Premio Coni ai daspati, Milozzi va dal prefetto: «Mi dimetto»

22 Gennaio 2026

Il delegato annuncia l’addio dopo la richiesta del presidente nazionale di fare un passo indietro

CHIETI. La prima testa a rotolare è quella di Massimiliano Milozzi. Il delegato provinciale del Coni di Chieti, l’uomo che materialmente ha consegnato il premio nelle mani dei quattro rappresentanti della Curva Volpi colpiti da Daspo, è dimissionario. Non lo ha comunicato in una conferenza stampa, né con una nota, ma in un luogo che restituisce la misura esatta della gravità raggiunta da questa vicenda: il palazzo del governo. Ieri mattina, infatti, Milozzi è stato convocato dal prefetto Silvana D’Agostino.

Un passaggio formale che segna il salto di qualità dello scandalo, trasformandolo da polemica sportiva locale a questione di decoro istituzionale. D’altronde, il Coni non è un circolo privato, ma un ente pubblico sottoposto alla vigilanza della presidenza del consiglio dei ministri. Quando un ente di questa natura premia persone che lo Stato, attraverso la questura, ha deciso di tenere lontane dagli stadi per periodi che vanno dai due ai nove anni perché ritenute pericolose, lo Stato tende a chiedere spiegazioni. La convocazione era prevista già per martedì, ma Milozzi si trovava a Roma. Al suo rientro, il faccia a faccia con la massima autorità governativa sul territorio è stato inevitabile. Ed è lì, davanti al prefetto, che il delegato ha annunciato di essere pronto a lasciare il suo incarico.

Per l’ufficialità dell’addio è ormai solo una questione di ore, ma la sostanza è già scritta. E racconta di un passo indietro che, a ben guardare, ha poco di spontaneo e molto di indotto. Milozzi, per salutare tutti, ha dovuto attendere che da Roma arrivasse l’ordine di sgombero. È stato Luciano Buonfiglio, presidente nazionale del Coni, a metterlo alla porta con una cortesia formale che non nascondeva la sostanza del “licenziamento”. Le sue parole, pronunciate mentre il caso Chieti diventava imbarazzo nazionale, sono state una clava: «Mi auguro che il delegato provinciale Milozzi si renda conto e faccia un bel passo indietro». Nel linguaggio della diplomazia sportiva, dove spesso si preferisce lavare i panni sporchi in famiglia, questa è una scomunica pubblica. Buonfiglio ha deciso di sacrificare sull’altare della credibilità dell’intero comitato chi si è reso protagonista di quella definita come una gaffe intollerabile. Una scelta obbligata, arrivata dopo aver ascoltato le difese d’ufficio tentate dai vertici locali.

Perché la vera notizia, forse, non è tanto l’errore iniziale, ma la pervicacia con cui quell’errore è stato difeso. Di fronte all’evidenza di aver premiato dei daspati, Milozzi e il presidente regionale Antonello Passacantando hanno scelto la strada più impervia: difendere l’indifendibile. Hanno sostenuto che il premio era destinato alla Curva Volpi nel suo complesso, provando a scindere l’entità astratta dai suoi rappresentanti. Hanno tessuto le lodi degli ultrà per le iniziative benefiche portate avanti, elencando raccolte fondi e visite in ospedale. Una narrazione commovente, se non fosse viziata da un’omissione gigantesca: hanno dimenticato di citare i plurimi episodi di violenza che hanno visto protagonisti esponenti della stessa curva.

È su questo punto che la pazienza del Coni nazionale si è esaurita. Il numero uno dello sport italiano ha fatto l’unica cosa sensata in un contesto del genere: ha condannato su tutta la linea un’iniziativa senza capo né coda, che nulla ha a che fare con i valori dello sport e che, anzi, li mina alle fondamenta. «Serve attenzione anche a livello territoriale e condanno fortemente quello che è successo a Chieti», ha tuonato Buonfiglio. E per essere sicuro che il messaggio arrivasse forte e chiaro anche a chi faceva finta di non capire, ha aggiunto: «Noi ci battiamo per la legalità e un comportamento del genere non lo accetto e non lo apprezzo».

La condanna di Roma spazza via il tentativo goffo di Milozzi e Passacantando di riscrivere la realtà. Nelle ore successive alla premiazione, anziché ammettere lo scivolone e chiedere scusa, i due dirigenti hanno preferito attaccare. Una linea difensiva surreale, culminata con l’accusa ai giornalisti di aver raccontato la storia dei daspati invece di concentrarsi sul cuore grande di queste persone. Secondo la logica dei vertici locali, la stampa sarebbe colpevole di aver sottolineato le gesta negative – tubi lanciati ad altezza uomo all’esterno dello stadio, ragazzini rapinati della sciarpa perché tifosi di una squadra avversaria – ignorando la beneficenza.

È una visione del mondo curiosa, quella secondo cui le opere di bene cancellano i reati o rendono accettabile la violenza da stadio. Buonfiglio ha dovuto spiegare l’ovvio: lanciare tubi e rapinare minorenni non sono dettagli trascurabili, nemmeno se poi si fa una donazione. Non sono ragazzate risibili, sono comportamenti che portano un questore a firmare un divieto di accesso alle manifestazioni sportive. Premiare chi si macchia di queste azioni significa, di fatto, legittimarle.

Il risultato di questa ostinazione è stato il commissariamento di fatto dei vertici locali. L’intervento di Passacantando, che si era allineato alla difesa di Milozzi, è stato completamente censurato dal presidente nazionale. La figuraccia è stata talmente rumorosa da richiedere un intervento drastico per ripristinare un minimo di ordine gerarchico e valoriale. Milozzi lascia il suo incarico non per un sussulto di dignità tardiva, ma perché il sistema ha messo alla porta chi ne stava compromettendo l’immagine.

Resta la fotografia di quel premio consegnato sul palco, tra sorrisi e applausi, che ora pesa sullo sport teatino e, più in generale, abruzzese. La gaffe, difesa con le unghie e con i denti fino all’ultimo, si è trasformata in un boomerang che ha colpito chi l’ha lanciata. Milozzi se ne va, lasciando dietro di sé una lezione che, si spera, verrà imparata: quando si rappresentano le istituzioni, la legalità non è un optional e la “buona fede” non è un lasciapassare universale.

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