere archiviata. I medici ne hanno prova diretta anche durante la visita ad Atessa. Quando propongono a Catherine di spostarsi nella stanza accanto per raccogliere l’anamnesi dei figli in privato, lei preferisce restare: «Temo che i bambini possano andare in ansia non vedendoci», spiega. Ha ragione. L’équipe accetta di rimanere tutti insieme.

Il parere favorevole al rientro a casa nasce da questa somma di dettagli. Dall’osservazione di tre bambini che mostrano una «sostanziale adeguatezza» nelle aree emotivo-relazionali, pur con un profilo di sviluppo disomogeneo, con buone autonomie personali e abilità motorie in linea con l’età, ma competenze scolastiche da recuperare. E nasce dalla constatazione che quel legame con i genitori, così discusso e così fuori dagli schemi, funziona. I bambini cercano lo sguardo di Catherine e Nathan e si rasserenano. Giocano a carte, disegnano cavalli, soffiano bolle di sapone. Fanno i bambini, nonostante tutto.

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